Tár, la recensione del film di Todd Field, in concorso a Venezia 79

Dopo sedici anni di silenzio cinematografico, Todd Field torna alla regia, portando in concorso al Lido Tár, pellicola che il regista ha dichiarato di aver scritto pensando a una sola possibile interprete, Cate Blanchett: “se avesse rifiutato, il film non avrebbe mai visto la luce”. L’attrice australiana è la protagonista Lydia Tár, direttrice a Berlino di una delle più importanti orchestre al mondo (con tutta probabilità si tratta dei Berliner Philharmoniker, visti i riferimenti a Herbert von Karajan e Claudio Abbado). La donna è all’apice della carriera: dopo aver ricevuto i premi più prestigiosi (Oscar, Grammy e Tony Award), sta per pubblicare un libro e si appresta a registrare la Sinfonia n. 5 di Mahler, impegno rimandato a lungo a causa della pandemia.

Il film si apre con la sua intervista a un giornalista (interpretato da Adam Gopnik, editorialista del The New Yorker), nella quale emerge la personalità della protagonista: caustica, sfrontata, sicura di sé, anticonformista. Aspetti che sfociano in un disprezzo per tutto ciò che è politicamente corretto e per la cancel culture: durante una lezione alla Juilliard, Lydia rimprovera e umilia uno studente che non suona Bach perché il compositore tedesco era misogino. Un atteggiamento che per la direttrice è un’offesa alla musica e espressione di un conformismo che riconduce la diversità a posa narcisistica.

Tár: il successo e il potere

Non bisogna comunque farsi ingannare da quest’apertura, nella quale Field sembra annunciare un personaggio anarchico ed estremo che, sovvertendo le convenzioni, ne esplora la contraddittorietà. Ci si aspetterebbe infatti che Lydia si trovi d’accordo con lo studente: è una donna che ha avuto successo in un ruolo storicamente declinato al maschile; ed è pure omosessuale, avendo una storia con Sharon, violinista dell’orchestra (Nina Hoss). Come può rigettare un discorso a tutela delle differenze e delle donne?

Tár
Cate Blanchett. Credit: Focus Features

Molto semplicemente ha un suo pensiero, una sua moralità (o, come si scoprirà, immoralità), una sua visione dell’arte, tutte certezze granitiche, alle quali non intende rinunciare. Ed è qui che Field si sofferma. Tár è un film che indaga la natura enigmatica delle sicurezze, la difficoltà che si prova nel rinnegare le idee che alimentano le nostre vocazioni e i vizi che fanno parte di noi. Problemi che, quando arriva il successo, come nel caso di Lydia, sono sempre più ardui da controllare, nell’alveo di un’autoesaltazione dove tutto è concesso.

Come già si intravvede nel suo rapporto con l’assistente Francesca (Noémie Merlant), Lydia è incline a abusare del suo potere: manipola, dà false speranze ai suoi sottoposti, inganna, seduce, incurante della reazione di Sharon, la nuova violoncellista Olga (Sophie Kauer). Dal suo passato emerge la brutta storia di Krista, ex allieva suicidatasi perché respinta da numerose orchestre a causa delle segnalazioni negative da parte di Lydia. Alcuni indizi fanno capire come le due donne intrattenessero una relazione amorosa, una prassi per la protagonista, ben presto resa pubblica da altre ragazze che ne denunciano i soprusi. Sotto indagine, Lydia vede la sua carriera andare in frantumi.

Ma anche qui Field non vuole riflettere sulla discesa agli inferi del suo personaggio o sui cortocircuiti tra pubblico e privato: rimane ancora fermo su Lydia, che nel suo peregrinare alla ricerca di un altro posto di lavoro, si ferma nell’umile casa d’origine, ignorata dal fratello e circondata da commoventi ricordi del suo tenace e faticoso impegno per diventare direttrice d’orchestra. Dal riscatto al successo e infine alla rovina: una dialettica inesorabile e tragica per la donna, che finisce per scoprire la nausea di sé stessa. E l’uso della colonna sonora del film, firmata da Hildur Guðnadóttir (premio Oscar per Joker), va in direzione di questo continuo movimento centripeto della regia che mai si allontana dalla psicologia della protagonista.  

Tár
Cate Blanchett. Credit: Focus Features

Come in Little Children (2006), ultimo suo lungometraggio, Field non pone domande e non offre risposte: il suo è un cinema attuale e politico, che mette in scena personaggi estremi, complessi, contraddittori, inquieti, in perenne lotta con una vita le cui norme sociali non possono accettare le devianze. Lydia gode del suo successo e sa di abusare del suo potere; cerca di insabbiare i misfatti, ma, una volta venuti a galla, non fa nulla per difendersi, perché in fondo sa di essere ciò che è e non accetta l’ipocrisia di nascondersi. Quando esorta la figlia di Sharon, unica persona verso la quale mostra un affetto generoso e autentico, a non nascondersi dietro la tenda di casa per timore degli altri, è come se parlasse a se stessa.

Nel ruolo di questo personaggio sulfureo, insonne, paranoico e duro, difficile da dimenticare come il cinema di Field, Cate Blanchett offre una prova straordinaria, che molto probabilmente le permetterà di ricevere più di qualche riconoscimento. Al suo fianco un’ottima Nina Hoss, ancora nel ruolo di violinista, come accaduto nel recente film L’audizione.

L’uscita di Tár nelle sale italiane è prevista per febbraio.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Todd Field con il suo terzo lungometraggio Tár, in concorso a Venezia 79, porta in scena una straordinaria Cate Blanchett, nel ruolo di Lydia Tár, enigmatica e ambigua direttrice di una delle più importanti orchestre al mondo.
Giulia Angonese
Giulia Angonese
Percorso formativo in filosofia (PhD conseguito nel 2017), mi dedico al cinema con passione e continuità, cercando sempre di cogliere dinamiche di pensiero e atmosfere sottese agli intrecci narrativi.

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