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Sull’infinitezza di Roy Andersson

Sull’infinitezza (Om det oändliga) è un film del regista svedese Roy Andersson, presentato nel 2019 alla 76^ edizione della Mostra del Cinema di Venezia, dove si è aggiudicato il Leone d’argento per la regia.

Il film da poco è disponibile per la visione sulla piattaforma per cinefili MUBI, che ne ha distribuito la versione originale sottotitolata in italiano, come di consuetudine per questo servizio di streaming.

L’argomento trattato, come suggerito già dal titolo, è analogo a quello del precedente film di Roy Andersson, che gli valse il Leone d’oro per il miglior film a Venezia, Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza (2014): pellicole di argomento filosofico dunque.

sull'infinitezza

Sull’infinitezza- trama: la manifestazione della vita

Sull’infinitezza non ha una trama ben sviluppata, né tantomeno può essere facilmente definito un film ad episodi: esso è piuttosto un puzzle i cui pezzi combaciano formando un disegno astratto, o più banalmente una successione di tableaux vivants.

La semplicità ed il reale, oltre ad un costante surrealismo, sono gli espedienti attraverso i quali il regista riesce ad esprimersi (in modo del tutto unico e particolare) su argomenti complessi ed aggrovigliati che in fondo riguardano “semplicemente” l’esistenza.

Attraverso la disarmante banalità della quotidianità, declinata al presente ed al passato, grazie a persone ben differenti le une dalle altre, Roy Andersson mette in scena quella che Milan Kundera chiamò, con una trovata assolutamente geniale,“l’insostenibile leggerezza dell’essere”.

In Sull’infinitezza c’è tutto: la guerra, la vecchiaia, l’amore, la giovinezza, la gioia, la dipendenza e molto altro.

sull'infinitezza

C’è inoltre l’arte, che forse è l’unico personaggio costante e sempre presente, nelle sue modalità camaleontiche ed in quelle più palesi, l’arte come storia dell’immagine, come citazione ai grandi pittori (e a qualche musicista e regista se così si vuole sentire e vedere) e come atteggiamento nei confronti della vita.

C’è poi la storia, altro personaggio presente quasi quanto l’arte: è un tappeto ed uno specchio, un paradigma verso il quale il presente, come in una nevrotica danza dai passi ora brevi ora ampi, si alterna in un rapporto di imitazione e superamento.

La vita, vista nei suoi momenti più disparati, tragici o tranquilli, passati o presenti che siano, nel film di Roy Andersson appare una manifestazione di qualcosa di più unitario, che altro non è la forza della vita stessa, nel bene e nel male: la visione potrebbe però essere ottimistica, quasi sul finire della pellicola infatti un uomo, una volta entrato in un bar, afferma che “tutto è stupendo”.

Nonostante  il marcio della contemporaneità ed il peso gravoso della storia, che racconta della parte più crudele ed infima della natura umana, c’è speranza.

Se non fosse per il finale, perché forse la speranza c’è, ma può anche svanire.

Recensione: l’arte è vita

Sull’infinitezza è una pellicola spiazzante, visivamente e contenutisticamente: non è tanto l’espediente della disconnessione tra i vari momenti a rendere il film di Andersson interessante o rivoluzionario ma l’unicità stilistica e la profondità tematica così affrontata.

Le citazioni filosofiche potrebbero essere potenzialmente infinite, ma è certamente interessante soffermarsi sull’ultimo quadro: un uomo con un’auto in panne in una strada deserta si guarda continuamente intorno mentre prova a sistemare il motore del mezzo.

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È chiaramente una metafora, il cui significato cresce a dismisura dato che è il finale della pellicola, ma all’interno c’è molto altro, potrebbe persino esserci la celebre frase di Friedrich Nietzsche tratta da La gaia scienza “Dio è morto”, fine delle illusioni (non solo religiose ma di ogni genere), fine di quel barlume di speranza che poco prima Andersson aveva mostrato.

La tesi di un’interpretazione come questa si avvalora attraverso la vicenda del parroco che perde la fede.

Anche la scena al bar ha una possibile radice nietzschiana, sembra quasi infatti che l’uomo che declama quasi profeticamente di guardare con ottimismo alla vita sia un moderno Zarathustra (citato da Stanley Kubrick in 2001, anche nella versione resa in musica da Richard Strauss), un predicatore della forza della vita, che è uno dei punti cardine della filosofia di Nietzsche.

Anche la stessa visione della storia, polivoca, ha un suo riferimento nell’opera del filosofo tedesco.

Del film colpisce però, soprattutto ad una prima visione, l’immagine: i personaggi di cui spesso non si conoscono le storie in modo approfondito né i nomi né altre generalità (scelta che li rende universali) hanno un viso quasi finto, pallido e apparentemente plastificato.

Le ambientazioni sono asettiche pur essendo iperrealistiche, ne emerge un’immagine potente e disturbante, tra l’onirico ed il surreale, pur essendo appunto iperbolicamente reale.

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Altro aspetto geniale dell’immagine è la costruzione dei fotogrammi, continua citazione alla storia dell’arte: da Edward Hopper a Marc Chagall (riferimenti tanto espliciti da essere quasi dei rifacimenti), passando per una rinnovata versione de Il bar delle Folies-Bergère di Édouard Manet, quasi unito a L’assenzio di Edgar Degas.

Proprio questa scena appare più gioiosa delle altre, mentre la più surrealistica è quella dei due amanti in volo su Colonia distrutta (citazione al quadro protocubista di Chagall Sulla città), ed a confermarlo è la musica: All of me nella splendida versione di Billie Holiday.

Sentire Billie Holiday in un bar, se si tratta di cinema, equivale a parlare inevitabilmente di Woody Allen e di una sua inconfondibile poetica, ma l’uso che Andersson fa è leggermente differente, anche se nominare il regista newyorkese è d’uopo e Roy Andersson lo ha molto probabilmente citato volutamente in questo momento del film.

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Billie Holiday con la sua musica parla della vita, nei suoi tratti agrodolci, in un dolore sconfinato ma che fa sentire vivi: è musica profondamente vera, tragicamente umana, tanto tangibile nel suo sentimento da arrivare ad una bellezza pura, che inevitabilmente fa stare bene, o meglio emozionare, chi la ascolta.

Aver inserito in un film dominato da un forte senso di tristezza un brano cantato da Billie Holiday è l’elemento che permette di dare al film una precisa chiave di lettura: Sull’infinitezza parla della vita, che pur essendo spesso triste, banale o complessa, è comunque stupenda.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Aver inserito in un film dominato da un forte senso di tristezza un brano cantato da Billie Holiday è l’elemento che permette di dare al film una precisa chiave di lettura: Sull’infinitezza parla della vita, che pur essendo spesso triste, banale o complessa, è comunque stupenda.
Isabella Fleri
Isabella Fleri
Se, come in Manhattan, anch’io dovessi stilare una lista delle 10 cose per cui vale la pena di vivere, la settima arte avrebbe un posto di riguardo. Tra i registi che più hanno contribuito alla mia cinefilia Stanley Kubrick, Paul Thomas Anderson, Michelangelo Antonioni e, naturalmente, Woody Allen.

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