Styx, un viaggio dalla terra dei vivi alla terra dei morti

Il cinema è un potentissimo mezzo di comunicazione. Ci sono film capaci di creare mode, condizionare comportamenti di massa, diffondere informazioni, generare insegnamenti e nuove conoscenze. Ci sono film che emozionano, scuotono, inducono quasi a fermarsi, a riflettere e a porsi delle domande.
È il caso di Styx, diretto dall’austriaco Wolfgang Fischer, che rappresenta un’allegoria microcosmica della crisi globale dei rifugiati, un’accusa penetrante contro gli ostacoli burocratici posti di fronte ai rifugiati.

Styx

La protagonista di questo dramma è Rike (Susanne Wolff), medico ed esperta velista che, da Gibilterra, salpa in barca a vela verso l’isola di Ascensione, un paradiso in mezzo all’Oceano Atlantico, fra l’Africa e il Sudamerica, desiderando di vedere la giungla progettata da Charles Darwin e Joseph Dalton Hooker. Una vacanza da sogno che si interrompe rapidamente in alto mare, quando, dopo una tempesta, si ritrova vicino ad un peschereccio a strascico stracolmo di rifugiati che rischia di affondare.

Come impone la legge marittima, Rike avverte la guardia costiera, che promette di inviare aiuto, ma le raccomanda di non avvicinarsi per nessuna ragione al mondo al peschereccio. Ore dopo, senza alcun segno di salvataggio, si avvicina nel tentativo di portare un po’ d’acqua ai passeggeri disidratati, ma molti rifugiati saltano giù e tentano di nuotare verso di lei. Tutti annegano, tranne un ragazzo che riesce a salire a bordo. Con il poco inglese che conosce, il ragazzo spiega che le persone sul peschereccio stanno morendo, compresa la sorella maggiore. Con la guardia costiera promettente di un aiuto che non sembra arrivare, Rike si trova di fronte ad una scelta: sfidare gli ordini della guarda costiera e intervenire oppure non fare nulla. Questioni morali difficili che dallo schermo vengono ribaltate a noi, senza però fornire risposte, evitando didattica e, soprattutto, rimanendo un film apolitico.

Styx

Mentre il viaggio di Rike rappresenta una traversata verso la propria idea di paradiso, quello dei migranti sembra simboleggiare un sentiero di speranza verso il paradiso.
In Styx la crisi dei rifugiati è silenziosa e non viene mai menzionata. Non sappiamo da dove provenga il peschereccio o dove stesse andando. È come se gli individui non siano responsabili della crisi, ma siamo noi responsabili di come si sta svolgendo.
Tra silenzi assordanti e immagini che non hanno bisogno di spiegazioni, il film non esalta un eroe o un salvatore, semmai sottolinea l’indecisione bianca, europea, occidentale.
Quasi interamente girato in mare, l’approccio scelto dal regista Wolfgang Fischer è snello, asciutto, senza uso di trucchi o effetti speciali, rendendo quasi invisibile la sua presenza e quella del direttore della fotografia.
Quando si sceglie questo tipo di approccio, di solito, si richiede molto agli attori. In questo caso i protagonisti sono solamente due, Susanne Wolff e il giovane Gedion Odor Weseka che sembrano non recitare i loro ruoli, ma incarnare realmente i personaggi che interpretano.

Styx

Con una buona dose di suspense e un finale criptico, Styx è un “thriller calmo” sulla responsabilità individuale di forte impatto emotivo, facile da guardare e difficile da digerire. Nella sua semplicità, nel suo essere taciturno, risulta essere molto intelligente, proprio come il suo titolo che fa riferimento allo Stige, il famoso “fiume dell’odio”, uno dei cinque fiumi presenti negli Inferi secondo la mitologia greca e romana, tanto citato anche dal sommo poeta Dante Alighieri. Il fiume che porta dalla terra dei vivi alla terra dei morti e che sembra rassomigliare tanto al nostro mare, ormai diventato purtroppo simbolo di morte e inferno per migliaia di persone.

Voto Autore: 4 out of 5 stars