St. Vincent, pellicola del 2014 diretta da Theodore Melfi, è un film piccolo ma estremamente potente. La sua semplicità non sta solamente nel basso budget e nel soggetto tutto sommato classico, ma nel modo con cui riesce a trattare con enorme leggerezza delle tematiche tutto sommato complesse, perché concernenti la natura umana nella sua essenza. Non è infatti un caso se il titolo è stato accolto con grande entusiasmo da una delle platee più pretenziose e sofisticate come quella del Toronto International Film Festival, e ha ottenuto anche due candidature al Golden Globe (film commedia e attore protagonista).

St. Vincent

La trama vede protagonista una madre in attesa del divorzio che, trasferitasi a Brooklyn con il figlio Oliver, è costretta a svolgere turni estenuanti nell’ospedale dove lavora. Perciò chiede al burbero vicino di casa Vincent MacKenna di badare al bambino per tutto il pomeriggio al prezzo di dodici dollari l’ora. L’uomo non ha nulla del perfetto babysitter: reduce del Vietnam, è scontroso, passa le sue giornate a bere e giocare d’azzardo e ha come unica compagnia una prostituta russa di nome Daka, che oltretutto è incinta. In più si aggiungono i numerosi debiti che ha accumulato tra strozzini e compagnia bella. Ne va da sé dunque che all’inizio il prendersi cura di Oliver per Vincent sia visto come un semplice lavoretto sicuro e duraturo e non è intenzionato ad instaurare un rapporto particolare con il ragazzino. Conoscendosi meglio però Vincent diventa una guida fidata per il bambino. In primo luogo, data la scarsa popolarità che Oliver riscuote a scuola, l’uomo gli insegna a difendersi dai bulli, e lo fa senza mezzi termini, facendogli capire come spaccare nasi o tirare pugni forti sui suoi rivali. Vincent lo porta con lui al pub e all’ippodromo, e gli insegna il valore del denaro e dell’impegno che ognuno deve assumersi per ottenerne. Un ictus complica la già precaria situazione di Vincent, alle prese anche con la moglie malata di Alzheimer in una clinica che non riesce a pagare, e il successivo allontanamento di Oliver, affidato al padre, sembra l’ultima goccia per lo scorbutico vicino. Tuttavia quando capisce di aver lasciato il segno nel cuore di Oliver, Vincent può dirsi per davvero felice e soddisfatto.

St. Vincent

La storia è quella classica dell’ “orso” incompreso e misantropo che piano piano si lascia conquistare dall’innocenza e la giovialità tipiche dell’infanzia. Da questo punto di vista il rischio di essere troppo melliflui è dietro l’angolo, e non è così difficile da raggiungere. Tuttavia la sceneggiatura dello stesso Melfi ha il grande pregio di raccontare una vicenda di per sé poco originale senza alcun tipo di retorica e senza per forza rifugiarsi nel politicamente corretto, il cui utilizzo in un film come questo avrebbe effetti catastrofici e renderebbe impossibile da commentare la stessa pellicola. Il personaggio di Vincent è e rimane se stesso per tutto il film. La presenza di Oliver non lo migliora affatto, infatti lui continua a fare ciò che ha sempre fatto senza la benché minima remora. L’aspetto che però lo rende un santo agli occhi del bambino è proprio questa sua capacità di insegnare la virtù per mezzo del peccato. In più questo modo di comportarsi coerente dall’inizio alla fine, lo pone in una posizione molto comoda, dato che può permettersi di dire ogni volta ciò che pensa e accompagna sempre l’azione al pensiero. Così tutte le volte che accusa la madre di Oliver di non essere presente nella vita del figlio, la donna si sente colpita nell’orgoglio, perché è consapevole del fatto che sta dicendo una verità ineccepibile. Inoltre quello che a prima vista può sembrare un uomo scriteriato e senza scrupoli, in realtà nasconde un animo estremamente generoso: si prende cura sia della moglie malata, facendo anche più del necessario, sia della prostituta che (verosimilmente) è stato lui a mettere incinta. Anche con Oliver Vincent va oltre gli obblighi per cui viene pagato, insegnandoli per così dire a stare al mondo. Il risultato è un personaggio estremamente fresco e innovativo, interpretato da un Bill Murray che pare nato per ruoli simili, come dimostrano i grandi elogi della critica internazionale e dei giornalisti del Golden Globe.

St. Vincent

Molto interessante è la descrizione di Vincent che lo stesso Oliver dice alla madre, preoccupata dalla cattiva influenza che il babysitter sembrerebbe avere nei suoi confronti: “Il vicino è interessante…in modo scorbutico è quasi fico!”. In queste poche parole viene racchiuso tutto il messaggio che il regista vuole far passare nel portare sullo schermo il personaggio del protagonista. D’altra parte l’ascendente che il vicino suscita nel ragazzo è evidente fin dalle prime inquadrature che vedono protagonisti contemporaneamente i due personaggi. Sembrano da subito potenzialmente compatibili, e alla fine diventano quasi un nonno con il nipotino, una cosa sola. Ovviamente ciò senza snaturare in fase di scrittura il personaggio di Vincent. Ad esempio quando Oliver rivela di non ribellarsi ai teppisti che lo infastidiscono perché è più basso di loro, l’uomo risponde cinicamente con un paragone orribile e politicamente scorretto (“Anche Hitler lo era”), ma rendendo estremamente chiaro il concetto. E’ il suo modo per dirgli che non può fermarsi di fronte ad un ostacolo solamente perché è alto, ma deve allenarsi e faticare per saltarlo una volta per tutte. Con i soldi fa la stessa cosa. Anche quando porta Oliver all’ippodromo per scommettere, di fatto lo sta educando, insegnandoli il reale valore dei soldi e la responsabilità che ognuno deve sentire su sé stesso in base a quanti ne possiede. Gli fa tagliare l’erba (secca) del suo giardinetto in cambio di una paghetta, e quando la madre lo porta via scandalizzata per il suo atteggiamento, lui le risponde che stava solo facendogli vedere come andava avanti il mondo: devi lavorare per avere del denaro da spendere, possibilmente in una maniera più saggia rispetto alla sua.

St. Vincent

Il burbero vicino di casa si trasforma, così, nel miglior maestro di vita possibile per Oliver. Perciò non si fa fatica a capire come mai il bambino di fronte alla richiesta scolastica di scrivere chi fosse per lui un santo risponde Vincent. La motivazione è che l’uomo, senza apparire e senza pretendere nulla in cambio, per tutta la vita si è prodigato per qualcun altro, che fosse il compagno ferito in Vietnam, la moglie, l’amante o semplicemente il figlio della vicina. Il contesto religioso dove si sviluppa questa celebrazione finale di Vincent in St. Vincent (l’insegnante di Oliver è un prete e il suo istituto un collegio religioso) fa però solo da contorno e non diventa protagonista. Esattamente come Vincent riesce a veicolare messaggi virtuosi in modi assolutamente non virtuosi, il film riesce nel difficile intento di far passare un messaggio potenzialmente adattabile alla sfera religiosa, in una maniera assolutamente laica e condivisibile da tutti. Non è un caso che il regista abbia scelto per interpretare il sacerdote insegnante di Oliver il comico irlandese Chris O’Dowd. Il suo intento è quello di far vedere la religione nella quotidianità di un ragazzino di dieci anni, a prescindere dalla fede di ciascuno. Vincent non aiuta Oliver a comprendere come gira il mondo secondo una dogmatica precisa, ma nelle sue istanze più concrete e tangibili. Più che un santo sembra quasi un angelo custode.

Voto Autore: 3 out of 5 stars