Recensioni FilmSheep in the box - Ritratto di famiglia con androide

Sheep in the box – Ritratto di famiglia con androide

Sheep in the box è il 17esimo lungometraggio di finzione di Hirokazu Kore-eda (Father and son, Little sister), presentato in concorso al Festival di Cannes di quest’anno e uscito nelle sale italiane nello stesso periodo in cui al Festival di Venezia gareggia il suo Look Back. Regista inscritto nella tradizione del dramma famigliare giapponese (si pensi a Ozu o a Mikio Naruse), Kore-eda ha portato la sua poetica anche all’estero: dalla Francia de Le verità alla Corea di Broker. Tornato in patria con L’innocenza, Prix du scénario alla Croisette, prosegue qui la sua esplorazione dei legami tra (extra)consanguinei, declinando ancora una volta il concetto di “famiglia” ai suoi significati più profondi e inaspettati.

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Sheep in the box

Trama

Kensuke (Daigo) e Otone (Haruka Ayase), marito e moglie, non hanno ancora superato la morte del figlio Kakeru (Rimu Kuwaki), vittima di un incidente su cui non si è mai fatta piena chiarezza. Quando l’azienda robotica REbirth propone alla coppia un robot umanoide, creato sulla base dei ricordi e delle fattezze del bimbo defunto, nel focolare domestico si ricompone un bizzarro nucleo famigliare. Kensuke fatica ad accettare la presenza del figlio “surrogato”, mentre Otone riversa su di lui l’amore materno stroncato dalla tragedia. Kensuke 2.0, dal canto suo, come ogni intelligenza artificiale, osserva e impara. Oltre alla conoscenza, però, sembra sviluppare un’imprevista sensibilità.

Sheep in the box

Sheep in the box – Recensione

Kore-eda non è nuovo a riflessioni legate a entità umanoidi: in Air Doll (2009) immaginava la presa di coscienza e la nascita dei sentimenti in una bambola gonfiabile. Anche in quel caso, un oggetto destinato a soddisfare una carenza umana (fisica o emotiva che sia) diveniva soggetto, provava a determinarsi autonomamente. D’altronde, è insito negli schemi drammaturgici dell’autore giapponese il ribaltamento di prospettive, la volontà di offrire allo spettatore uno sguardo alternativo sulle cose, restituendo la complessità del reale e, soprattutto, dei legami interpersonali. Lo dimostrava, nella maniera più chiara, l’opera precedente a questa: L’innocenza, dove uno strano rapporto tra bambini era osservato da più punti di vista, in una multinarrazione che svelava progressivamente le falle di una visione parziale del mondo.

In Sheep in the box, come in tanti altri suoi film precedenti, non serve una divisione in capitoli né una separazione netta tra le diverse focalizzazioni che ci guidano all’interno del racconto. Anzi, è proprio la continua alternanza di protagonismo tra i tre personaggi principali a definire le coordinate del loro microcosmo e ad arricchire di sfumature un soggetto che, in fondo, è tutt’altro che originale (si pensi, tra i tanti esempi possibili, ad A.I. di Spielberg).

Da un genere all’altro

L’opera koreediana che dialoga maggiormente con Sheep in the box è forse Father and son (2013), agrodolce apologo su un concetto di famiglia che va oltre i legami di sangue. Una commedia drammatica giocata sul montaggio alternato nelle vite di due coppie di coniugi, in cerca di un rimedio all’errore commesso in sala parto 6 anni prima, quando i loro rispettivi neonati furono scambiati da un’infermiera. Come in quella storia, anche in questa si tratta di capire le esigenze di tutti gli attori coinvolti, andando oltre i “limiti del sangue”. Lo stesso discorso assume qui dimensioni ancora più estreme, aggiungendo all’equazione i limiti della carne, in una fantascienza sempre meno “fanta”: si può considerare “figlio” un corpo fatto di ferro e silicone? Non solo: siamo pronti ad accettare che sia lui a decidere se accettare noi o meno?

Avvicinandosi al grottesco, Kore-eda conduce abilmente lo spettatore ai confini di questo paradosso, esibendo come al solito una sensibilità rarissima, addentrandosi nei territori del thriller (se il nuovo Kensuke ha la memoria dell’originale, può rivelare le circostanze della sua morte?) per poi bilanciare immediatamente i toni con un’irresistibile gag di humour nero, in cui la tempestività di stacco e di punch-line unita all’ampiezza del campo lungo certificano la sua assoluta padronanza del mezzo.

Sheep in the box e l’uso degli spazi

Sheep in the box prende il titolo dall’episodio de Il piccolo principe, lettura privilegiata di Otone al figlio, in cui si insegna, attraverso la metafora della scatola come rappresentazione della pecora, che “l’essenziale è invisibile agli occhi”. Come seguendo questo precetto, la regia di Kore-eda utilizza gli spazi per far emergere il peso di ciò che non è (più) presente: la stanza del figlio (Moretti docet), il passaggio del treno a fondo campo, il cortile. Tutti ambienti rioccupati dal sosia umanoide, vera e propria sfida a vederci altro, a immaginarci una vita, a credere che dentro al suo petto possa esserci un cuore che batte. Sfida ambivalente: vale per i genitori (tra i quali incontra soprattutto lo scetticismo del padre) e vale al contrario per gli spettatori (è un attore in carne e ossa che dobbiamo immaginarci automa). Sfida vinta, da entrambe le parti. Potere della creazione.

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Non è un caso che Otone sia architetta, che il suo lavoro, cioè, abbia a che fare con la costruzione di un elemento artificiale da inserire all’interno di un ambiente naturale. Né che la vediamo lavorare esclusivamente attraverso i modellini, riproduzioni in scala che implicano la sola immaginazione del prodotto finito. Sheep in the box, insomma. Coerentemente, la prima parte del film rimane chiusa nei perimetri ristretti delle mura domestiche, degli ambienti famigliari e di qualche sparuta strada di passaggio. È solo nella parte finale che si amplia l’orizzonte, il film si apre al viaggio e si immerge nei boschi, tra fiumi e alberi, dove tecnologia e natura forse potranno convivere e l’umano potrà limitarsi a contemplare la propria opera.

Conclusioni

Tacciato d’eccessivo ottimismo, quando non di superficialità contenutistica, Sheep in the box è, al contrario, l’espressione pura di un autore che usa lo sci-fi come macguffin per portare avanti una poetica di umanità assoluta, umana oltre l’umano (tornano alla mente anche il limbo e i ricordi dei morti nel suo Afterlife).

Regista, soggettista, sceneggiatore e montatore, Hirokazu Kore-eda plasma interamente la propria opera all’insegna della fiducia, come detto, sia nei propri personaggi che nei propri spettatori, perseguendo – in controtendenza – l’idea di un cinema gentile, caloroso anche quando parla di macchine, toccante perché sembra comprendere tutti, accogliere le emozioni anche di chi non dovrebbe provarne. Perché “non si vede bene che col cuore”.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Partendo da un soggetto tutt'altro che originale, Kore-eda con Sheep in the box utilizza la fantascienza come macguffin per indagare ancora una volta i legami famigliari, confermandosi autore di rarissima sensibilità.
Alberto Bajardi
Alberto Bajardi
Nato su quel ramo del Lago di Como dove Hitchcock girò la sua opera prima, si iscrive a giurisprudenza ispirato da La parola ai giurati, ma si ritrova a disertare le lezioni come Antoine Doinel, attratto dai matinée delle sale milanesi. Laureatosi al DAMS per non sentirsi più in colpa, ama il cinema senza distinzione di generi e cerca in un film nient'altro che emozioni autentiche, siano esse nei più acuti ritratti umani di Cassavetes o nei più viscerali horror di Cronenberg.

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