Serenity – L’isola dell’inganno

Film come Serenity non se ne fanno più. Ed è un peccato. È un peccato che non si facciano più thriller come quello che il nuovo lavoro di Steven Knight sembra promettere nel trailer, ma pure che non si vedano più colpi di scena come quello che rivela il suo finale a sorpresa. Da una parte la superficie, dall’altra la sostanza. Entrambe scommesse produttive. Entrambe vinte.

Dopo la suggestiva immersione nell’occhio di un bambino, la camera si sofferma a picco su una barca in mezzo all’oceano, dominandola dall’alto con lo sguardo. Da questo momento cominciano le vicissitudini di Baker Dill, abitante dell’isola di Plymouth e capitano della barca Serenity. Baker Dill passa le giornate al largo, portando i turisti a pesca di tonni mentre lui per primo sta dando la caccia a un pesce gigantesco e imprendibile. Questa è la sua missione. Critica e pubblico ha scomodato Il vecchio e il mare, ma qui siamo forse più dalle parti di Moby Dick. Baker è un moderno Achab e, come Hemingway guardava Mellville. la sua ossessione sembra modellata proprio su quel modello. Intorno a lui una serie di comprimari: il secondo Duke, l’amante/mecenate Constance, il barista ecc.

Ciascuno di loro ha un ruolo molto preciso nella routine dell’isola e soprattutto nella vita del protagonista. Persino la radio locale saluta ogni nuovo giorno spronando l’anonimo ascoltatore a “prendere quel pesce”, come se l’unico ad ascoltarla fosse proprio lui. Pian piano, nella mente di noi spettatori, si insinua il dubbio che qualcosa non sia stato detto, che non tutto sia ciò che sembra. Si provano le stesse sensazioni stranianti di quando uscirono The Truman Show (1998), Il talento di Mr. Ripley (1999) e Matrix (1999). Insomma, fin dall’inizio il pubblico più smaliziato si rende conto di trovarsi di fronte a un’opera che si sviluppa più in profondità, come quei film di genere, un po’ teorici, di fine millennio che ci hanno emozionati e che amiamo riguardare di tanto in tanto.

La prima svolta si ha quando questa routine viene spezzata, o meglio deviata: Karen, l’ex moglie di Baker, si presenta nel bar dell’isola e gli offre dieci milioni di dollari per uccidere il nuovo marito perché violento. Baker, che si scopre chiamarsi in realtà John, non può accettare di fare una cosa del genere ma soprattutto non se la sente di rinunciare a cercare il suo pesce. Però è anche vero che a casa c’è il figlio Patrick, un ragazzino solitario e fissato con la tecnologia, con cui Baker parla di tanto in tanto quando è solo e che a quanto pare sarebbe in grado di sentirlo. Questo legame sarà la variabile decisiva per la scelta del protagonista e (senza fare spoiler) determinerà il finale di Serenity. Ad ogni modo, ciò che nel meccanismo perfetto non torna, è sempre e comunque il fattore umano.

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Infatti, se la dimensione del noir classico, con l’antieroe che vive al di fuori della legge, la dark lady che lo seduce per usarlo e il piano criminoso moralmente significativo, funziona senza veri intoppi, quello del ribaltamento con sorpresa finale presenta ben due problematiche: in primis, nel momento in cui capisci la sua natura, invece che acquisirne, il personaggio di Baker sembra perdere molta della sua coerenza (è a conoscenza di cose su di sé che non dovrebbe sapere); in secondo luogo, l’elemento drammaturgico dello “spiegone” che chiude Serenity ha ormai fatto il suo tempo. Ciò che spezza la perfezione della macchina narrativa, perciò, non è un nuovo ordine ma il caos del sentimento umano. Quel caos che giunge persino a giustificare il giustizialismo amorale del finale.

Voto Autore: 3 out of 5 stars