Vincitore dell’Oscar come miglior film d’animazione, Ratatouille (2007) è uno dei titoli più emblematici della Pixar e uno dei film più personali di Brad Bird (Gli Incredibili). Un’opera che, sotto le vesti leggere della fiaba animata, nasconde una riflessione profonda sul talento, sulla passione e sul senso stesso del creare. Se esiste una parola capace di riassumere l’immaginario Disney-Pixar, quella parola è “sogno”, e Ratatouille è il racconto di un sogno ostinato, fragile eppure gigantesco, che nasce dal luogo più impensabile.

Ratatouille – Trama
Ratatouille è la storia di Remy, un essere minuscolo con un’ambizione enorme. Un topo di campagna dotato di un olfatto e di un gusto fuori dal comune, e soprattutto di una passione sconfinata per la cucina. Remy sogna di diventare un grande chef e, dopo essere stato separato dalla sua colonia, si ritrova a Parigi, la capitale mondiale della gastronomia. Qui si intrufola nella cucina di uno dei più grandi cuochi di Francia, Auguste Gusteau, e stringe un’improbabile alleanza con Alfredo Linguini (Patton Oswalt), uno sguattero maldestro. Insieme daranno vita a un sodalizio tanto assurdo quanto straordinario, con l’obiettivo di conquistare i fornelli e riscrivere le regole dell’alta cucina.

Ratatouille – Recensione
All’apparenza Ratatouille è una classica fiaba che riprende lo stile classico della Disney di un tempo. Ritrae una Parigi sognante, colorata, a misura di uomo ma anche a misura di topo. Quel tipo di ambientazione che racconta un qualcosa di incredibile, ma reso verosimile dalla magia dell’animazione. Parliamoci chiaro, Ratatouille parla di un topo che cucina come un grande chef controllando un lavapiatti tramite i suoi capelli. È qualcosa di veramente lontano dall’essere verosimile o addirittura accettabile: ma Ratatouille lo rende tale.
Brad Bird ripesca dalla tradizione Disney, animali parlanti, obiettivi impossibili, villain antipatici e protagonisti perdenti. Unisce tutto quanto e lo serve su un piatto condito con una riflessione che ha reso veramente celebre questo film: il critico culinario Anton Ego (Peter O’Toole). Prima di Ego esiste quindi tutto un film che gira introno all’assurdità di un topo cuoco, al mistero dell’eredità di Gusteau, alla storia d’amore tra Colette e Linguini e al rapporto tra Remy e le sue origini. Un film molto solido, divertente e gustoso, ma che viene risolto a metà della sua durata con il licenziamento di Skinner (Ian Holm), il Capo Chef del ristorante, e l’acquisizione del ristorante da parte di Linguini.

Anton Ego, il vero protagonista
Da qua in poi entra in scena Ego e il resto del film viene praticamente dimenticato. Ego è il vero protagonista del film, si contrappone a Remy e lo mette nella situazione di dover lottare per quello che ha ottenuto. Questo lo porterà ad affrontare il fatto di dover vivere il successo da sotto al cappello di Linguini e di dover dividere il suo amico con Colette. Dalla sua Linguini imparerà il valore di riconoscere il lavoro e il successo altrui e di capire qual è la propria strada. Ma tutti si ricordano la sequenza in cui Ego mangia la Ratatouille.
Una sequenza che lo fa tornare a quando era bambino, che gli fa ricordare perché ama il cibo. Ego scriverà una recensione che tocca il cuore dell’arte, una lettera d’amore verso gli artisti: “Ma la triste realtà a cui ci dobbiamo rassegnare è che nel grande disegno delle cose, anche l’opera più mediocre ha molta più anima del nostro giudizio che la definisce tale.

La recensione che riscrive il senso dell’arte
Una lettera d’amore che potrebbe anche apparire in qualche modo ruffiana, per mettere in difficoltà i critici stessi che dovranno scrivere del film, ma la recensione continua: “Affermare che sia la cena, sia il suo artefice abbiano messo in crisi le mie convinzioni sull’alta cucina, è a dir poco riduttivo: hanno scosso le fondamenta stesse del mio essere! In passato non ho fatto mistero del mio sdegno per il famoso motto dello chef Gusteau “Chiunque può cucinare!”, ma ora, soltanto ora, comprendo appieno ciò che egli intendesse dire: non tutti possono diventare dei grandi artisti, ma un grande artista può celarsi in chiunque.
Questa affermazione si riallaccia ad una scena precedente, una frase quasi passata inosservata, che però racconta tutto il film. Quando Ego si presenta da Linguini gli dice che sta giocando senza un avversario, sta giocando contro le regole. Per il critico la sua passione è diventata una guerra, qualcosa per cui combattere, qualcosa da difendere; ha dimenticato qual è l’essenza.

Ritrovare l’origine della passione
Un film spezzato a metà che parla di molte cose, ma che ha come scopo quello di farci riscoprire le nostre passioni.
Ed è questo, forse, il vero cuore di Ratatouille.
Non la storia di un topo che cucina, ma quella di un critico che ha dimenticato perché ama il cibo, e che lo riscopre in un piatto semplice, sincero. Alla fine Ego capisce di non aver mai cercato un avversario, ma qualcuno capace di riportarlo all’origine della sua passione. E in quel ritorno all’infanzia, Ratatouille smette di essere una favola su un topo e diventa una storia sull’amore per ciò che facciamo.
