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Padrenostro

Le turbolenze sociali in Italia dagli anni ’60 agli anni ’80 sono ricordate per numerosi atti di violenza, lotta armata e terrorismo. Questi “anni di piombo” sono al centro di Padrenostro, terzo lungometraggio del regista Claudio Noce che, scavando nel suo trauma personale, racconta una storia vera avvenuta durante la sua infanzia: l’attentato a suo padre.

Padrenostro

Il periodo della lotta al terrorismo in Italia nei famosi “anni di piombo” rimane un argomento riccamente trattato nel cinema, elaborato con successo più sullo schermo che attraverso qualsiasi altro organismo ufficiale incaricato di responsabilità. Questo dramma nazionale rischia di essere sconcertante per coloro che ricordano e hanno vissuto il periodo, ma Padrenostro non fa alcun tentativo di affrontare il terrorismo, l’effetto che produce sulla società o rivedere le motivazione e le ideologie dei protagonisti. Invece, descrive il trauma personale di un bambino di 10 anni che si sveglia una mattina sotto gli spari e vede suo padre, vice capo della polizia quasi ucciso dai terroristi fuori casa. L’attentato è quello del 14 dicembre del 1976 avvenuto a Roma, messo in atto dai Nuclei Armati Proletari, in cui persero la vita il poliziotto Prisco Palumbo e il terrorista Martino Zicchitella.

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L’alter ego di Noce è Valerio (Mattia Garaci), un ragazzino dall’aspetto angelico con un soffio al cuore di basso grado e un debole per le passeggiate solitarie e i voli selvaggi di fantasia. Dopo quel tragico evento, la paura e il senso di vulnerabilità lasciano un segno drammatico nei sentimenti di tutta la famiglia, ma il regista e il co-sceneggiatore Enrico Audenino, si concentrano soprattutto sulle paure e sulle fantasie represse del bambino. Padrenostro, dunque, sceglie di vedere il duro e crudo mondo degli adulti dalla prospettiva di un bambino. Ancora più importante, quell’evento costringe Valerio a imparare una lezione che la maggior parte riceve solo durante il secondo decennio su questo pianeta: che suo padre, Alfonso (Pierfrancesco Favino) non è invincibile, e quindi la minaccia di essere ucciso incombe su di loro. È a questo punto che Valerio incontra Christian (Francesco Gheghi), un ragazzo più grande che prende il giovane sotto la sua ala protettrice: presto, comincia ad apparire ogni volta che Valerio sembra avere più bisogno di suo padre, servendo così quasi da figura paterna surrogata, ma anche da possibile frutto della fantasia di Valerio.

Padrenostro

La seconda metà del film si svolge in Calabria, romanticamente girata come un paradiso naturale dal direttore della fotografia Michele D’Attanasio, nella casa ancestrale del padre piena di zie, zii e nonni. È una vacanza di famiglia progettata per calmare tutti, ma in realtà non fa nulla di tutto questo. Da qualche parte nel viaggio, però, lo stesso Noce si perde un po’. Forse è tutto troppo personale. C’è sicuramente la sensazione che si stia identificando troppo con il suo personaggio principale e inizia a lanciare tutto ciò che ha nella telecamera (inclusi elementi fantastici e apparizioni). La Calabria degli anni ’70, le macchine, la grande casa in campagna, un patriarca stagionato, una dose di corde di Vivaldi e altro lento. Man mano che il film diventa meno drammatico approfondisce principalmente la relazione padre-figlio e quella tra Valerio e il ragazzo misterioso Christian, che avrà un risvolto inaspettato alla fine.

Ciò che non si può criticare è l’audacia e l’ambizione di Noce. Se Padrenostro finisce per essere un po’ un disordine, è comunque un bel disordine: scivolare dalle scene di sudore delle palme all’interno dell’appartamento di famiglia alla costa soleggiata della Calabria che di nuovo potrebbe essere reale, o una visione d’oro dell’aldilà. Guardare il film è come fare un tuffo profondo nel subconscio del regista. Tutto il cast fa un ottimo lavoro, una menzione speciale la merita sicuramente Favino che ha vinto anche il premio come miglior attore al Festival del Cinema di Venezia 2020, ma un grande plauso va anche al giovane Mattia Garaci, al suo film d’esordio, che si rivela una presenza naturale e rassicurante davanti alla telecamera portando pathos alla ricerca di un bambino di una connessione con il padre assente, quasi scomparso.

PANORAMICA DELLA RECENSIONE

regia
soggetto e sceneggiatura
interpretazioni
emozioni

SOMMARIO

Un film che scava nel trauma individuale del regista Claudio Noce e racconta una storia vera avvenuta durante la sua infanzia: l'attentato a suo padre durante gli “anni di piombo” in Italia. Un film personale che sceglie di vedere il duro e crudo mondo degli adulti dalla prospettiva di un bambino di 10 anni.
Maria Rosaria Flotta
Laureata in Scienze della Comunicazione con una tesi sul cinema d'animazione. Curiosa, attenta e creativa. Appassionata di cinema, arte e scrittura.

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