Sul finire degli anni ’60, in una regione a nord della Colombia dove abita l’antica popolazione nativa dei Wayuu, la giovane Zaida viene chiesta in sposa dall’ambizioso Rapayet. La ragazza è erede di una potente famiglia locale e la proposta viene accolta con ostilità da sua madre che decide di fissare una ricca dote per acconsentire alle nozze. Il pretendente non ha tali fondi a disposizione ma dopo un fortuito incontro con degli americani, volontari per i corpi di pace, comprende come la soluzione per un facile guadagno risieda nella vendita di droga agli stranieri. Con l’aiuto dell’amico Moises, Rapayet si reca dal cugino Gabriel, proprietario di una vasta coltivazione di marijuana, e inizia a venderla in qualità sempre maggiore agli acquirenti occidentali, acquisendo una ricchezza sempre maggiore. Il protagonista di Oro verde – C’era una volta in Colombia riesce così a sposare Zaida e, anno dopo anno, amplifica la rete di narcotraffico fino a diventare uno dei leader di quell’ambito criminale, ma un evento imprevisto rischia di mandare all’aria ogni cosa, dando inizio ad un inesorabile discesa nell’abisso.

Dopo l’ancestrale viaggio nell’Amazzonia più profonda di El abrazo de la serpiente (2015), il regista colombiano Ciro Guerra ci accompagna – coadiuvato dietro la macchina da presa dall’ex moglie Cristina Gallego – ancora una volta alla scoperta di mondi dimenticati e realtà indigene originarie del proprio Paese: in Oro verde – C’era una volta in Colombia si concentra sull’etnia Wayuu, ancor oggi legata ad antichi riti e tradizioni aventi a che fare con la terra in senso letterale e profondamente rivolte ad uno spiritismo arcaico, dove i sogni stessi possono rivelare fondamentali indizi sulle giuste decisioni da prendere o sulle tragedie in divenire. Rispetto al precedente film si nota un approccio maggiormente realistico e crudo, lontano dai virtuosismi di sorta del passato e indirizzato su un’ottica da epopea criminale attraversante le dinamiche alla base delle grandi saghe familiari che hanno fatto la storia del cinema gangsteristico, come ulteriormente rimarcato dal sottotitolo italiano.

Chi si aspettava nuovamente vagiti visionari potrà rimanere parzialmente spiazzato, ma Guerra qui scarnifica il suo stile da quegli splendidi orpelli estetici – comunque consoni alla storia dei due esploratori e della loro guida indio – per innescare la miccia di una lenta e irrefrenabile caduta negli inferi, scevra da retoriche paternalistiche ma causata da un corto circuito che, nello scorrere dei decenni, si apre a pagine sempre più amare. Oro verde – C’era una volta in Colombia è un film sull’impossibilità di reggere le proprie aspettative di partenza e insegna che a ogni delitto corrisponde un castigo: un messaggio forse semplice e scontato ma qui adattato a dinamiche narrative che mettono tutti contro tutti. Un gioco al massacro dove i legami, di qualsiasi genere essi siano, si sfaldano di fronte alla sete di potere e alla cocciuta protezione dei relativi affetti, anche quando questi sono effettivamente la miccia scatenante di una deflagrazione senza ritorno.

Diviso in cinque canti che spaziano nell’arco di un ventennio, Oro verde – C’era una volta in Colombia mantiene comunque un predominante sguardo antropologico, insinuandosi nelle antiche tradizioni e nel folklore di questa popolazione sempre più sparuta e affinando con evidenti simbolismi – siano questi sotto forma di sogni premonitori o di animali guida – il substrato trascendente del racconto. Racconto che evita facili spettacolarismi in favore di una messa in scena essenziale e incisiva, brutale quando deve e non sottostante alla formula di inusuali colpi di scena o scelte appaganti per il grande pubblico, con un finale semi-aperto su una delle figure determinanti il tracollo dello status quo narrativo. Proprio nella sua commistione tra cinema impegnato, rudezza tipica delle epopee criminali e veridicità nel rispettare una realtà così fuori dalle logiche sociali – nel bene e nel male – il regista trova la corretta chiave di lettura e la miriade di premi conquistati a vari festival internazionali, nonché la candidatura agli Oscar come miglior film straniero, non fanno che confermare le evidenti qualità dell’opera.

Voto Autore: 3.5 out of 5 stars

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