Duncan Jones, il figlio di David Bowie, già pluripremiato con Moon nel 2009, prova a riemergere nel 2018 con un thriller dal sapore sci-fi: Mute.

Nel futuro secondo Duncan Jones, Alexander Skarsgård riveste i panni di Leo, un barman amish muto. Libertà, solitudine e amore si intrecciano in quella che assomiglia piuttosto a un’allucinazione del presente.
Denis Villeneuve, Ridley Scott e George Lucas i padri spirituali di questa impresa distribuita da Netflix.

Un bambino galleggia in acqua con la gola aperta sanguinante, falciata dall’elica di un motoscafo. La sua famiglia amish non ha voluto dargli la possibilità di parlare, lasciando la sua guarigione a dio.

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Rivediamo Leo trent’anni dopo nuotare tranquillamente in una piscina che ha già il sapore di futuro, con il suo megaschermo subacqueo che simula un affollato abisso.
La trama di Mute è una semplice corsa alla ricerca di una donna scomparsa negli anni ’50 del 2000.

Seguiamo l’uomo in questa avventura un po’ cyberpunk. Va sempre dritto, proprio come il protagonista di un videogioco. Mentre lui gira la città, noi veniamo immersi nel panorama del futuro che ci dipinge Jones.
Berlino, in cui il regista ha vissuto, diventa modello di un mondo prossimo di nuovo in guerra, specchio di una Germania dispotica.

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Parallelamente vengono ripresi, su note rock’n’roll, Cactus Bill (volto noto di numerose commedie, oltre che della Marvel, Paul Rudd) e il suo migliore amico Duck (Justin Theroux, che ha lavorato con David Lynch e Ben Stiller).

Sono due medici da campo americani, che hanno combattuto una guerra in Afghanistan, diventati gangster. O piuttosto la caricatura di due gangster: uno con capelli biondi alla John Lennon, l’altro con baffoni e camicie hawaiane; entrambi hanno intrallazzi con la malavita, impellenti sogni di evasione e perversioni.

Bill è un disertore che odia la Germania, per questo lo vediamo alla ricerca disperata di documenti falsi per tornare negli Stati Uniti insieme alla silenziosa Josie, sua figlia. Duck invece, dopo la missione ha aperto uno studio medico di protesi infantili a Berlino – una posizione lavorativa terribile per un pedofilo.

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Questa coppia di personaggi rende omaggio anche a Il Grande Lebowski che si può vedere citato indirettamente nella scena del bowling.

La donna che Leo cerca è la dolce Nadiraah (la tedesco-irachena Seyneb Saleh), la sua misteriosa fidanzata dai capelli blu di cui tutti sono innamorati, tra questi l’eccentrico Luba (Robert Sheehan), suo coinquilino ed ex ragazzo. Per lei l’handicap dell’uomo non è un problema, perché sa leggere i suoi occhi: “Non servono le parole a lui. È gentile”.
Le origini della ragazza si intuiscono dall’accento particolare e da un’affettuosa frase che pronuncia all’amato “Da Stargo Tora” che in persiano significa “la cosa che mi fa sentire bella”.
Il loro sembra un amore sincero e spontaneo, ma risulta da subito complicato dall’ambiente in cui lavorano insieme, il night club Dreams e, subito dopo, dalla sua scomparsa.

“Non sei solo un cliente, ma parte del sistema” si sente esclamare una voce registrata dagli altoparlanti in strada: Leo trattiene il respiro e beve un boccale d’acqua da litro tutto d’un fiato. Stava disegnando dettagliatamente due delfini in amore per un letto da intagliare. La passione del barista per la scultura in legno fa emergere il lato artistico e il carattere paziente e attento del protagonista.

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Berlino è descritta nei dettagli come città credibile in un futuro prossimo a noi. Quotidiani cartacei, tv, chioschi, auto d’epoca, convivono con droni, sbarchi lunari, robot e protesi all’avanguardia. Un futuro che sembra abbia cambiato un po’ il paesaggio, ma senza stravolgere le abitudini della società.

Dentro agli ambienti sembra che il tempo non si sia fermato; fuori, invece, vediamo il futuro da sempre prospettato: caotico, rumoroso, con luci led e insegne al neon che emergono dal buio; droni, vetture strane. Leo, silenzioso e vestito con un abito in tweed e camicia bianca, emerge nel contesto, distinguendosi.

Un altro altoparlante invita a denunciare chiunque imbratti i muri di graffiti; tutto il personale militare americano presente nei locali deve essere munito di pass validi o di comunicare la posizione dei funzionari americani assenti ingiustificati. Sono riferimenti alla situazione internazionale che fa da sfondo.

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Il cast è ben assortito, Mute forse non è brillante quanto il prequel Moon, ma di sicuro molto interessante per come dipinge il futuro, raccontando l’essere umano con i suoi sempreverdi legami interpersonali, sentimenti e diatribe interiori.
Accattivante è la connessione tra questo prodotto e il precedente, che lascia intendere l’articolazione della sua opera di visione del futuro in più parti e aspetti. In una scena infatti, la televisione trasmette il processo a Sam Bell da parte dei suoi cloni (Sam Rockwell, protagonista di Moon).

Il film può essere letto anche come un tributo del figlio al padre scomparso prima dell’inizio delle riprese. In effetti, assieme alle autocitazioni, le citazioni a David Bowie non mancano.
Tutto ciò rende il lungometraggio un rebus interessante da decifrare sotto la sceneggiatura. Sebbene la critica in generale non l’abbia particolarmente apprezzato, la poetica di Duncan Jones non è da trascurare nel panorama cinematografico attuale.

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Mute rientra nella schiera dei film ambientati nel futuro che vogliono fare riferimento a determinati aspetti del presente che potrebbero accentuarsi o aggravarsi.
L’enfasi di certe scene rende grottesca e quindi più leggera la sceneggiatura, offrendoci il modo di riflettere senza appesantirci.
In Mute si ironizza anche sulle disabilità in modo leggero ma non superficiale, in un mondo futuro in cui essere diversi è quasi d’obbligo, anche se alcune caratteristiche rimangono ancora fonte di scherno.

Il finale non è del tutto inaspettato, tuttavia risulta come una catarsi, una liberazione estrema. Un lieto fine splatter che ci fa di nuovo respirare e, forse, sperare in un futuro migliore.

“Per poter plasmare la gente, spesso Dio deve fonderla”.

Voto Autore: 3.5 out of 5 stars