Melancholia segna uno dei film cardine di Lars von Trier. Opera apparsa sugli schermi nel 2011, è ispirata a un episodio di depressione di cui ha sofferto il regista in prima persona.
La pellicola è stata presentata in concorso al 64º Festival di Cannes dove la protagonista Kirsten Dunst ha vinto il premio per la miglior interpretazione femminile.
Melancholia: trama
Justine Tautou sta per sposarsi, all’apparenza sembra una ragazza sorridente e amichevole, ma il giorno del suo matrimonio non è il più canonico. Prima si isola, poi tradisce il marito, infine insulta il suo datore di lavoro e si licenzia. Dopo essere stata lasciata dal marito e dopo che gli invitati le hanno voltato le spalle, cerca aiuto e conforto nelle figure genitoriali, che si dimostrano insensibili.
L’unica a stare vicino a Justine sarà la sorella Claire (protagonista della seconda parte del film). Il giorno dopo il matrimonio andranno a fare un giro a cavallo, e Justine si accorgerà che la stella Anatares è scomparsa dal cielo.
La Terra collasserà con il pianeta Melancholia, che ha offuscato la stella, presagendo una catastrofe imminente. Il marito di Claire, John, appassionato di astronomia, afferma che il pianeta passerà vicino alla Terra, senza entrare nella sua orbita, ma poi si scopre che il pianeta ha cambiato rotta. John si suicida con un mix di farmaci, Claire inizia a soffrire di crisi d’ansia e attacchi di panico. L’unica tranquilla sembra essere proprio la depressa Justine.

Melancholia: cast
Kirsten Dunst interpreta la protagonista Justine Tautou, mentre la sorella Claire è interpretata da Charlotte Gainsbourg. Il marito di Claire, John, è Kiefer Sutherland, mentre l’ex marito di Justine, Michael, è Alexander Skarsgård. Leo, figlio di Claire e John e nipote di Justine è interpretato da Cameron Spurr. I genitori di Claire e Justine sono Charlotte Rampling e John Hurt.
Wagner, Ofelia e la depressione
Melancholia fa uno scanner poetico quanto matematico alla depressione. Questa sembra a volte una canonica apocalisse, a volte un meno banale e più inaspettato fiume, che ci trasporta inevitabilmente a une fine, un’incompiutezza e una visione priva di senso, ma con la calma che contraddistingue i peggiori stati di nevrosi repressa. Un pathos e un calore che si sono appassiti e raffreddati.
L’opera parla fondamentalmente dell’insensatezza dell’esistere, secondo gli stati di coscienza in cui ci si trova quando la prospettiva è quella del pessimismo o del nichilismo. Perché sposarsi? Perché avere un lavoro, una famiglia, delle sane relazioni sociali? A che scopo? Il rispetto di queste regole non soddisfa più, non se ne vede il senso ultimo, non c’è un significato più grande. Lasciarsi andare al caso sembra l’antidoto al limite della vita umana, rinchiusa in schemi, regole e corpi.
L’estetica del film ci riporta alla pazzia di Ofelia, in cui Justine (nella locandina del film) distesa sul fiume col vestito da sposa ne incarna la follia ormai divenuta mitezza. Mentre le sonorità si rivolgono al Tristan und Isolde di Wagner, il cui preludio al minuto 8 si rivela ossessivo e pressante, perfetto per dichiarare istrionicamente il desiderio della fine, la fine che in Justine è implosa, quindi esplode nella musica.
Solo la camera a mano a un certo punto diventa un’ossessione che anche per questo film è troppo morbosa.

Melancholia: Il ribaltamento
Melancholia crede fermamente che il sentire interno sia l’unica cosa che esiste.
Melancholia è come un’irruzione pronta a eliminare tutte le false credenze su cui si erigeva una vita fatta di quei limiti che alla protagonista sembrano tanto restrittivi. Tutte le illusioni vengono rivelate come tali attraverso il collasso del pianeta. L’esplosione finale è banalmente metafora del tormento della depressa, ma il parallelismo diventa meno banale quando tutta la traiettoria del pianeta diventa il movimento del sentire di Justine. Dal primo avvicinamento alla collisione finale di Melancholia rappresentata in un diagramma riviviamo fisicamente la danza della morte interiore.
Il topos del ribaltamento della situazione diventa cruciale. Il folle diventa l’unico sano, mentre il sano diventa folle. La collisione porta inevitabilmente a una rottura dello status quo e quindi al suo ribaltamento. La sorella Claire, apparentemente la più saggia e pronta a prendersi cura di una sorella “malata”, sembra diventare la più ansiosa man mano che il film va avanti, come se la collisione stesse per distruggere le certezze su cui stava in piedi una vita borghese. Justine è innocentemente serena. La follia la fa diventare serena e saggia in un momento in cui tutti perdono invece la testa. Chi è il pazzo allora?

La fine ci salverà?
Il figlio di Claire, Leo, è l’alleato perfetto di Justine, un bambino con cui vivere la fine come un’avventura, creando insieme “la grotta magica”.
La scena finale della collisione, con Claire, Leo e Justine dentro “la grotta magica”, è diretta e interpretata così bene da non farci accorgere della lunghezza, che altrimenti, sarebbe estenuante. La grotta segna un triangolo con tre vertici: Leo, la saggezza di chi non ha sovrastrutture, Justine, la malinconia di chi sa ma ha accettato, Claire, la totale instabilità. Una mimica straordinaria in tre attori potentissimi, la cui interpretazione nel finale vale quella di tutto il film.

Conclusioni
Melancholia è uno dei film più conosciuti di Von Trier, forse il meno grottesco, forse il più delicato, forse quello che ha parlato meglio della sua interiorità, senza il bisogno di immagini visivamente disturbanti, ma più sottilmente disturbanti, facendo uno scanner perfetto allo stato di depressione, ma mettendo in primo piano temi universali e portando in scena “l’apocalisse” in uno dei modi più originali possibili.
