L’agente segreto, rientrato da poco nella shortlist dei migliori film che il Brasile candida agli Oscar Internazionali, è un’opera scritta e diretta dal talentuoso Kleber Mendoncan Filho, che già si era fatto notare con Bacurau (2019), Premio della giuria al Festival di Cannes.
Questa sua ultima fatica è stata presentata al Festival di Cannes 2025 dove ha vinto il premio per la miglior regia e il miglior attore protagonista Wagner Moura (il Pablo Escobar di Narcos 2015) ed è stato proiettato anche in occasione della 20. Festa del Cinema di Roma.
Opera densa, attentissima al dettaglio, che rievoca con amore, dolore, struggimento ed ironia il Brasile degli anni 70, sotto dittatura militare dei Gorillas che governarono con terrore e corruzione dal 1964 al 1985.

L’agente segreto – Trama
Marcelo (Wagner Moura) è un ex perseguitato dal regime, divenuto a suo tempo scomodo alle autorità per essersi opposto a sconsiderati e criminali traffici dell’azienda in cui era dipendente. L’uomo fa ritorno nella sua città natale, Recife, durante il carnevale, per riallacciare i rapporti con il figlio avuto dalla sua ex-compagna.
Ma la sua vita qui è, volente o nolente, quella da esule fuggiasco, un nemico implicitamente pubblico, un bersaglio. Può contare su una comunità di rifugiati organizzata sistemicamente, che lo intercetta, lo accoglie, si muove camaleontica e solidale attorno a se stessa, guardandosi sempre e comunque le spalle.

Poichè la storia non si cancella ed il passato costruisce vendetta, sulle sue tracce viene assoldato un killer, che, spalleggiato dal suo stesso figlio, ha il compito di regolare i conti con lui in via definitiva. Tutta questa storia emerge dalle registrazioni audio che due studentesse dei nostri giorni stanno approfondendo per una loro ricerca universitaria che ha ad oggetto l’epoca della dittatura militare brasiliana.
L’agente segreto – Recensione
L’agente segreto è un film-quadro, che evoca ed incornicia spettri e marciume della storia politico-civile del Brasile sistemandoli in un giro di vite di ampio raggio. Aspettiamo infatti molto, almeno tre quarti d’ora di girato, prima di capire, meglio intravedere, quale sia il problema del protagonista, che vaga nella sua città natale, tra simboli di morte, ironiche citazioni cinefile (Lo squalo di Spielberg, un fantasma di prossimi sanguinosi decessi), buffi personaggi e presagi di qualche altra cosa.

Uomini in cerca di equilibrio, laddove l’equilibrio è programmaticamente in allarme perché i quartieri non dimenticano, i giornali nemmeno, figuriamoci certe divise. Un quadro di colori, umori e forme fisiche che attraversano i ruderi della democrazia brasiliana, galleggiando nella precarietà sociale ed esistenziale di quelle geografie. Dove il passato non è mai troppo passato ed il futuro è sempre in costruzione ipotetica.
Il passato non è mai troppo passato e non va normalizzato
Le identità delle persone sono scavi facciali e scheletri da cui non è possibile esimersi: tornano, si intrecciano, riaffiorano, dalle acque del mare, dai volti segnaletici, dalle fototessera vintage, dai nastri audio di una biblioteca studentesca. È quella storia che cerca voce, una voce che da non dimenticare, tantomeno normalizzare. Una storia fatta di soap-opera televisive che danno casuali ed emblematici titoli ai film ed espressioni arbitrarie, di caramelle, primo cinema e abusi violenti.

La doppia natura dell’epoca in cui si vive/si è vissuto torna sempre nell’opera di Mendoncan Filho. La trasformazione dei luoghi, delle persone in essi contenute, la presa di coscienza, la lotta ad un oblio graduale e repentino insieme che non deve fare tornare i moniti della storia ad una dimensione di impotenza.
Racconto-lago privo di affrettamenti, improvvisamente esplosivo, documentaristico sul finale
A dargli manforte un racconto-lago, cronologicamente disteso, privo di affrettamenti, che segue il ritmo del proprio cuore, della memoria e della dimenticanza, del peso e della libertà. L’agente segreto esplode in certa violenza, in alcuni paradossi umoristici, e contiene, il dolore, il tradimento, la ferita all’uomo schiacciato, destreggiandosi tra tracce amare di assurda euforia, e gusto documentaristico, riservato, nell’ultima parte, ai dialoghi con le ragazze impegnate nella loro ricerca universitaria.

Fotografia e ricostruzione d’epoca perfette, a dimostrazione di una premura verso il particolare che va oltre il compito necessario ed entra nella devozione. I colori sono caldi, normalizzati in contrasto crescente, per poi normalizzarsi man mano che il tempo scorre e si avvicina al nostro, abbandonando la dimensione un po’ profetica del Carnevale.
L’agente segreto – Cast
Su questo sfondo agisce una recitazione impeccabile, che sceglie volti e forme fisiche assolutamente collimanti con l’atmosfera costruita. Premiato come miglior attore a Cannes, Moura, ha la capacità di reggere a lungo, con efficacia composta, serietà ed anche sorriso ironico, una situazione dilagante, che appare implodere in sé stessa, fino poi a vendicarsi del suo “late starting” riversandosi nel dramma tutto insieme.

Fogge fisiche ed espressive collimanti al dettaglio con l’atmosfera
Ogni dialogo tende a rubare pezzi di verità, per quanto a volte paradossali possano essere, restituendo la sensazione di una ricerca ancora non approdata, ancora non chiara, continua, disagevole ed importante. Una ricerca che merita anche il rispetto del silenzio da parte delle vittime che, a distanza di anni, vorrebbero non dover parlare di ciò che le straziò.
Il compito resta su chi rimane, di continuare a condurre la memoria in quei territori dove si preferirebbe non guardare o dove, il dolore, ha smesso di andare a cercare.
