Recensioni FilmLa messa è finita - Il "nostos" tra idealizzazioni e comica disillusione

La messa è finita – Il “nostos” tra idealizzazioni e comica disillusione

La messa è finita (1985) diretto da Nanni Moretti è uno dei film più interessanti del panorama cinematografico italiano degli anni ’80. Il film racconta un “nostos”; un ritorno a casa in una città natale, dove il protagonista deve affrontare una realtà familiare e sociale profondamente cambiata. Attraverso uno sguardo intimo e disilluso, Moretti costruisce una riflessione lucida sulla solitudine, la crisi dei valori e il difficile rapporto tra individuo e comunità.

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Con il suo stile inconfondibile — ironico, autobiografico e al tempo stesso profondamente malinconico — il regista abbandona in parte i toni più esplicitamente satirici delle opere precedenti, come Ecce bombo e Bianca, per avvicinarsi a una narrazione più matura e introspettiva. Un passaggio, quindi, verso tematiche più interiori e universali.

Il film ottenne un importante riconoscimento internazionale vincendo l’Orso d’Argento per la miglior regia al Festival di Berlino. Una consacrazione definitiva per Moretti, visto ormai come uno degli autori più interessanti del panorama europeo. Un premio capace di dare visibilità al cinema nostrano in un periodo in cui faticava a imporsi a livello internazionale.

La messa è finita

La messa è finita – Trama

Don Giulio (Nanni Moretti) è un giovane sacerdote che, dopo un periodo trascorso lontano, torna nella sua città natale sul litorale laziale. Il rientro, che dovrebbe rappresentare un momento di stabilità e continuità, si trasforma invece in un confronto progressivamente più difficile con una realtà profondamente mutata.

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Don Giulio si ritrova immerso in un ambiente familiare e sociale segnato da tensioni, incomunicabilità e fragilità emotive. I rapporti con i genitori, la sorella e gli amici di un tempo appaiono incrinati, sospesi tra affetto e distanza, mentre il tessuto umano che lo circonda sembra incapace di offrire punti di riferimento solidi. Le persone che incontra sono alle prese con crisi personali, scelte difficili e un irrisolvibile senso di smarrimento.

Nel suo ruolo di sacerdote, Don Giulio cerca di ascoltare, comprendere ed aiutare. Ben presto, però, si scontra con i limiti della parola e con l’impossibilità di intervenire davvero nella vita degli altri. La sua presenza diventa così quella di un osservatore partecipe ma impotente. Un testimone di un mondo in cui i legami si sfaldano e la comunicazione si fa sempre più difficile.

Il film segue quindi il suo progressivo confronto con questo contesto, alternando momenti di sottile ironia a passaggi più amari e riflessivi. Un ritratto di una crisi non solo individuale ma collettiva. Un microcosmo che influenza interiormente Don Giulio, ormai in una sempre più profonda discussione del proprio sé.

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La messa è finita – I temi cari al cinema italiano

Il ritorno di Don Giulio nella sua città natale rappresenta una presa d’atto di una frattura ormai insanabile tra individuo e comunità: ciò che apparteneva al passato — relazioni, valori, certezze — appare definitivamente svuotato. La disillusione, i legami infranti con il passato e il ritorno ad un mondo completamente distante dalle idee precedenti sono temi molto cari al cinema italiano.

In film come Il sorpasso, il vuoto emerge come un rovescio inaspettato nato dall’euforia del boom economico: la crisi è un momento di rivelazione, uno strappo che svela ciò che prima era nascosto. Nel film di Moretti, invece, quella crisi è già compiuta e interiorizzata; non esplode, ma si deposita nei silenzi, nei dialoghi mancati, nell’incapacità dei personaggi di entrare davvero in relazione.

Un confronto analogo può essere stabilito con C’eravamo tanto amati, dove la disillusione nasce dal tradimento degli ideali sia in amicizia che collettivi. Nel film di Scola, la memoria di un impegno condiviso resta ancora il centro del racconto, anche se segnato dal fallimento. In La messa è finita, al contrario, quella memoria sembra già dissolta: non resta più un passato da rimpiangere in senso eroico, ma solo una quotidianità frammentata e priva di riferimenti comuni.

In questo senso, La messa è finita si colloca come punto di arrivo di un percorso: dalla rappresentazione di una crisi collettiva ancora condivisa si passa a una dimensione interiore e solitaria, in cui la frattura non è più un evento da comprendere, ma una condizione permanente dell’esistenza.

Il confronto con una realtà deludente

Don Giulio si trova così a confrontarsi con l’impossibilità di ricostruire un senso condiviso. Il passato non è recuperabile, e il presente non offre che misere alternative consolatorie.

Eppure, proprio attraverso questa presa d’atto, emerge un esito inatteso. La crisi innescata continuamente in ogni situazione in cui Don Giulio si trova, lo costringe a fare i conti con i propri conflitti interiori che lo hanno portato, già ad inizio film, a cercare rifugio nella casa che si aspettava di ritrovare. La disperazione, mai gridata ma costantemente percepita, conduce gradualmente a una forma di accettazione.

Non si tratta di una riconciliazione piena o risolutiva, ma piuttosto di una pacificazione interiore fatta di consapevolezza. Accettare i limiti degli altri, la propria impotenza e la fine delle illusioni. Illusioni probabilmente nate più dall’impellente bisogno interiore di sfuggire al confronto con l’io che da una realtà effettiva. In questa quieta resa, Moretti sembra suggerire una possibilità di equilibrio, fragile ma autentico. Una pace che passa non attraverso il recupero degli ideali perduti, bensì grazie al loro abbandono che riesce a creare un’accettazione positiva. Una rassegnazione non cinica ma costruttiva quanto coraggiosa.

La messa è finita

Conclusione

In La messa è finita, Moretti costruisce un racconto sommesso ma profondamente incisivo. Il percorso di Don Giulio, prima molto attivo poi costretto alla passività dinnanzi al naufragare delle proprie nostalgiche illusioni, costringe il pubblico a confrontarsi con il proprio io come poche opere della sua filmografia. Merito, impossibile non citarlo, di una sceneggiatura molto pensata e di una scrittura dei personaggi attenta e mai banale.

Le tematiche del film torneranno, molti anni dopo, in Habemus Papam, dove niente di meno che il papa stesso si confronterà con il peso delle aspettative e con un senso paralizzante di inadeguatezza. Una crisi amplificata su scala universale; eppure, in entrambi i casi, Moretti rifiuta soluzioni semplici, privilegiando uno sguardo umano, empatico e profondamente anti-retorico.

Nel complesso, La messa è finita è un’opera chiave per comprendere non solo l’evoluzione del regista in quanto tale, ma anche una traiettoria di un certo cinema italiano: quella che, abbandonate le illusioni collettive del passato, si concentra sulle crepe dell’individuo e sulle difficoltà del vivere contemporaneo. La sua forza risiede proprio nella capacità di raccontare il vuoto senza mai spettacolarizzarlo, affidandosi a un tono crepuscolare, a tratti ironico, ma sempre profondamente sincero.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

La messa è finita di Nanni Moretti è un ritratto intimo e disilluso della perdita degli ideali e della difficoltà di comunicare nel presente. Con uno stile sobrio e malinconico, il film trasforma una crisi personale in una riflessione universale. Consigliato a chi cerca un cinema introspettivo e autoriale, meno a chi preferisce narrazioni più dinamiche o rassicuranti.
Fabio Salvati
Fabio Salvati
Il cinema mi piace da quando ero piccolo, e passavo i pomeriggi a perdermi tra storie di ogni tipo, dai cartoni animati ai grandi classici. Da Iñárritu a Kim Ki-duk, da Farhadi a Herzog, fino a Fellini e Monicelli: non faccio distinzioni, guardo tutto con entusiasmo quasi sospetto. Sono un appassionato di sceneggiatura e mi diverte smontare i film pezzo per pezzo, capire come funzionano e scoprire i segreti che li rendono così affascinanti.

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