Le quattro giornate di Napoli è un film del 1962 diretto da Nanni Loy, candidato all’Oscar come miglior film straniero e premiato con due Nastri d’Argento. Racconta uno degli episodi più straordinari della Seconda Guerra Mondiale: l’insurrezione popolare con cui i napoletani, tra il 27 e il 30 settembre del 1943, cacciarono da soli i tedeschi dalla città — prima ancora dell’arrivo degli Alleati. Fu l’unica città europea occupata dai nazisti a liberarsi con le proprie forze.
È un film importante non solo per quello che racconta, ma per come lo racconta. Nanni Loy sceglie di non costruire eroi singoli e monumentali, ma di restituire la resistenza napoletana per quello che fu davvero: un fatto collettivo, popolare, caotico e umano. Una città intera che a un certo punto dice basta.

Le quattro giornate di Napoli – Trama e contesto storico
Napoli nel settembre del 1943 è una città devastata, come molte città durante il periodo bellico. Bombardata dal novembre del 1940, è una delle città più colpite dell’Italia. La popolazione vive nei rifugi antiaerei. L’8 settembre l’armistizio getta tutto nello sbando: le autorità dello Stato scompaiono, le forze armate non sanno più a chi obbedire e i tedeschi diventano occupanti.
Il film cattura benissimo questo momento. C’è prima l’entusiasmo. La notizia dell’armistizio accende il morale della città, la gente scende in strada, sembra finita. Poi il risveglio amaro: la guerra continua, è solo cambiato il nemico. Il primo segnale lo dà la fucilazione di un marinaio davanti ad una folla costretta ad applaudire. È una delle scene più forti del film, senza musica, solo il rumore dei fucili e il silenzio. Da questo momento il clima si intensifica: rastrellamenti e deportazione forzata al lavoro in Germania. E la scintilla che fa esplodere tutto: i napoletani non si presentano. I tedeschi cominciano a cercarli casa per casa.
Le donne sono le prime a reagire.

Le quattro giornate di Napoli – Recensione
Il film è girato in bianco e nero, per scelta deliberata non per limitazione tecnica. Loy scelse di restare nel bianco e nero per avvicinarsi all’estetica del neorealismo e dare alla storia l’allure del documento storico.
La sceneggiatura porta firme importanti: Pasquale Festa Campanile (Il Gattopardo), Massimo Franciosa (Il Gattopardo) , Vasco Pratolini (Paisà) e lo stesso Nanni Loy. La scrittura è solida e attenta alle sfumature, per lo più in napoletano. I personaggi parlano in modo credibile non con frasi ad effetto da film di guerra. Il napoletano è onnipresente, non addolcito nè tradotto. È un’altra scelta precisa di Loy: questa storia appartiene a quella città e a quella gente, e la lingua lo ricorda costantemente.
Un elemento da apprezzare è la scelta di non mostrare carneficine. La violenza è onnipresente attraverso spari, fuochi, barricate, morte, ma non è mai esibita per fare effetto. La sofferenza si legge nei volti, nei gesti e nei silenzi. Loy capisce che l’orrore non ha bisogno di essere mostrato unicamente attraverso la vista del sangue versato. Lo si percepisce ugualmente. È una scelta che oggi, nel cinema contemporaneo, sarebbe considerata quasi rivoluzionaria.

Il film della coralità
Una delle cose più belle del film è vedere come in un certo senso quasi tutti vogliano fare qualcosa. Non è un film che dipinge Napoli come unanimemente eroica, ci sono anche chi esita, chi se ne sta in disparte, persino un fascista che fino all’ultimo cerca di convincere i tedeschi di essere dalla loro parte. Ma la spinta collettiva è reale e travolgente.
Le donne portano le munizioni nei cestini della spesa, i vecchi insegnano ai giovani ad usare le armi, i civili costruiscono barricate con porte, finestre e pietre. Si vede persino attaccare i tedeschi buttando di tutto giù dalle finestre, tra mobili, sedie e specchi.
La ritirata nemica avviene alzando una simbolica bandiera bianca.
La scelta più coraggiosa di Nanni Loy è quella di non avere un protagonista. Il film segue più storie in parallelo, più personaggi, più quartieri — esattamente come fu nella realtà. Non c’è un eroe che salva tutti. C’è una città che si salva da sola. Ed è per questo che nel cast, attori importanti come Gian Maria Volonté (Per un pugno di dollari), Lea Massari (La prima notte di quiete), Aldo Giuffrè (Il medico dei pazzi), Luigi De Filippo (Filumena Marturano) e Pupella Maggio (Amarcord) accettarono di non comparire nei titoli di testa e di coda. Una scelta precisa: nessuno doveva emergere più degli altri, perchè il protagonista era uno ed era il popolo.

Gian Maria Volonté e Gennarino Capuozzo
Tra i personaggi che rimangono più impressi c’è quello interpretato da Gian Maria Volonté, un militare chiamato da tutti il Capitano.
Volonté è in stato di grazia: porta sullo schermo la determinazione e la complessità di un uomo che sceglie da che parte stare in un momento in cui tutto sembra crollare.
Ma il momento più difficile da guardare, e più necessario, è quello di Gennarino Capuozzo, il ragazzino di undici anni che combatte sulle barricate. Era una figura reale: Giuseppe Oliva riconosciuto partigiano combattente caduto per la lotta della liberazione.
La scena della sua morte è girata senza musica, senza enfasi. Solo il rumore dell’ambiente e un vuoto enorme.
Il film è dedicato a lui e si capisce perchè.

Conclusione
Le quattro giornate di Napoli è un film che andrebbe visto ogni 25 aprile. Non perchè sia un film didattico, ma perchè racconta una storia vera con la forza del grande cinema: senza semplificazioni, senza eroi di cartone, senza retorica vuota.
Racconta che la resistenza non è astrazione. La resistenza è gente comune che a un certo punto decide che basta. Uomini, donne, anziani e bambini. Una città intera che si alza.
Il popolo unito non sarà mai sconfitto.
Napoli lo ha dimostrato nel settembre del 1943. Nanni Loy lo ha ricordato per sempre.
