Jeanne Dielman, 23, quai du Commerce, 1080 Bruxelles o semplicemente Jeanne Dielman è un film del 1975 diretto da Chantal Akerman. Si tratta di una pellicola assolutamente rivoluzionaria per il tempo e ha debuttato alla Quinzaine des Réalisateurs del 28º Festival di Cannes. La regista ha dedicato il film a suo madre.
La sua distribuzione non fu facile, specie per la durata insolita di 201 minuti, rendendolo un prodotto difficile da proiettare nelle sale. Nonostante le difficoltà il progetto ha raggiunto con il tempo una grande notorietà, diventando un cult e vantando nel 2022 il primo posto nella lista dei film migliori della storia del cinema, secondo Sight and Sound.

Jeanne Dielman – Trama
La trama è piuttosto lineare e semplice. Nel film si raccontano tre giorni tipici della vita di una donna di nome Jeanne (Delphine Seyrig), dal lunedì al mercoledì. Il tutto è descritto con una grande minuzia che non solo mette in evidenzia la grande ossessività, ma anche la ripetitività delle azioni della protagonista. Con il passare del tempo la tensione aumenta, fino a quando non si arriva ad una rottura dell’equilibrio.
La donna ha anche un figlio, Sylvain, che va a scuola e al quale cucina. Oltre a questo, ha l’abitudine di prostituirsi, proprio mentre il ragazzo è via da casa, accoglie i clienti. E’ durante il secondo giorno che qualcosa si rompe nella routine di Jeanne, in particolare con il secondo cliente. Difatti non riesce a svolgere correttamente alcune delle sue attività quotidiane, come per esempio cuocere le patate.
L’epilogo di Jeanne Dielman è tanto violento, quanto il messaggio che il film vuole lanciare.

Jeanne Dielman – Recensione
Jeanne Dielman è un progetto che ha rivoluzionato, senza alcun dubbio e sotto innumerevoli punti di vista, il cinema che è venuto dopo. Innanzitutto si tratta di un film la cui durata delle azioni corrisponde effettivamente a quella reale, dunque lo spettatore riesce a percepire la materialità delle attività della protagonista. Di conseguenza percepisce anche che qualcosa, ad un certo punto, sembra non star funzionando.
Chantal Akerman, inizialmente, aveva scritto un soggetto più corpulento, però dopo poco ha cambiato idea riducendolo all’osso. Un’operazione di snellimento che ha dato giustizia al significato ultimo che la regista voleva attribuire all’opera, ovvero quello di raccontare una vita routinaria, che ad un certo punto si sgretola, fino a distruggersi completamente. Se ci fossero state delle aggiunte di trama, non avrebbe avuto sicuramente lo stesso effetto e la stessa potenza.
La camera è sempre fissa, non vi sono primi piani, ma principalmente piani medi in cui la protagonista è assorta nelle sue attività. Capita addirittura che l’inquadratura resti vuota, proprio perché Jeanne si alza per mettere qualcosa in frigo o per spostarsi da una parte all’altra della casa e i tempi sono molto precisi, dato che la stessa Akerman si è affidata ad un orologio. Il film è caratterizzato da lunghi silenzi, come tutti i progetti della regista.

Un grido di resistenza
Jeanne è un personaggio estremamente complesso, tanto che lo spettatore riesce a captare ben poco. L’aspetto principale che si coglie è sicuramente legato al potenziale disturbo ossessivo compulsivo, che la accompagna nei suoi giorni. Ma la protagonista è molto più di questo.
Chantal Akerman costruisce un personaggio tanto consapevole, quanto stanco. La regista si è dichiarata apertamente femminista dall’inizio della sua carriera e non ha mai nascosto la sua omosessualità. Questi elementi sono fondamentali per la lettura di Jeanne Dielman.
Innanzitutto, in quasi tutta la filmografia di Akerman, i personaggi sembrano avere una repulsione nei confronti degli uomini, non dettata solo dall’orientamento sessuale. L’avversione nasce dalla consapevolezza politica dei personaggi, proprio come Jeanne, nell’essere donne in un mondo fatto di soli uomini. La protagonista potrebbe aver avuto un qualunque altro nome, proprio perché ogni donna vive la stessa condizione ed esperisce la stessa oppressione.
Nel momento in cui Jeanne deve prostituirsi per avere un’entrata economica, si piega al patriarcato e percepisce la frustrazione. Quest’ultima, unita ad una grande insoddisfazione, può sfociare in qualcosa di estremamente violento ed è quello che accade nella pellicola. Il tutto termina con l’atto ultimo di uccisione di un uomo, che non solo genera malessere alla protagonista in quel momento. Ma è il motivo alla base dell’ineguaglianza sessuale, del maschilismo e dell’oppressione delle donne.
Dunque l’atto finale in Jeanne Dielman diventa un momento di enorme catarsi per la protagonista, per lo spettatore (quello consapevole ed educato all’argomento) e per un gruppo che vive oppressione e disuguaglianza. Il film diventa un piccolo grande omaggio che la regista ha voluto creare permanentemente per un certo tipo di pubblico, che sapeva l’avrebbe capito.

Conclusioni
Jeanne Dielman è un film impegnativo da guardare, in quanto a primo impatto può sembrare difficile da comprendere. E’ privo di trama, è prolisso (anche se silenzioso) e accade molto poco. Eppure nel suo essere povero di accadimenti, lancia un messaggio politico potentissimo e non facile da captare. E’ solo il pubblico più attento ed educato che riesce a comprendere l’audacia e la potenza di questa piccola perla.
