Il salario della paura è un film del 1977 diretto da William Friedkin. Dopo il successo di Il braccio violento della legge e L’esorcista, il regista americano decise di girare un adattamento di Le Salaire de la peur, libro di George Arnaud da cui George Clouzot aveva già tratto il film francese Vite vendute. Friedkin lo definì un nuovo adattamento del libro di Arnaud, non un remake del film di Clouzot, anche se l’omaggio al regista francese è evidente. Arnaud, Clouzot, Friedkin: una storia, tre racconti diversi. Quattro protagonisti e una missione suicida condensano in questo film tutte le peggiori declinazioni dell’animo umano. Il racconto di un viaggio che come obiettivo sembra avere il denaro, ma invece porta negli inferi, verso un destino inevitabile.

Il salario della paura – Trama
Quattro uomini, quattro storie diverse. Nilo (Francisco Rabal) un sicario messicano, Kassem (Amidou) un terrorista palestinese, Victor (Bruno Cremer) un truffatore dell’alta finanza francese e Jack Scanlon (Roy Scheider) un gangster americano. Quattro storie diverse che si risolvono tutte allo stesso modo: una fuga in America latina. Fuggono per salvarsi, fuggono dai loro peccati e dalle loro vite per ripartire da capo. In un paese devastato dal capitalismo, i quattro intraprendono lo stesso viaggio: trasportare candelotti di dinamite che trasudano nitroglicerina instabile.

Il salario della paura – Recensione
Ma andiamo con ordine.
Perché Nilo, Kassem, Victor e Jack intraprendono questo viaggio? Arrivati in questo paese dell’America latina – che sembra essere una versione fittizia dell’Ecuador – i quattro vivono una vita miserabile e in condizioni precarie. Il paese dipende completamente da una grossa compagnia petrolifera americana che gestisce completamente l’economia. Tutti vogliono andarsene, ma il costo è proibitivo, gli stipendi sono magri e nel villaggio vige la legge della corruzione. In questo clima instabile – esattamente come la nitroglicerina- uno dei pozzi petroliferi viene fatto saltare in aria dai ribelli. Per spegnere l’incendio è necessario far uso della dinamite; così la compagnia petrolifera offre un salario altissimo a chi la trasporterà attraverso la giungla.
Ecco l’occasione che i quattro stavano aspettando
Capiamo l’entità del viaggio quando vengono riparati e preparati i mezzi. Friedkin dirige la scena come se fosse un training montage: uomini determinati ad affrontare qualcosa più grande di loro; si preparano a combattere, quasi come se dovessero andare in guerra. Non a caso dovranno attraversare la giungla, un inferno di piante, strade impervie, acque stagnanti, ponti instabili che tanto ricorda il Vietnam.

Un viaggio verso l’inferno
Le similitudini non finiscono qui: la produzione richiama le difficoltà che Coppola affronterà pochi anni dopo con Apocalypse Now. Anche il concept non è distante. I protagonisti sono in un paese fittizio dalla politica instabile – come il Vietnam – e sono incaricati da una grossa compagnia petrolifera americana – il corrispettivo dell’esercito – di partire per un viaggio in mezzo alla giungla. Come se fossero quattro capitani Willard sprofonderanno nella giungla della pazzia, divorati dall’avidità e dalla follia dell’onnipotenza che non li fermerà davanti a nulla.
Ne è un chiaro esempio la scena simbolo del film. Con questi enormi camion, mostri che si fanno strada distruggendo tutto al loro passaggio, devono attraversare un ponte di corda pericolante. Il rischio è enorme, ma il buon senso è ormai scomparso dalla testa degli autisti. La traversata è un capolavoro di regia; il pericolo si fa sempre più grande, la morte è ad un passo, ma la prospettiva del denaro è più forte. Addirittura uno di loro, per ottenere un pagamento maggiore, arriva a sperare che l’altro camion cada nel tentativo.

Tra follia e sopravvivenza
Tutta la seconda metà del film è ricca di questi momenti. Situazioni in cui Nilo, Kassem, Victor e Jack sono costretti a collaborare per proseguire; non si sopportano, forse si odiano, ma se uno cade cadono anche gli altri. La dinamite è sempre lì, pronta a saltare, ma quasi viene dimenticata. La tensione è alta, non tanto per la paura di esplodere, quanto per il nervosismo che serpeggia tra di loro. Fino a quando il destino interviene e polverizza due di loro. L’introspezione fa da padrona e il destino è il tema portante. Qualcosa che sembra essere mosso da una forza di superiore, ma che piano piano diventa sempre più evidente che è qualcosa costruito da noi stessi. I quattro protagonisti sembrano vittima dell’inevitabilità delle loro vite, ma Friedkin lascia intendere che non sia così.

Un finale senza redenzione
L’ultima sequenza del film ci lascia con un solo sopravvissuto a questo inferno, un close up ci avvicina al suo viso e noi, così come lui, ci rendiamo conto che nulla è cambiato. La scena si sposta fuori e due sicari sono in cerca del nostro protagonista: nulla è finito, è solo iniziato un altro inferno. Un inferno costruito in precedenza, in una vita passata, una vita da cui si è fuggiti. Ma al passato non si scappa, il destino arriverà sempre, e noi ne siamo la causa. William Friedkin con questo film non si limitò a copiare il lavoro fatto in precedenza da Clouzot, ma lo omaggia rendendo il film veramente suo. Se il film di Clouzot era tutto tensione e paura, questo è tutta frenesia e senso del pericolo. Friedkin rende tutto molto più cupo, meno verboso e più visivo; questo sarà il motivo dell’insuccesso del film.

Il salario della paura – Un film dimenticato
Il salario della paura uscì il 24 giugno 1977, un mese dopo l’uscita di Star Wars. Il cinema stava cambiando, e l’opera di Friedkin sprofondò nell’ombra. Insieme a I cancelli del cielo e Apocalypse Now, Il salario della paura segnò la fine della New Hollywood. L’insuccesso del film ricorda sinistramente gli eventi che racconta: una discesa inesorabile per un’epoca di cinema che aveva prodotto capolavori intramontabili, ma che venne spazzata via dalla ricerca del profitto a discapito dell’arte. È impossibile non paragonare la compagnia petrolifera alle grandi case produttrici di Hollywood. Alla fine della visione rimane la sensazione di aver assistito ad uno di quei capolavori incompresi; uno di quelli che ha messo davanti ad un bivio: la paura di William Friedkin o i colori di George Lucas? Nessuno voleva più affrontare la giungla e la cultura di massa ha deciso inevitabilmente per lo spazio. Inevitabile, di nuovo…semplicemente il destino.

