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Il più bel secolo della mia vita – Il debutto di Alessandro Bardani

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Dopo il corto Ce l’hai un minuto, il regista Alessandro Bardani debutta al lungometraggio con Il più bel secolo della mia vita, tratto dall’omonima pièce teatrale, adattata per il grande schermo assieme a Luigi di Capua, Maddalena Ravagli e Leonardo Fasoli.

Presentato al Giffoni Film Festival, sezione Generazione 18+, il film ha come focus una tematica civile e sociale importante, quella sul diritto alla propria identità, diritto che nelle persone adottate viene dalla legislazione attuale (l. 184 del 1983, l’originale) disconosciuto.

Infatti un individuo dato in adozione è legittimato a scoprire chi siano i propri genitori naturali solo al compimento del centesimo anno di età, ovvero, mai o quasi mai, vita natural durante.

Il più bel secolo della mia vita 1

La lacuna e l’assurdo legislativo

Si impedisce così di fatto alla persona l’appropriazione in senso lato della sua discendenza naturale, si vieta indirettamente la consapevolezza delle proprie origini in termini di eredità in ogni settore, in primis quello sanitario.

All’interno di questa decisione del legislatore, ripresa più volte dalla Cassazione con sentenze che ne evidenziano le violazioni dei diritti fondamentali e dalla Corte europea dei diritti che ne sottolinea l’assoluta inadeguatezza nella tutela dalle sperequazioni civili e sociali, Bardani mette la sua attenzione.

Il più bel secolo della mia vita si affianca a questa problematica con ironia, tatto ed illuminazione, dando vita ad una commedia on the road con un buon duetto di interpreti ed alcuni momenti toccanti, fuori di melodramma.

Il più bel secolo della mia vita 2

Il più bel secolo della mia vita – Trama

Giovanni (Valerio Lundini) ha saputo di essere un figlio adottivo relativamente tardi; lo ha scoperto dalla madre Giovanna (Carla Signoris) dopo la morte del padre. La sua volontà è quella di conoscere la madre naturale, ma la legge italiana non glielo permette. Per sensibilizzare su questo argomento le autorità competenti, affinchè modifichino un limite normativo irragionevole e lesivo, grazie ad un’associazione che si occupa del problema, riesce a scovare Gaetano (Sergio Castellitto), novello centenario dato in adozione, ora ospite fisso in una casa di riposo di suore.

L’uomo avrebbe diritto, lui sì, a conoscere gli atti relativi alla propria nascita, ed è importante perciò che venga portato a Roma e partecipi ad un incontro con il ministro, in cui oltre a sfogliare il suo prezioso personale fascicolo, inaccessibile fino all’anno precedente, possa testimoniare quanto il desiderio di conoscere le proprie origini non possa essere limitato così ingiustamente come oggi è stabilito.

Il più bel secolo della mia vita 3

Ma nonostante un accordo iniziale, l’anziano non sembra avere voglia di collaborare. Lui guarda al futuro, nonostante l’età, vorrebbe poter fare ciò che non può più fare, dalle donne, al cibo, ai motori; mentre Giovanni ha una testa quadrata ed è convinto che il suo passato sconosciuto gli precluda un futuro sereno.

Dall’incontro scontro di queste due personalità nasce un viaggio di reciproche consapevolezze, una complementarietà emotiva che avvicina chi, in un modo o nell’altro, ha avuto a che fare con la stessa devastante ferita, aprendo un universo sommerso di sentimenti e dinamiche scomode e non dette che spesso si immaginano poco e male.

Il più bel secolo della mia vita – Recensione

Non ha torto nessuno dei due protagonisti del film: per stare in piedi al mondo si ha bisogno tanto del passato quanto del futuro, ed in entrambi i casi la figura genitoriale diventa fondamentale sia nella presenza che nell’assenza.

Ma se c’è un merito in questa storia, che ha un notevole spunto, delle prevedibilità non originali di situazioni e di parola, ma alcuni lampi di notevole onestà, è nel fare emergere i sentimenti conflittuali di una persona abbandonata dalla propria madre, la natura di un sentimento sfiorato e complesso, comunque assente, che si trasforma nel tempo, ma non cessa di richiedere attenzione.

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Il non consueto punto di vista dell’adottato

La madre serve quando si è piccoli per sopravvivere, ed accompagna la maturazione, ma anche la comprensione e l’addomesticamento dell’etá adulta. Rabbia, sconforto, diffidenza, demistificazione, sono tutti sentimenti che ricoprono la figura mancante, la figura colpevole di non aver amato, di non esserci stata, ma anche, cosa interessante, la figura che ne ha preso il posto.

In questo senso il personaggio di Giovanna madre adottiva, costretta a restare ad un certo punto del suo percorso genitoriale un passo indietro alla vita del figlio, per rispetto della sua decisione, non è una figura scontata, provoca attenzione e scioglie il mistero, il non digerito e le difficoltá di chi genitore si è ritrovato non per natura, ma per altra via.

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Amore, paura, compromesso ed identità

Sempre di amore si tratta, sempre di dire addio o di venire a patti con una parte sconosciuta che pur ci pertiene, si tratta. E questo genera paura. E la paura, si sa, può dar vita ai comportamenti più improbabili, quasi mai centrati, difficilmente controllabili a lungo andare, dagli esiti statisticamente incerti.

Così Giovanni e Gaetano, il preciso ed il casinista, l’ortodosso e il ribelle, il giovane saggio e l’anziano bambino, si ritrovano sulla stessa barca in mezzo alla stessa tempesta: devono remare in accordo, pena la loro salvezza in questa vita o in un’altra, se c’è; ma ognuno sa o vuole remare a modo suo, perché quel modo gli conferisce più forza, più sicurezza, anche se non è quello ottimale. Ammesso che in tempeste simili esista una modalitá ottimale.

Bardani dirige tranquillamente uno spunto solido, che per sua natura si trasferisce in una struttura classica, dunque non innovativa, che però non prevale e non invade, anzi permette alle umanità coinvolte di manifestarsi in modo verosimile, senza accenti fenomenali, nè seri paternalismi.

Il più bel secolo della mia vita – Cast

Castellitto, invecchiato da un buon trucco, non convince subito al primo ascolto, in modo netto e personale. Colpa di certo de-javù iniziale, ma soprattutto di un audio difficilmente distinguibile. L’attenzione si riprende e si riscatta nella seconda parte in cui certe durezze si snocciolano e il freno a mano interpretativo viene lasciato andare, masticando confidenza con la parlata, il testo e la sua spalla di scena.

Lundini attore, si manifesta per ciò che è, con un piacevole senso della misura, misura che caratterizza di base il suo personaggio, e che gli fa gioco nei momenti emotivamente densi. Ottima la Signoris, che appare e scompare, come un sogno felliniano, a dare una dolcezza, un conforto, una sapienza che non si spiegano a parole e promuovono la sua figura sia per come è pensata, sia per come è affrontata all’interno del film.

Il più bel secolo della mia vita è un film civile, di civile intensità e di civile intelligenza, che assolve alla sua funzione sensibilizzatrice, senza “strappalacrimismi” italiani e non italiani, con una compostezza tenera che nasconde ed implica più di quanto dica.

Il più bel secolo della mia vita – Trailer

PANORAMICA

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

La legge italiana prevede che l'individuo adottato possa conoscere chi l'ha messo al mondo solo al centesimo anno di età. Giovanni vuole cambiare questa legge e per farlo ha bisogno che Gaetano, fresco centenario, che ha diritto a conoscere le sue origini parli al ministro. Una commedia on the road dallo spunto civile, classica, non sempre brillante, che ha il merito di evidenziare il diverso sentire di chi non è stato abbandonato, rispetto ad un vuoto legislativo che è anche mancanza di rispetto identitario.
Pyndaro
Pyndaro
Cosa so fare: osservare, immaginare, collegare, girare l’angolo  Cosa non so fare: smettere di scrivere  Cosa mangio: interpunzioni e tutta l’arte in genere  Cosa amo: i quadri che non cerchiano, e viceversa.  Cosa penso: il cinema gioca con le immagini; io con le parole. Dovevamo incontrarci prima o poi.

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