Home Recensioni Film Il lago delle oche selvatiche

Il lago delle oche selvatiche

Il lago delle oche selvatiche, il cui titolo originale è Nánfāng chēzhàn de jùhuì (南方车站的聚会), che tradotto alla lettera significa “Appuntamento alla stazione sud”, è un film diretto e scritto da Diao Yinan, prodotto nel 2019 e arrivato in Italia a inizio 2020. Il film, presentato in occasione del Festival di Cannes del 2019, è la seconda grande opera del regista, preceduta da Fuochi d’artificio in pieno giorno (Báirì yànhuǒ), già vincitore dell’Orso d’oro per il miglior film e dell’Orso d’argento per Liao Fan come miglior attore al Festival del Cinema di Berlino nel 2014.

Il lago delle oche selvatiche

Con Il lago delle oche selvatiche, Yinan conferma la propria bravura e capacità di raccontare la storia di una Cina a noi quasi, se non totalmente, sconosciuta, con una complessità e densità necessarie. La narrazione racconta di Zhou Zenong (Hu Ge), leader di gang criminali, la cui vita privata e famigliare è ostruita dal coinvolgimento dello stesso nella malavita della piccola cittadina nei pressi di Wuhan. Zhou è appena uscito di prigione, ma si ritrova coinvolto nuovamente in un altro inconveniente, che non gli permette di vedere la propria famiglia e che lo costringe a vivere da fuggitivo.

Durante la divisione delle zone della città tra i vari gruppi criminali, per effettuare furti di motociclette, un fraintendimento porta a uno scontro diretto, che fa accrescere il rancore e la gelosia tra i gruppi. Durante una gara, che consiste in chi si appropria di più motociclette, arriva la vendetta da parte del gruppo rivale a Zhou, che ha subito i danni durante la riunione precedente. Zhou, scappando da quest’ultimo, con la vista oscurata dal sangue e dalla pioggia, crede per un istante di andare incontro nuovamente alla gang rivale, uccide quindi “accidentalmente” un poliziotto. Da quel momento, la giustizia mette una taglia su di lui, che porta tutti ad essere interessati in una caccia all’uomo, ma ognuno per un tornaconto personale.

Il lago delle oche selvatiche

Di fondamentale importanza e di grande impatto è il personaggio di Liu (Gwei Lun-mei), una “signorina della spiaggia”, termine utilizzato per definire le ragazze che si prostituiscono sulle sponde del lago citato nel titolo, riconoscibili solo attraverso un cappello che indossano. L’intreccio delle storie personali di Zhou e Liu e la bravura del regista nel raccontarli, rende il rapporto tra i due di grande potenza e imprevedibilità. Liu è l’unica persona di cui Zhou si può fidare, forse erroneamente o comunque non completamente. Liu rende conto a diversi capi, ma in realtà sembra essere proprio lei la persona che tiene in pugno tutti gli avvenimenti, giostrandosi tra le necessità di gang e organizzazioni criminali, i propri desideri e la volontà celata di aiutare effettivamente Zhou e la sua famiglia.

Il lago delle oche selvatiche

Yinan sposta tutta l’attenzione della narrazione, sulla visività. Se con il precedente Fuochi d’artificio in pieno giorno, ci si trovava di fronte a una dettagliata e attenta costruzione visiva e narrativa, rimaneva comunque un’impostazione della storia più tradizionale. In questo caso, il regista spinge tutto oltre, strutturando in maniera più complessa il rapporto tra composizione visiva e narrazione. Sicuramente ricopre un grande ruolo la fotografia di Dong Jingson, dove le contrapposizioni di colori caldi e freddi e i neon nel buio, raccontano moltissimo della società orientale. Viene mostrato un lato nascosto, losco e difficile di alcune aree suburbane Cinesi.

Il lago delle oche selvatiche

La caccia all’uomo è così la priorità di tutti. In questo il regista è come se ponesse sullo stesso piano comuni cittadini, gang criminali e la polizia. Tutta la vicenda ruota intorno a due luoghi chiave, ovvero la stazione dove si incontrano fin da subito Liu e Zhou e la spiaggia del lago, luogo che chiude anche tutta la vicenda. L’umanità e la condivisione sono briciole nascoste sotto un velo pesante di autoreferenzialità delle azioni intraprese e gloria personale dei personaggi. L’epilogo è forse il passaggio che più di tutto lascia trapelare, da parte di alcuni, una velata sincerità. Dove risiede la vera giustizia in questo aspetto della società, strutturatasi in maniera così difficile?

Il lago delle oche selvatiche

Yinan costruisce un racconto, che invoglia lo spettatore a non distogliere mai lo sguardo. Il fascino di immagini costruite con grande consapevolezza e con un dinamismo apparentemente semplice, ma di grande complessità. Dipinge con la macchina da presa, raccontando con un linguaggio delicato, emozioni e sensazioni difficilmente trasmissibili attraverso le parole. Una coreografia visiva, che rimbalza e modifica i tempi in maniera equilibrata.

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpreti
Emozioni
Davide Pirovano
Mi piacciono le arti visive contemporanee e mi piace pensarle in un’unica ottica unificatrice. Non so mai scegliere, ma prediligo le immagini e storie di Gaspar Noé, David Fincher, Yorgos Lanthimos e Xavier Dolan.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Ultimi Articoli

10 curiosità sul Joker di Todd Phillips

0
"Ti sei accorto di come è diventato là fuori, Murray? Ti capita mai di uscire dallo studio? Sono tutti lì a strepitare e urlare...