I sette samurai: l’epico racconto di Akira Kurosawa

I sette samurai di Akira Kurosawa (Shichinin no samurai in originale) è ad oggi riconosciuto come una delle pellicole più importanti della storia del cinema, oltre ad essere tra i film più apprezzati del regista giapponese. Merito di questa importanza è non solo dell’innegabile qualità artistica del film, ma anche dell’impatto che ha avuto su generazioni di registi successivi.

I sette samurai: trama

Giappone, verso la fine del XVI secolo. Un villaggio di contadini è minacciato dalle continue scorribande dei briganti. Un giorno il capo del villaggio propone di reclutare sette samurai per avere protezione contro questa inarrestabile minaccia. Vengono così trovati sette samurai che si battono in una drammatica lotta contro l’esercito dei briganti.

I sette samurai

I sette samurai: recensione

Il primo vero contatto tra il cinema di Akira Kurosawa e l’occidente avvenne nel 1951, quando Rashomon vinse alla Mostra di Venezia il Leone d’Oro. Nonostante l’evidente legame con la tradizione giapponese, emerge da subito come Kurosawa sia stato fortemente influenzato dai maestri occidentali: egli stesso considera John Ford uno dei suoi modelli.

I sette samurai (1954) porterà avanti questa convivenza tra tradizione nipponica e influenze occidentali, configurandosi come un jidageiki (film in costume), che attinge dai racconti sui samurai del XVI secolo, mantenendo allo stesso tempo una tendenza verso l’avventura e la spettacolarità. Anche I sette samurai fu presentato a Venezia, dove vinse il Leone d’argento. Con le sue tre ore e venti di durata, I sette samurai racconta una storia che ancora oggi appare incredibilmente moderna. La struttura a tre atti permette un grande coinvolgimento dello spettatore, che già dai primi minuti entra all’interno del mondo raccontato da Kurosawa. C’è una grande cura nel ricreare il Giappone del XVI secolo: Kurosawa si impose per far sì che il villaggio in cui si svolge gran parte della vicenda fosse ricostruito in esterni, non in studio. E infatti, se da un lato questo permise agli attori di sentirsi realmente nel luogo e nel tempo della storia, ciò permette anche a chi guarda il film di percepire un grande realismo sullo schermo.

I sette samurai

Come si diceva, il film presenta una struttura a tre atti, che col tempo è diventa la più canonica nel cinema. Tutta la prima parte vede il reclutamento dei sette samurai che danno il titolo al film, ed è un segmento che, se oggi ci appare visto e rivisto, per l’epoca era qualcosa di nuovo. I sette samurai è infatti uno dei primi film a mostrare il reclutamento di un gruppo di personaggi. I sette samurai, nonostante alcuni siano più importanti di altri ai fini della trama, presentano tutti una caratterizzazione precisa che li rende unici e distinguibili all’interno del vasto numero di personaggi.

C’è il leader del gruppo, interpretato da Takashi Shimura, samurai esperto e che veste il ruolo di mentore per gli altri; c’è Kikuchiyo, intepretato da Toshirō Mifune, attore che ha lavorato in molti film di Kurosawa. Kikuchyo è il comic relief, il personaggio che veicola il lato più comico della vicenda, ma allo stesso tempo è protagonista di alcune delle sequenze più drammatiche. In una scena che dimostra il suo grande talento, arriverà a mettere in discussione l’idea di eroismo che avvolge la figura del samurai, condividendo con lo spettatore la propria tragica storia personale.

Tanti altri personaggi lasciano il segno, come il giovane aspirante samurai interpretato da Isao Kimura, che si unisce al leader in cerca di un maestro oppure Yohei, interpretato da Bokuzen Hidari, vecchio contadino perennemente preoccupato, protagonista di molti divertenti scambi con Kikuchyo.

I sette samurai

Il film mescola costantemente il registro comico e quello drammatico. Se la prima metà del film è quella più leggera, perché vede i primi scambi tra i personaggi, la formazione di un gruppo e gli allenamenti per prepararsi allo scontro, la seconda parte cala il film in un contesto di guerra che propone sequenze dalla forte carica drammatica.

La mancanza di caratterizzazione degli antagonisti, che a malapena si possono definire dei personaggi, non impedisce al film di far avvertire l’incombente minaccia. Al contrario, configurandosi come un’opera dalla lunga durata, il film ha modo di svelare lentamente le sue carte e di raccontare poco a poco il contesto di violenza e paura in cui si svolge la vicenda, arrivando alla fine a mettere ulteriormente in discussione l’immagine eroica di questi personaggi.

Alla fine del film, infatti, verrà detto chiaramente che gli unici vincitori non sono i samurai, bensì i contadini, i quali hanno ottenuto la pace che tanto desideravano: al contrario i samurai hanno perso gran parte dei loro compagni e ancora una volta hanno dovuto confrontarsi con la realtà dei fatti, ovvero che la vita di un samurai non consente alcun tipo di legame.

La regia di Kurosawa

Come si diceva, il film lavora molto sul realismo delle scenografie. Questa caratteristica è portata avanti anche dalla fotografia in bianco e nero di Asakazu Nakai, storico collaboratore di Kurosawa, che enfatizza la violenza, lo sporco e le difficoltà naturali con cui si confrontano i samurai.

La regia di Kurosawa presenta tutta una serie di elementi che caratterizzano il suo stile autoriale e che allo stesso tempo sono diventati insegnamenti importanti per i registi successivi. I numerosi raccordi sull’asse, l’uso del teleobbiettivo, il frequente utilizzo di slow motion per le scene più movimentate contribuiscono alla chiarezza di quanto messo in scena e allo stesso tempo al senso di spettacolarità che il film vuole portare avanti.

L’eredità e le fonti di ispirazione ai posteri

Si è già detto e ripetuto che I sette samurai è stato punto di riferimento per molti autori successivi, soprattutto occidentali. Si pensi soltanto al remake americano che ne venne girato nel 1960, I magnifici sette di John Sturges, film che a sua volta ebbe tre sequel oltre ad un remake nel 2016. Ma come si diceva l’idea del reclutamento è stata ripresa in molti altri film successivi, Colpo grosso di Lewis Milestone (1960) o Quella sporca dozzina (1967) di Robert Aldrich, arrivando poi ai cinecomic di oggi. Ma il film di Kurosawa ha ispirato anche registi quali Sergio Leone – questo ed altri film di Kurosawa sono stati punto di riferimento per Per un pugno di dollari – e George Lucas.

Il film di Kurosawa ha poi avuto grande impatto anche sulla tradizione fumettistica, non solo giapponese, ma anche occidentale, americana e anche italiana. A dimostrazione di come questo film sia ancora oggi incredibilmente attuale in quanto a sensibilità cinematografica, oltre ad essere un’opera che ancora oggi ha moltissimo da dare a tutta l’industria dell’intrattenimento.

PANORAMICA RECENSIONE

regia
soggetto e sceneggiatura
interpretazioni
emozioni
Lorenzo Sascor
Lorenzo Sascor
Studente di DAMS, amante del cinema in ogni sua forma, dai classici hollywoodiani al neorealismo, dalla Nouvelle vague ai blockbuster contemporanei. In particolare, amo vedere come il cinema riflette l'attualità del suo tempo.

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