I film di Federico Fellini, da sempre, indagano la natura umana dell’inconscio. Giulietta degli spiriti (1965), film cult da lui diretto, è una delle testimonianze più sottovalutate e al contempo preziose della sua filosofia artistica. Un’indagine sul rimosso e sul trauma, che vede la moglie del regista Giulietta Masina protagonista indiscussa di una storia al limite del surreale.
Ecco dunque un’analisi psicologica del film, per provare a cogliere i sottotesti più nascosti di una delle opere più complesse del regista romagnolo.

Giulietta degli spiriti – La trama
Il film racconta la presa di coscienza e la liberazione interiore di Giulietta (Giulietta Masina), una donna timida e condizionata da una rigida educazione cattolica.
Scoperto il tradimento del marito Giorgio (Mario Pisu), ella si rifugia dunque in un mondo di visioni e ricordi infantili legati al senso di colpa. Attraverso il confronto con i propri fantasmi e l’incontro con figure femminili libere ed eccentriche (come la vicina Susy, diavoletta tentatrice interpretata da Sandra Milo), Giulietta troverà quindi la forza per superare i complessi del passato.

Giulietta degli spiriti – La recensione
All’inizio del film Giulietta non è in scena. La donna è inquadrata di spalle, e si prova diverse parrucche chiedendo alle domestiche come le stiano, senza essere mai soddisfatta. Questa scena riassume perfettamente la sua indole. Una donna incapace di costruirsi da sé un’identità, che gioca a interpretare dei ruoli ma non riesce a calarsi davvero in nessuno di questi. Ella compare solo quando appare il marito infatti, uscendo dall’ombra per essere messa a fuoco da uno spettatore che la lega da subito al consorte.
Il rapporto col marito Giorgio è totale, e Giulietta si perde nella rassicurazione che lui la ami, credendo che questo basti per sentirsi completa e realizzata. Ma l’inconscio parla chiaro, e durante una scena ambientata in spiaggia, attraverso un’immagine ad alto impatto simbolico, ella porta a riva una barca con delle persone nude, metafora delle voci della sua coscienza. Una riemersione del sommerso, del trauma che Giulietta non può più evitare di portare alla luce. Come il ricordo dell’amica suicida morta per amore, rievocato spesso, un memento mori che ella si sente inquietantemente cucito addosso.
L’abitazione dei due coniugi, in un modo simile a quanto fatto da Luca Guadagnino in Queer, diventa poi estensione esistenziale dei personaggi. Se nel primo caso il protagonista (Daniel Craig) vaga simbolicamente per le stanze uccidendo i propri demoni, qui Giulietta si ritrova similmente soffocata dalla sua domesticità, invasa dai fantasmi che la occupano fisicamente. Non a caso, entrando nella casa della vicina Susy a incantarla sarà proprio lo specchio sul soffitto, che le spalanca davanti agli occhi la possibilità di vedersi doppia. Avendo accesso a tutte le proprie sfumature espressive, oltre ogni categoria. Sandra Milo incarna questa ambivalenza interpretando più ruoli (Susy, Fanny e Iris), sottolineando la necessità di una molteplicità dell’identità femminile e, più in generale, umana.

La simbologia dei costumi e degli ambienti
Giulietta degli spiriti è un film tattile, prima ancora di essere visivo. Lo scenografo e costumista Piero Gherardi, che ha vinto il premio Oscar per i costumi del film, ha volutamente inserito rimandi all’estetica orientale e nipponica. Un chiaro rimando a un’esotismo che è anche un’evasione dalla tipica rigidità borghese occidentale.
Giulietta indossa spesso abiti da casa che richiamano il kimono giapponese o il yukata, realizzati in seta lucida, con maniche ampie e motivi floreali. Capi che segnano i suoi momenti di maggiore vulnerabilità domestica e la sua passività servile al marito, in confronto agli abiti delle figure femminili che popolano le sue visioni e che presentano linee a tunica sensuali, scolli a sovrapposizione e cinture che ricordano l’obi giapponese. Il trucco di Giulietta in diverse scene richiama poi il pallore delle geisha, mentre le apparizioni spiritiche utilizzano un trucco teatrale imparentato con il Kabuki.
Gli interni della villa di Giulietta fondono anch’essi il design moderno degli anni ’60 con un marcato gusto giapponese. L’uso di pannelli scorrevoli, pareti divisorie e paraventi dipinti evoca i classici shōji, creando un gioco visivo che riflette la natura elusiva dell’inconscio della protagonista. Rispetto allo sfarzo barocco della vicina Susy, la casa si distingue per un’atmosfera minimalista vicina allo spirito wabi-sabi, ricca di arredi in legno chiaro, bonsai e composizioni floreali ispirate all’arte dell’ikebana. Inoltre, elementi d’arredo come lampade di carta o seta e paraventi con stampe orientali donano all’ambiente un’aura esoterica e soffusa. Un’atmosfera particolarmente adatta ad ospitare le sedute spiritiche al centro del film.
Ultimo accenno alla scelta di dirigere il film in Technicolor. Una virata stilistica che accentua i cromatismi dell’opera, e richiama le atmosfere cangianti e sinistre di registi horror quali Mario Bava e Dario Argento.

Il finale: riabbracciare il proprio Io
Gli abiti di Giulietta cambiano con lei, durante lo svolgersi della pellicola. Da donna marginale persino nelle inquadrature (la fotografia accentua spesso questo aspetto), ella compie un percorso che la porta a riappropriarsi del centro. Un richiamo evocato dal passaggio da abiti abbinati secondo accostamenti di colori complementari come il rosso e il verde (riflesso simbolico del suo bisogno di essere il complemento del marito, anche quando lui non è in scena) a quello bianco del finale. Una veste che non vuole evocare tanto la virginalità di Giulietta, quanto più il suo ritorno alla sua purezza originale, al suo Sè autentico. Una riappropriazione che si discosta anche dai capi di Susy, simbolo incarnato di passionalità. Un approccio all’eros che è però più il risultato di una risposta a una richiesta idealizzante maschile che una vera e propria emancipazione.
Giulietta non è le sue voci, non è il marito, e non è neanche una donna che ha bisogno di diventare una fantasia erotica maschile. Giulietta è semplicemente la versione più autentica di sé stessa. Una donna che non necessita della fantasia circense sul nonno per evadere dalla realtà, di fingere affetto per Giorgio o dell’immagine idealizzata della madre, ma può decidere di vivere ricomprendendosi.
Il ricordo della recita scolastica, quando il nonno decide di interrompere lo spettacolo per toglierla dalla graticola scenica in cui le suore l’hanno posta, è significativa per due motivi. Non solo perché evoca il suo senso di colpa cristiano, una scissione tra dogma religioso e possibilità di non seguirlo che è contraltare di quella provata da Fellini, ma anche perché è uno snodo che deve superare necessariamente per fare pace con sé stessa. E così, quando riabbraccia la sé bambina, tutte le voci intrusive spariscono, sostituite da nuove possibilità.

Conclusioni
Giulietta degli spiriti è un film imperdibile. L’opera è infatti una perla nascosta della filmografia di Fellini, che vale la pena di riscoprire anche in virtù della sua grande attualità d’intenti. Un’opera dove la figura femminile, spesso affrontata (e feticizzata) dal regista, ritrova una sua dimensione originale e autentica lontano da ogni lente e prospettiva esterna di incasellamento.
Un ritorno a una purezza materica che evoca una scena che, decenni anni dopo, costituirà anche il finale di Lady Vendetta (2005) di Park Chan-wook. In particolare, quella finale, quando la protagonista decide di affondare la propria testa in una torta bianca per provare ad assorbirne il candore. In diversi dialoghi vengono evocati il ritorno all’acqua pura, o alla sangria come veicolo di passionalità, una dimensione fluida che si lega perfettamente alla filosofia della femminista Luce Irigaray, autrice di Questo sesso che non è un sesso (1977). Una viscosità che è a-definizione, e che si contrappone alla logica maschile fallocentrica dominata da concetti schematici e tassonomizzanti con la sua dimensione di continuo scorrimento. La psiche della donna non si piega alle forme chiuse quindi, alla etichette, ma fluisce come acqua corrente superando i confini imposti dal patriarcato.
Il racconto di un risveglio di coscienza oggi quanto mai necessario, di una moderna Rossella O’Hara borghese e pronta ad aprirsi a un futuro creato da lei. Un’emancipazione osteggiata da una realtà etichettante che ingabbia le istanze liberatrici di un femminile comunque sempre vivo e quiescente, persino nei momenti di maggior contenimento.
