E venne il giorno (The Happening) è un thriller horror fantascientifico dai risvolti catastrofici, scritto e diretto da M. Night Shyamalan. La carriera dell’autore de Il sesto senso ha attraversato diverse fasi, alternando grandi successi a pellicole meno convincenti, ed E venne il giorno viene spesso indicato come uno dei film che hanno segnato il periodo più difficile della sua carriera, seguito da una serie di opere accolte negativamente da pubblico e critica. Un declino dal quale Shyamalan è riuscito fortunatamente a risollevarsi negli ultimi anni, tornando a conquistare parte del consenso ottenuto agli inizi della sua carriera.
Al momento della sua uscita nel 2008, E venne il giorno fu infatti accolto in maniera estremamente negativa, tanto da ottenere quattro nomination ai Razzie Awards, tra cui quella per il Peggior Film. A distanza di quasi vent’anni, però, è davvero così brutto come venne dipinto all’epoca? Oppure il film è stato giudicato troppo severamente, forse anche a causa di una lettura che non ne ha colto fino in fondo le intenzioni?
È arrivato dunque il momento di rivalutare E venne il giorno? Scopriamolo nella nostra recensione.
E venne il giorno – Trama
Una misteriosa epidemia colpisce improvvisamente gli Stati Uniti: migliaia di persone iniziano a togliersi la vita senza una spiegazione apparente. Mentre il fenomeno si diffonde rapidamente, il professor Elliot Moore fugge da Philadelphia insieme alla moglie Alma e a un piccolo gruppo di sopravvissuti, cercando di mettersi in salvo. Convinti che la minaccia possa essere legata all’aria o alla vegetazione, i protagonisti attraversano una Pennsylvania sempre più deserta e inquietante, mentre la natura sembra trasformarsi in un nemico invisibile e inarrestabile.

E venne il giorno – Recensione
E venne il giorno è un thriller decisamente originale nella sua messa in scena, come del resto lo è gran parte della filmografia di M. Night Shyamalan. La peculiarità del film, suo punto di forza ma, al tempo stesso, probabilmente anche il suo tallone d’Achille, risiede proprio nella particolarità della sceneggiatura. Quest’ultima, coerentemente con la visione poetica dell’autore, accentua quella dimensione di ambiguità e mistero che da sempre caratterizza il suo cinema, suscitando nello spettatore reazioni contrastanti.
Apparentemente semplice e quasi banale nella premessa, la storia raccontata da Shyamalan cela in realtà un sottotesto molto più profondo, che scava tanto nella natura dell’essere umano quanto nel rapporto tra l’uomo e il pianeta che abita. L’autore si prende infatti la libertà di costruire una sorta di interessante critica sociale, affrontando diverse tematiche senza mai esplicitarle completamente, lasciando piuttosto allo spettatore il compito di interpretarle.
Una delle prime tematiche che emergono è quella della paura legata al terrorismo e alle conseguenze dell’11 settembre, un trauma che, anche a distanza di anni, continua ad aleggiare nell’immaginario collettivo statunitense. La paura diventa così un elemento capace di contagiare anche le persone apparentemente più innocue e perbene, trasformandole in individui brutali e pronti alla violenza sia contro se stessi che contro i propri simili. È proprio questo uno degli aspetti più inquietanti del film: non tanto la presenza di una minaccia invisibile, quanto il modo in cui la paura riesce a modificare il comportamento umano, conducendo le persone verso gesti estremi. Una particolare scena, in questo senso, colpisce proprio per la sua crudezza e per la brutalità con cui rappresenta questo progressivo crollo della razionalità.

La visione inquietante di Shyamalan tra natura, paura e simbolismo
Ancora più significativa è però la riflessione legata alla sovrappopolazione e al rapporto dell’uomo con la natura. In questo caso, Shyamalan trasforma il pianeta stesso in una sorta di antagonista invisibile: la natura, attraverso il vento, diventa una forza misteriosa e apparentemente incontrollabile che sembra voler ristabilire un equilibrio compromesso dall’eccessiva presenza dell’essere umano. È come se la Terra stessa decidesse di riprendersi ciò che le appartiene, reagendo alle conseguenze della presenza dell’uomo e alla sua progressiva opera di distruzione: l’inquinamento, lo sfruttamento delle risorse e, più in generale, l’impatto dell’uomo sull’ambiente, con un messaggio volutamente ecologista.
Sono sottotesti che Shyamalan non mette mai esplicitamente in scena, preferendo disseminare il film di piccoli dettagli e suggestioni. Sta quindi allo spettatore coglierli e interpretarli, lasciando ampio spazio alla propria sensibilità. Ed è proprio questa ambiguità a rendere E venne il giorno un’opera particolare e, a suo modo, originale. Shyamalan riesce inoltre a trasformare una sceneggiatura che sulla carta potrebbe apparire semplice in qualcosa di incredibilmente inquietante e, al tempo stesso, profondamente malinconico, grazie soprattutto alla sua raffinata tecnica di messa in scena.
Già dai titoli di testa il regista anticipa la natura della pellicola attraverso una soluzione tanto semplice quanto efficace: un timelapse del cielo, inizialmente sereno, che diventa progressivamente sempre più grigio e oscuro fino a trasformarsi nel nero totale. È una sorta di presagio visivo che introduce lo spettatore alla minaccia imminente. Un cielo apparentemente tranquillo, simbolo di pace e normalità, nasconde infatti qualcosa di invisibile e minaccioso, esattamente come la minaccia affrontata nel film.

Regia e tecnica, la tensione costruita attraverso le immagini
Shyamalan si diletta poi a giocare con i movimenti di macchina, utilizzando carrellate, piani sequenza e lente inquadrature rivelatrici studiate con grande eleganza. Basti pensare all’incipit, che mostra le prime vittime della misteriosa minaccia in modo particolarmente efficace proprio perché riesce a generare un forte senso di disturbo e disagio senza ricorrere necessariamente a una rappresentazione esplicita della violenza. La minaccia rimane invisibile, ma la sua presenza si fa costantemente percepire, alimentando un crescendo di tensione che coinvolge tanto i protagonisti quanto lo spettatore. Il film conduce così verso un finale volutamente pessimista, capace di lasciare l’amaro in bocca ma, soprattutto, di stimolare una riflessione sul significato stesso di ciò che abbiamo appena visto.
Convince anche il resto dell’apparato tecnico. Il montaggio è ben orchestrato e i raccordi tra le varie scene contribuiscono a mantenere costante la tensione. La colonna sonora svolge efficacemente il proprio compito, alternando malinconia e inquietudine, mentre la fotografia, caratterizzata quasi costantemente da ambientazioni diurne, riesce paradossalmente a trasmettere un forte senso di cupezza. È proprio il contrasto tra la luminosità delle immagini e l’oscurità degli eventi a creare un’atmosfera particolare, perfettamente coerente con la natura dell’opera.

Personaggi e interpretazioni, il vero punto debole del film
Ciò che convince meno, invece, sono i protagonisti. Mark Wahlberg, nei panni di Elliot, interpreta un professore liceale dal carattere e dalla psicologia appena superficiali. Il personaggio manca di una vera profondità e, soprattutto nei momenti più drammatici e concitati, l’attore offre una performance che non sempre riesce a risultare convincente. La sua espressività appare talvolta forzata e priva di quel necessario spessore emotivo che avrebbe potuto rendere più coinvolgenti alcune situazioni. Fortunatamente, almeno per noi italiani, viene in suo soccorso l’ottimo doppiaggio di Pino Insegno, che conferisce alla sua interpretazione un pathos maggiore.
Non convince pienamente nemmeno il rapporto tra Elliot e la compagna Alma, interpretata da Zooey Deschanel. Il film costruisce un legame piuttosto scialbo e poco coinvolgente tra i due, mentre accenna soltanto al conflitto che caratterizza la loro relazione e lo risolve in maniera funzionale alle esigenze della trama, senza svilupparlo fino a raggiungere quel coinvolgimento emotivo che avrebbe potuto rendere più significativo il loro percorso. A salvaguardare almeno in parte la caratterizzazione dei personaggi intervengono alcuni dialoghi che accentuano quella vena grottesca e satirica tipica della poetica di Shyamalan. È un elemento che contribuisce a rendere alcune conversazioni più interessanti e che, almeno in parte, riesce a compensare la debolezza psicologica dei protagonisti.

E venne il giorno – Conclusioni
In definitiva, E venne il giorno è un film perfettamente coerente con la poetica di M. Night Shyamalan. Un’opera che, probabilmente, al momento della sua uscita è stata accolta con una certa severità da pubblico e critica e che, proprio per la sua natura ambigua e per la particolare costruzione dei suoi sottotesti, potrebbe meritare una rilettura. Non è certamente un’opera perfetta, né uno dei migliori film di Shyamalan, ma è comunque una pellicola dotata di una propria identità e di un messaggio che, soprattutto oggi, può offrire diversi spunti di riflessione. Dietro la semplice storia di una misteriosa minaccia portata dal vento si nasconde infatti una riflessione sull’uomo, sulla paura, sulla violenza e sul rapporto sempre più conflittuale tra l’umanità e la natura.
Ed è forse proprio questa la vera forza di E venne il giorno: non tanto fornire risposte, quanto lasciare allo spettatore delle domande.
Il film è disponibile in streaming tramite noleggio/acquisto su Amazon Prime Video e sul catalogo TIMVISION.

