“Teen Drama” all’italiana
Le tematiche legate all’adolescenza, come ci insegna Come te nessuno mai, meritano sempre di essere trattate con grande delicatezza. La cura con cui vanno affrontate le problematiche delle giovani generazioni è un punto fermo della società moderna; specialmente in questo periodo di forzato stand by sociale, dove l’intera sfera personale di studenti o neolaureati rischia di essere danneggiata in maniera permanente. Fioccano nel cinema (e nel mondo delle serie televisive) esempi di prodotti artistici dedicati a questo tema: è in questo periodo che si assiste, ad esempio, alla distribuzione della seconda stagione di Euphoria (fiction americana dal successo stratosferico). In Inghilterra anche hanno sempre dimostrato un tocco notevole per il racconto della volubilità adolescenziale (con i due gioielli Skins e Sex Education). In ognuna di queste scene televisive si percepisce un linguaggio universale ma anche, più nello specifico, un tentativo di veicolare messaggi sulla base delle usanze (e delle abitudini) di un determinato scenario nazionale. Le due cose vanno certamente di pari passo: per comprendere al meglio un problema e trovarne la soluzione, è importante analizzare il contesto sociale di rifermento all’interno del quale quest’ultimo si muove. È il caso di Come te nessuno mai, una delle prime opere cinematografiche di Gabriele Muccino (uno degli autori che ha maggiormente dato risalto alla vulnerabilità dei giovani). Il regista riesce a dare, con sensibilità e autenticità, un tratto distintivo “italiano” al racconto della vita liceale dei protagonisti, permeando il genere “Teen Drama” con una simbologia culturale marcatamente nostrana.

Come te nessuno mai – La trama
La prima parte del film si concentra sulla descrizione di Silvio e Ponzi, due liceali romani da manuale: motorino, sciarpa etnica, qualche canna d’erba ogni tanto e camerette foderate di poster o di testi di canzoni alternative scritti a mano sul muro. Le loro giornate sono condite da pensieri inesorabilmente giovanili: “quando farò sesso la prima volta?”, “come sarà?”. Spiegano che la Roma che si trovano a vivere loro è un posto caratterizzato da una divisione in gruppi molto netta; ci sono i “pariolini” (altrimenti detti i “precisi”), gli alternativi (nelle varianti “Punk” e “Metallari”) e anche i “Fasci” (gruppi di persone apologeticamente orientati verso gli stivali neri e le teste rasate). I due non si riconoscono in nessuna delle categorie suddette (per lo meno in maniera stabile) e vedono la loro esperienza di vita come fluida e lontana da classificazioni eccessive. Si proclamano gente “giusta” che ha dalla parte sua idee, voglia di fare ma anche paure, incertezze. Questo loro spirito viene fuori del tutto nel momento in cui si ritrovano a scuola e il loro consiglio studentesco sta dichiarando l’intenzione di occupare l’istituto. Come una sorta di cantilena si sente ripetere “Combattiamo contro l’oppressione e l’ingiustizia di questa società autoritaria”; un grido che pian piano comincia a raccogliere adesioni sempre più fitte e convinte. Silvio e Ponzi (andando in contrasto con il parere dei genitori) decidono di “arruolarsi” e prendere parte al progetto. L’esperienza dell’occupazione renderà la scuola il loro micro-mondo (il punto di riferimento unico e ultimo per le loro avventure); un posto dove l’intento sociopolitico sembra venir meno sempre di più, lasciando spazio alle vere inclinazioni emotive dei protagonisti: l’amore, le prime esperienze con le ragazze e il confronto con gli altri compagni. Silvio in particolare è la persona maggiormente investita da questo processo di crescita; il suo excursus durante il film racconta di vere e proprie battaglie lungo tre direzioni: Valentina (una ragazza fidanzata con un suo amico ma per la quale ha sempre avuto una propensione relazionale), i genitori (generazione diversa e per certi versi incomprensiva) e infine i suoi amici (individui sempre presenti ma pronti anche a mettere in discussione Silvio e le sue credenze). Quando Silvio confida a Ponzi di aver baciato Valentina di nascosto inizia proprio questo vortice di scontri che forgerà Silvio e il suo futuro (almeno quello immediato).

Come te nessuno mai – La recensione
Gabriele Muccino dimostra grande sensibilità nel dipingere, praticamente alla perfezione, la generazione degli studenti liceali. Ciò che colpisce di più nell’immediato è la semplicità con cui vengono narrate le vicende studentesche e la vita privata dei protagonisti. Si percepisce, nel corso dei rivolgimenti scenici, che quello che capita a Silvio e Ponzi è un qualcosa di molto diffuso, quasi canonico e inevitabile in età adolescenziale. Simbolo assoluto di questo concetto è il diverbio acceso che hanno Silvio e il padre quando il ragazzo torna a casa da scuola per recuperare il sacco a pelo e tornare all’istituto occupato. Notiamo come il genitore sia poco incline a comprendere le motivazioni che adducono alla protesta studentesca e non c’è modo di fargli cambiare idea. La discussione che ne segue è illuminante in quanto il genitore afferma di aver lottato da giovane per questioni autentiche (fa parte della generazione del ’68). La guerra in Vietnam è sufficiente per motivare questa ribellione giovanile che anche lui si era trovato a voler alimentare; nel caso di Silvio invece non riesce ad afferrare l’origine culturale o politica della sua spinta anti-sistemica. Questi elementi rendono il linguaggio di Muccino universale; applicabile tranquillamente a tutte le generazioni. Un altro fattore molto apprezzabile è la perfetta attinenza della vita liceale dei ragazzi con il contesto sociale italiano; si tratta di un film unico proprio per questo. L’espediente narrativo dell’occupazione studentesca assurge a simbolo per eccellenza del rapporto che gli studenti italiani hanno con la scuola; un evento si potrebbe dire quasi formativo che è in grado di plasmare l’esistenza stessa dei giovani. È una concezione della scuola, quella italiana, diametralmente opposta ad esempio a quella statunitense: nel primo caso lo studente si “appropria” della scuola, cercando di darne una sua personale connotazione, un indirizzo che preferirebbe alla linea adottata dagli adulti. Nel secondo caso (come testimoniamo i film che sono a disposizione) la vita studentesca è presentata come una sorta di favola che, altro non consiste, che in un’accettazione passiva dell’educazione. Non c’è quasi mai un processo di messa in discussione degli insegnamenti ricevuti, piuttosto vi è la sensazione che gli studenti vivano in una specie di bolla.

Alla fine del film Muccino interviene (con il suo tocco unico) a smorzare questa foga ribelle per far tornare tutti alla realtà (o per lo meno per ridimensionare l’insurrezione contro l’autorità). Questo avviene nel momento in cui i genitori degli occupanti arrivano a scuola per far tornare i figli alla ragione (è la che la potestà degli adulti viene ripristinata e i ragazzi tornano ad essere individui da educare e non leader di una qualche protesta studentesca). Altra scena capace di fare breccia nella sfera assolutamente personale che i ragazzi avevano creato è l’inserimento del fratello maggiore di Silvio come figura di rottura. Questi, oltre a dare consigli a Silvio, testimonia quanto anche la vita dopo il liceo sia difficile e quanto la giovinezza sia un garbuglio di fattori emotivi, di sogni, speranze inattese e delusioni. La gioventù e le insicurezze che si porta dietro non terminano con la fine del liceo (il fratello di Silvio si sta per laureare ma dimostra di stare vivendo le stesse identiche problematiche del fratello più piccolo).
Questi elementi appena citati intervengono a smorzare l’effetto eroico delle gesta degli occupanti ma si vedrà come, invece che rappresentare un infrangersi dei sogni adolescenziali, costituirà un elemento necessario per il loro prendere forma. La fine dell’occupazione coincide con la fine delle turbe amorose di Silvio per Valentina e con l’inizio di un nuovo rapporto (con un’altra ragazza dell’istituto). Questa certifica come la vita giovanile sia sempre in divenire e una fine si accompagni sempre a un nuovo inizio.
