Boris, recensione della quarta stagione su Disney+

Boris è una serie italiana tra le più iconiche e apprezzate. Sul web impazzano le citazioni su quella che è stata la parodia all’intrattenimento italiano probabilmente tra le più puntuali mai create. Molti conoscono questo dietro le quinte scanzonato della fiction Gli occhi del cuore 2, con la sigla cantata da Elio e le storie tese (che la cantano anche stavolta).

Le prime tre stagioni sono state un successo così come il film prodotto tra la prima e la seconda; quando è stato annunciato quindi un revival grande è stato l’entusiasmo ma forti anche le aspettative. Anche se quando è uscita in realtà era amata da pochissimi, e deve ai memes in giro per il web e a Netflix la sua rinnovata popolarità. Con questa nuova stagione Boris ha ancora qualcosa da dirci?

Boris

Il fenomeno Boris

Boris è una serie popolare sotto molti di punti di vista. È popolare perché è del popolo, accessibile, con un linguaggio immediato costituito soprattutto da espressioni in romanesco. Questo è diventato un tratto caratteristico di questo prodotto, citatissimo specie sul web. Sono tantissimi i “memes” diffusi in giro, per cui spesso anche chi non ha mai visto Boris la conosce. “Fammela a cazzo di cane”, linea guida che il regista dà sempre ai suoi attori, con l’indimenticabile Francesco Pannofino che lo interpreta, è un esempio.

René: Cerchi di… mollare un po’. Molli!
Orlando: Mollo cosa?
René: Il personaggio, Serpentieri, me lo molli un po’. Lei non ha visto la differenza tra lei e gli altri due attori?
Orlando: Eh, sì. C’è una differenza, diciamo… anagrafica.
René: Appunto! Lei me li fa risultare due cani così questi due, eh-eh-eh-eh-eh! Molli! Cerchi di mollare un po’, capito? Lei pensi ad altro, pensi a casa sua, sua moglie, alla spesa, al tempo… La faccia, se mi permette, “a cazzo di cane”! Li ha visti Corinna e Stanis? Eh, come loro! “A cazzo di cane”! E funziona, va bene?
Orlando: Mi perdoni Ferretti, ma mi sembra una richiesta quantomeno bislacca.
René: “A cazzo di cane”, maestro! Conto su di lei. “A cazzo di cane”!

O ancora interi dialoghi o espressioni. Ricordiamo anche “La locura”, citata in una canzone del rapper Willie Peyote. È chiaro che la comunicazione di Boris come serie ha perfettamente funzionato e ha realizzato, in Italia, ciò che fanno di solito situation comedy straniere, specie americane, come The Office. La capacità di attraverso la satira fare ridere in modo intelligente è qualcosa che nelle serie italiane poco spesso si è trovato.

L’Inferno è pieno di quarte stagioni

Già della quarta stagione di Boris si parla anche tramite citazioni, la più famosa delle quali è proprio “L’Inferno è pieno di quarte stagioni“. Cosa che rivela ovviamente una autoironia molto presente in Boris. La quarta stagione è spesso il momento (a volte arriva anche prima, ammettiamolo) in cui una serie perde il suo smalto, vuoi perché si sta continuando senza grandi idee, ma solo per il gusto di farlo (e guadagnarci un po’), vuoi perché la verità è che a lungo andare qualsiasi cosa effettivamente stanca.

La quarta stagione di Boris si accompagnava a diverse aspettative e novità. Prima di questo revival, per esempio, non esistevano piattaforme streaming legali così famose in Italia. Ironicamente, è proprio da Netflix che Boris ha ritrovato popolarità, quando è stata aggiunta a questa piattaforma e quindi ha permesso a molti di conoscerla. E ancora, la nuova stagione (o le nuove, perché non è detto che questa sia l’ultima), escono proprio su Disney+.

Quindi bisogna scontrarsi con un nuovo modo di scrivere e anche di fruire della serialità, con il rischio sempre in agguato di fare un po’ un inno alla crisi di mezza età, un effetto che ricorda l’immagine del Signor Burs dei Simpson vestito da giovane. La domanda è: a Boris 4 è successo? La risposta è nì. Non è la stessa cosa, eppure fa ridere, intrattiene, diverte, grazie a un cast che da sempre è fatto da persone di talento e a una scrittura indubbiamente originale. 

Effetto nostalgia ma effetto rinnovamento

Se nel primo episodio abbiamo già un tributo ad esempio a Itala, interpretata dalla scomparsa Roberta Fiorentini, allora significa che Boris un po’ di autocelebrazione vuole farla. Ma lo fa in maniera funzionale, divertente, scanzonata. Pensiamo che è l’immancabile Stanis (uno dei personaggi più citati dalle prime stagioni) a voler creare la serie nuova oggetto di questa stagione, e che sarà una serie su Gesù.

L’effetto nostalgia è forte, ma c’è anche un po’ di smarrimento. Qui non parliamo dei già citati Simpson dove l’animazione ci permette di rendere eterni i volti dei personaggi, i nostri beniamini sono invecchiati. E menomale però, perché altrimenti non sarebbe un revival ma una minestra riscaldata. Sono tutti nuovi, diversi, lo siamo anche noi, ma considerato che molti hanno scoperto Boris di recente è legittimo questo sentimento di disagio. Per molti la serie è finita da poco, è il bello e il brutto delle piattaforme streaming, che la stessa stagione prende in giro. Così come l’idea di inclusività, con una comicità libera e mai offensiva perché incredibilmente coerente. 

Ancora, gli episodi sono solo 8. Ciò sembra darci quasi un semplice assaggio di quel che sarà e di quel che potrebbe essere. Ma le battute funzionano, i personaggi divertono, una serie TV comedy deve fare principalmente questo. E allora non ci sono cagne maledette qua dentro, e la quarta stagione di Boris, per quanto abbia anche difetti dovuti al passare del tempo, va sicuramente vista anche dagli ammiratori di sempre.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni
Silvia Argento
Silvia Argento
Laureata triennale in Lettere Moderne e due magistrali in Filologia Moderna e Editoria e scrittura cum laude. È docente di letteratura italiana e latina, scrittrice e redattrice, autrice di un saggio su Oscar Wilde e della raccolta di racconti «Dipinti, brevi storie di fragilità».

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