Recensioni FilmBlue moon - Linklater e il ritratto d'artista

Blue moon – Linklater e il ritratto d’artista

Tre mesi prima di presentare a Cannes il suo Nouvelle vague, Richard Linklater ha partecipato al Festival di Berlino con Blue moon, raccogliendo un Orso d’argento per la miglior interpretazione da non protagonista a Andrew Scott, 2 candidature ai Golden Globes (miglior film commedia o musicale e miglior attore a Ethan Hawke) e 2 agli Oscar (sempre a Hawke e miglior sceneggiatura originale a Robert Kaplow). Come il film cannense, anche quest’ultimo riguarda una geniale figura artistica del Novecento, colta in un momento particolare della sua vita.

Ma se Nouvelle vague racconta l’inizio di una carriera, portandoci dietro le quinte dell’opera prima di Godard, Blue moon fotografa un momento immaginario nel crepuscolo di Lorenz Milton Hart detto Larry, paroliere e librettista, autore di musical di successo e canzoni divenute standard jazz, tra le quali la più nota è quella del titolo.

Blue moon

Blue moon – Trama

Dopo un incipit in cui assistiamo al malore fatale di Lorenz (Ethan Hawke), barcollante fino al collasso sotto una pioggia torrenziale in un oscuro vicolo newyorchese, un cartello porta la storia a sette mesi prima, precisamente al 31 marzo del ’43. È la serata di debutto di Oklahoma!, nuovo musical di Broadway firmato dall’ex partner creativo di Larry, Richard Rogers (Andrew Scott), in collaborazione con Oscar Hammerstein II (Simon Delaney).

Il nostro lascia anzitempo il teatro per dirigersi al ristorante Sardi’s, dove sono in corso i preparativi per festeggiare gli autori e il cast dello show. Qui si intrattiene con l’amico barista Eddie (Bobby Cannavale), lamentandosi dello spettacolo e confidandogli il suo amore per Elizabeth Weiland (Margaret Qualley), poetessa e studentessa di Yale, con aspirazioni da scenografa. La ragazza ha meno della metà dei suoi anni e non corrisponde agli “interessi primari” che si vociferano su di lui, noto omosessuale. Ma Larry, alcolizzato e ormai ostracizzato dall’ambiente, ha una sola passione nell’arte e nella vita: quella per la bellezza.

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Blue moon

Blue moon – Recensione

Con unità di luogo, tempo e azione, Linklater anticipa le intenzioni filologiche del film successivo, aderendo ai principi aristotelici sulla rappresentazione teatrale per parlare dei retroscena del mondo luminoso di Broadway. Con lo stesso principio, in Nouvelle vague inseguirà l’estetica in BN d’inizio movimento, ridando vita a quella stagione rivoluzionaria attraverso i rapidi ritratti e i fulminanti aforismi dei suoi protagonisti, trainati dal giovane Jean Luc. Qui è invece un decadente Lorenz a dettare i tempi decisamente più compassati di un biopic ugualmente atipico. L’atto unico è anticipato dalla morte del protagonista, in una sequenza puramente noir, come se anche in questo caso l’ambientazione d’epoca debba coincidere con una coeva ricerca estetica.

Come Godard, Hart è una miniera d’aforismi, un campione di botta e risposta restituitoci degnamente dallo script di Robert Kaplow. È un personaggio che incarna, con la sua bassa statura, il goffo riporto e la buffa camminata da freak, lo spirito del perdente, la stessa illusione di protagonisti letterari consumati da profonda inadeguatezza, tra i quali vengono alla mente il Monsieur Hire di Simenon o il giovane delle Notti bianche di Dostoevskij. Eppure a differenza loro, Hart ha il dono incantatore della parola, un eloquio irresistibile che attraversa la scurrilità per sfiorare il sublime, un’immortalità già shakespearianamente raggiunta grazie ai propri versi, la stima sincera – come artista – della propria comunità.

Ma è proprio questo a rendere ancor più frustrante il rifiuto generalizzato che subisce come essere umano. Lo amano in tanti, ma non “in that way“. Lo adorano e lo scansano. Lo tradiscono quasi senza rendersene conto. Hawke ne dà un’interpretazione lontana dalle proprie corde abituali. Una performance giocata sull’handicap fisico e sull’esuberanza della mimica facciale, unita a logorrea e a patetismo. Una prova tanto rischiosa quanto convincente, capace di caricarsi sulle spalle l’intero film.

Accordi e disaccordi

La struttura dell’opera è cadenzata, infatti, dai lunghi duelli dialettici tra Hart e gli altri. Cannavale è il barista brillante che fa da spalla al one man show introduttivo, prestandosi a un siparietto ispirato a Casablanca, con tanto di pianista ad accompagnare la scena (sarà il tessuto sonoro dell’intera pellicola). Il Rogers di Andrew Scott è – per parafrasare Bogart – “la fine di una grande amicizia” su cui Larry piange il capolinea della carriera; uno scontro struggente, ripreso emblematicamente da Linklater, al momento cruciale, su un pianerottolo intemedio tra una rampa di scale che porta alla festa che attende Rogers e un’altra che conduce Larry, lasciato solo, all’ingresso del guardaroba.

Proprio qui ha luogo il confronto decisivo, quello con l’oggetto del suo desiderio impossibile: Elizabeth Weiland, una Margaret Qualley bionda ossigenata, eterea e penetrante; un personaggio romanzato, la cui reale identità rimane avvolta nel mistero (Kaplow racconta di essersi imbattuto in un carteggio tra lei e Hart, eppure non ci sono altre testimonianze della sua esistenza), ma che costituisce l’incontro più intimo e autentico; un dialogo memorabile in cui i due, in contrasto al precedente gioco di scale, sono seduti allo stesso livello, confessandosi l’inconfessabile.

Ci sono anche scambi più fugaci ma ugualmente significativi, con due astri nascenti, rispettivamente del cinema e della musica: uno è George Hill, aspirante regista (La stangata, Butch Cassidy), cui Hart consiglia di concentrarsi più sulle storie d’amicizia virile che su quelle d’amore ( “L’amicizia è un sentimento più duraturo”); l’altro è un giovanissimo Stephen Sondheim, che, appena tredicenne, non risparmia commenti sprezzanti a Larry sui suoi lavori (definiti “approssimativi”), evidenziando quanto il tempo e i nuovi gusti del pubblico non siano ormai più dalla sua parte.

Conclusioni

La regia di Linklater è diligente, principalmente al servizio della sceneggiatura, abile a far emergere gli interpreti e a correggere i binari quando l’impostazione teatrale rischia di prendere il sopravvento. Riesce, soprattutto, nello scopo di ridare dignità a una vittima dello show business (e di sé stesso), a un’anima complessa, respingente e affascinante, tanto creativa quanto autodistruttrice. Il motore di una riflessione sulle molteplici e contraddittorie anime di un artista, bambino mai cresciuto come tanti protagonisti del suo cinema. Una storia che ci ricorda, con la malinconica tenerezza del suo finale, quanto le storie ci aiutino a sentirci meno soli, a trasformare in oro la nostra Blue moon.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Blue moon racconta con sensibilità l'anima di un reietto, riuscendo nell'impresa di restituire echi del suo intero percorso lavorando sul modello dell'atto unico teatrale. Linklater, valorizzato da script e interpretazioni, fotografa, nello stesso anno di Nouvelle vague, un'altra figura chiave dell'arte novecentesca.
Alberto Bajardi
Alberto Bajardi
Nato su quel ramo del Lago di Como dove Hitchcock girò la sua opera prima, si iscrive a giurisprudenza ispirato da La parola ai giurati, ma si ritrova a disertare le lezioni come Antoine Doinel, attratto dai matinée delle sale milanesi. Laureatosi al DAMS per non sentirsi più in colpa, ama il cinema senza distinzione di generi e cerca in un film nient'altro che emozioni autentiche, siano esse nei più acuti ritratti umani di Cassavetes o nei più viscerali horror di Cronenberg.

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