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Baron Noir – ritratto della politica francese

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Negli ultimi anni le serie dedicate alla politica si sono moltiplicate; tra House of Cards e Borgen si è fatta strada anche Baron Noir. Una serie francese che in Italia ha avuto pochissima risonanza, ingiustificatamente, quantomeno le piattaforme potrebbero recuperare un’opera che ha tutti gli elementi per funzionare. L’attore protagonista Kad Merad (apprezzato volto del cinema brillante in Francia) ha da poco annunciato l’arrivo di una quarta stagione. Un prodotto televisivo Canal + con un’alta percentuale di realismo, legata sicuramente a uno dei creatori, Eric Benzekri, che conosce bene il panorama politico.

Baron Noir – trama e cast

Philippe Rickwaert (Kad Merad) è un deputato del Partito Socialista di Dunkirk, città di cui è anche sindaco. L’uomo è anche il più fidato consigliere del candidato dei socialisti alla presidenza della Repubblica francese Francis Laugier (Niels Arestrup). Ma la sera prima del secondo turno Philippe viene informato di una perquisizione delle forze dell’ordine per verificare una eventuale distrazione di fondi elettorali. Philippe decide allora di far sparire le prove di un eventuale reato, affidandosi al giovane tesoriere Joel. Il ragazzo però non regge la pressione e decide di suicidarsi. L’evento aumenta l’attenzione su Philippe, che però intanto contribuisce a far vincere le elezioni al candidato Laugier. Il neopresidente decide su consiglio di Amélie Durendeu (Anna Mougalis) di estromettere Philippe dal suo nuovo governo.

Eletto comunque all’Assemblea Nazionale, questi inizia una silenziosa guerra nei confronti della nuova presidenza, ribattezzato appunto Baron Noir. L’impasse politica in cui scivola il paese costringe poi il presidente a riconsiderare il ruolo di Philippe. Intanto, tra il Barone e Amelie, da subito sua grande oppositrice, inizia una relazione che tentano di tenere segreta. Ma la vicenda giudiziaria del deputato finisce per lambire anche il presidente Laugier. Così, i due uomini dopo essersi riappacificati, si trovano nuovamente su fronti opposti.

Baron Noir

Baron Noir – la recensione

Tra le serie recenti già citate (House of cards, Borgen) Baron Noir non somiglia realmente a nessuna. Si costruisce un proprio spazio narrativo in cui i personaggi non raggiungono il livello di machiavellismo estremo della serie statunitense. Rispetto a Borgen, l’approfondimento maggiore di alcuni personaggi secondari è più marcato. Di certo, tra le due è con l’opera danese che questa trova i maggiori elementi di contatto. A giovarne è il senso di realtà del racconto e un architrave narrativa che poggia sì sul protagonista, ma è sorretta anche dal mondo che gli gira attorno. Merad contribuisce meravigliosamente, dando riprova di non essere solo un attore da commedia, pur mantenendo la brillantezza istrionica delle sue interpretazioni. Un serial politico necessita di un equilibrio di tra i suoi attori. La tensione e lo sviluppo del rapporto con Amélie finiscono per caratterizzare la dimensione privata della storia.

La prima stagione della serie si gioca anche su un altro rapporto: quello tra Philippe e il presidente Laugier. Ed è ancora una volta la bravura degli interpreti a tenere banco, a conferire la profondità necessaria alla narrazione. Arestrup chiude una carriera che lo ha visto al fianco di Audiard (Il profeta, Tutti i battiti del mio cuore) con un ruolo ricco di sfaccettature. Esattamente, come ricca di sfaccettature è tutta un’opera che non si presta al giudizio morale, senza rinunciare ai temi rilevanti. Al contrario di altre serie, non sorvola le questioni politiche, ma le porta in scena, con una credibilità e una solidità importanti. In questo senso, Baron Noirha da una parte saccheggiato la realtà, dall’altra ne è stata anticipatrice. Ecco un altro elemento che emerge: la capacità non solo di mettersi in scia di quanto accade, ma in di leggere anticipatamente gli eventi reali.

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La politica in scena

È sempre stata grande l’attenzione del cinema – o della televisione – nei confronti della politica. Le ragioni di questo interesse risiedono, innanzitutto, nella volontà di essere quanto più vicini possibile al vero, o quantomeno, al verosimile. Ma c’è di più e si tratta di un elemento più strettamente cinematografico e narrativo. Il dispositivo del racconto politico ben si presta alla rappresentazione. Sia in chiave biografica (due su tutti, agli antipodi: W. e Berlinguer – la grande ambizione) che nella rappresentazione immaginaria di fatti reali. È ovvio, che anche nella rappresentazione immaginaria ci sia una dose più o meno massiva di realismo che conferisce credibilità al prodotto. Il racconto, inoltre, vertendo su uomini e donne di potere permette una forma di approfondimento del personaggio difficilmente eguagliabile da altri biopic.

Non spetta, chiaramente, alle opere di finzione di fornire risposte alle tematiche che vengono portate in scena. Ciononostante, questa stessa rappresentazione può inserirsi in un dibattito più ampio di quello meramente legato all’opera in sé. Esiste un costante rapporto di influenza tra ciò che avviene sullo schermo e quanto avviene fuori. Un rapporto che si esercita soprattutto in presenza di prodotti in grado di catturare il momento della realtà in cui si svolgono. Un rapporto che però si esercita anche nella capacità degli sceneggiatori di prendere posizione senza far sembrare di assistere a uno spot elettorale.

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PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni
Stefano Minisgallo
Stefano Minisgallo
Si vive solo due volte come in 007. Si fanno i 400 colpi come Truffaut, Fino all’ultimo respiro come Godard. Il cinema va preso sul serio, ma non troppo. Ci sono troppi film da vedere e poco tempo, allora guardiamo quelli belli. Il cinema è una bella spiaggia, come nei film di Agnes Varda.

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