Una famiglia può essere un luogo molto più terrificante di una casa infestata. Ari Aster sembra averlo capito prima ancora di realizzare il suo primo lungometraggio. Il suo cinema nasce proprio lì, all’interno dei rapporti che dovrebbero proteggerci e che, una volta deformati, diventano qualcosa da cui è quasi impossibile fuggire.
È una traiettoria che attraversa tutta la sua ancora giovane filmografia. Prima la famiglia, poi la coppia e il bisogno di appartenere a una comunità, infine una società intera incapace di riconoscersi nella stessa realtà. Da Hereditary a Eddington, Aster ha progressivamente allargato il perimetro del proprio cinema e, insieme ad esso, quello dell’orrore.
Perché forse il passaggio più interessante della sua carriera non consiste nell’essersi progressivamente allontanato dall’horror, ma nell’aver capito di non averne più bisogno nella sua forma tradizionale. Se inizialmente l’occulto permetteva di raccontare la disgregazione di una famiglia, con Eddington sono sufficienti una pandemia, una piccola comunità americana e persone ormai incapaci di condividere persino la stessa percezione della realtà.
L’orrore non è scomparso. Ha semplicemente cambiato dimensione.

Gli esordi di Ari Aster: The Strange Thing About the Johnsons
Per comprendere fino in fondo il percorso di Aster è interessante tornare indietro, prima ancora di Hereditary. Durante la formazione all’AFI Conservatory il regista realizza The Strange Thing About the Johnsons, cortometraggio che già contiene, in una forma inevitabilmente più acerba, molte delle ossessioni che attraverseranno successivamente il suo cinema.
Personalmente sono arrivato al corto seguendo il percorso inverso. Dopo aver visto i suoi lungometraggi e aver iniziato a riconoscere alcuni elementi ricorrenti nel suo cinema, sono tornato indietro alla ricerca dei suoi primi lavori. È stato proprio l’incontro con The Strange Thing About the Johnsons a rendere ancora più evidente quanto alcune caratteristiche della sua poetica fossero presenti fin dall’inizio.
È difficile infatti guardare il cortometraggio semplicemente come un esercizio realizzato durante una scuola di cinema. Aster sceglie già un terreno estremamente rischioso, costruendo un ribaltamento disturbante delle dinamiche familiari e portandolo avanti senza cercare una via d’uscita rassicurante per lo spettatore. La provocazione è evidente, ma ancora più interessante è la lucidità con cui viene utilizzata.
C’è già la famiglia trasformata in luogo dell’orrore. C’è il rapporto affettivo che perde completamente la propria funzione protettiva. E soprattutto c’è già quella capacità di costringere lo spettatore a rimanere davanti a qualcosa da cui vorrebbe istintivamente distogliere lo sguardo.
Rivedendolo dopo i suoi lungometraggi, più che sorprendere per ciò che mostra, il corto sorprende per quanto chiaramente anticipi il regista che Aster sarebbe diventato.

Hereditary: La famiglia come luogo dell’orrore per Ari Aster
È con Hereditary nel 2018 che queste intuizioni trovano la loro prima forma pienamente compiuta. Il debutto nel lungometraggio segue la famiglia Graham dopo la morte della nonna Ellen, trasformando progressivamente l’elaborazione di un lutto in una tragedia familiare dai contorni soprannaturali.
Ma l’elemento più disturbante del film arriva molto prima dell’occulto. È nel senso di colpa, nell’incapacità di comunicare, nel dolore che passa da un componente della famiglia all’altro e soprattutto nell’impossibilità di considerare la casa come un luogo realmente sicuro.
La famiglia, nel cinema di Ari Aster, non protegge necessariamente dall’orrore. Può essere il luogo attraverso cui esso viene trasmesso.
Anche visivamente Hereditary costruisce questa sensazione attraverso un controllo quasi ossessivo dello spazio. La casa dei Graham viene osservata come se fosse una delle miniature realizzate dalla protagonista Annie: stanze, corridoi e corpi sembrano elementi collocati all’interno di una composizione più grande. I personaggi si muovono credendo di poter modificare ciò che accade, mentre la regia suggerisce progressivamente la sensazione opposta.
È qui che emerge una delle ossessioni che continueranno ad attraversare il cinema dell’autore: la perdita del controllo. Non soltanto la paura di ciò che potrebbe accadere, ma qualcosa di forse ancora più inquietante, ovvero la possibilità che tutto fosse già inevitabile.

Midsommar: L’orrore alla luce del sole
Con Midsommar, soltanto un anno dopo, Aster riprende parte di queste ossessioni modificandone radicalmente la forma. L’oscurità soffocante di Hereditary viene sostituita dalla luce quasi permanente della campagna svedese; la famiglia lascia spazio alla coppia e, progressivamente, alla comunità.
Dani arriva ad Hårga dopo una tragedia familiare devastante e all’interno di una relazione con Christian ormai incapace di offrirle un reale sostegno emotivo. È proprio in questa mancanza che la comunità trova lo spazio per inserirsi.
Il meccanismo è particolarmente interessante perché l’orrore non viene costruito esclusivamente attraverso il rifiuto. Al contrario, Midsommar rende progressivamente seducente ciò che dovrebbe spaventare. Hårga offre a Dani qualcosa che il mondo dal quale proviene non è riuscito a darle: partecipazione, condivisione del dolore, appartenenza.
La sequenza nella quale le donne della comunità accompagnano fisicamente il dolore della protagonista rappresenta forse il momento più evidente di questa ambiguità. L’immagine è disturbante, ma contemporaneamente possiede qualcosa di profondamente liberatorio. Per la prima volta qualcuno sembra sentire insieme a Dani ciò che fino a quel momento aveva dovuto sostenere da sola.
Ed è proprio qui che il cinema di Aster comincia ad allargarsi. Se Hereditary osservava la distruzione dall’interno della famiglia, Midsommar mette l’individuo davanti alla possibilità di sostituire quella struttura con un’altra. Il problema è che per appartenere pienamente alla nuova comunità è necessario progressivamente rinunciare a una parte di sé.

Da Beau Is Afraid a Eddington: Oltre l’horror
Dopo Hereditary e Midsommar, Aster comincia ad allontanarsi dalle coordinate più riconoscibili dell’horror. Nel 2023 arriva Beau Is Afraid, ulteriore spostamento verso forme ibride tra grottesco, commedia nera e paranoia.
È però con Eddington che questo percorso trova il suo punto di arrivo più interessante. Il film affonda le mani nella società americana post-Covid, osservandone fratture e tensioni attraverso il microcosmo di una comunità incapace di trovare una forma di pacificazione. Quella raccontata da Aster è un’America stanca e paranoica, ancora incapace di elaborare il trauma recente.
Il regista non ha più bisogno dell’horror in senso stretto. Eddington attraversa satira sociale, western contemporaneo e thriller psicologico, conservando però quella tensione sotterranea che caratterizza il suo cinema. La paranoia diventa collettiva: pandemia, politica, social network, complottismo e impossibilità di comunicare convivono in uno spazio nel quale ciascuno sembra possedere una propria versione della realtà.
Se in Hereditary era la famiglia a disgregarsi e in Midsommar una relazione a mostrare la propria incapacità di sostenere il dolore, in Eddington è un’intera comunità a perdere qualsiasi terreno comune. L’orrore diventa sociale.
A colpire è anche la dimensione produttiva. Con un budget stimato intorno ai 25 milioni di dollari, Aster costruisce un film visivamente molto più grande dei mezzi a disposizione. Inquadrature, ambienti e gestione dello spazio dimostrano una maturità registica che lavora sulla precisione più che sull’eccesso: l’ambizione visiva non nasce dalla spettacolarità, ma dalla lucidità dello sguardo.

Ari Aster: Un cinema che continua ad allargarsi
Osservato attraverso questo percorso, definire Aster semplicemente come un regista horror diventa inevitabilmente riduttivo. Non perché il genere sia stato soltanto una fase iniziale da superare, ma perché sembra essere stato fin dall’inizio uno strumento attraverso cui interrogare qualcosa di più ampio.
È interessante allora tornare proprio a The Strange Thing About the Johnsons. In quel cortometraggio la famiglia era già il luogo in cui i legami affettivi venivano stravolti fino a diventare qualcosa di profondamente disturbante. Con Hereditary quella stessa intuizione assume i contorni della tragedia, mentre in Midsommar il bisogno di trovare nuovi legami spinge lo sguardo oltre la famiglia, verso una comunità capace di accogliere ma anche di annulla Con Eddington, infine, lo sguardo si allarga fino a comprendere una società intera.
Il percorso non è quindi tanto quello di un autore che progressivamente abbandona l’horror, quanto quello di un regista che continua ad aumentarne il campo d’azione.
Ed è forse proprio Eddington a rappresentare, fino a questo momento, la dimostrazione più evidente della maturità autoriale raggiunta da Aster. Un film nel quale non è necessario evocare qualcosa di soprannaturale per generare inquietudine, perché sono sufficienti una strada, una comunità, uno schermo e persone che non riescono più a riconoscersi nella stessa realtà.
Da un cortometraggio universitario costruito attorno alla deformazione più estrema della famiglia a un film che osserva le deformazioni di un’intera società americana, il cinema di Ari Aster sembra aver progressivamente spostato i propri confini senza perdere ciò che lo rende riconoscibile.
L’orrore, in fondo, è rimasto lo stesso. È semplicemente diventato sempre più grande.
