Recensioni FilmAmericani – il cinema di teatro

Americani – il cinema di teatro

Nel 1992 arriva nelle sale Americani, il cui titolo originale è Glengarry Glenn Ross che è anche titolo della pièce teatrale da cui è tratto. Sceneggiato dallo stesso autore del testo teatrale David Mamet (poi sceneggiatore di Hannibal), il film è diretto da James Foley. Il cast è composto da stelle passate, presenti e poi future del cinema hollywoodiano. Così al fianco di un giovane Kevin Spacey troviamo una vecchia gloria del cinema come Jack Lemmon (che vincerà la Coppa Volpi a Venezia). Ma non sono i soli, tra gli altri protagonisti della pellicola si trovano infatti: Al Pacino, Alan Arkin, Ed Harris. In ruoli minori sono presenti anche Alec Baldwin e Jonathan Pryce. L’interpretazione è valsa ad Al Pacino la candidatura all’Oscar come miglior attore non protagonista nel 1993.

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Americani – la trama

In un’agenzia immobiliare newyorchese viene inviato dai proprietari un motivatore, Blake (Baldwin) per spingere i dipendenti a lavorare più duramente. La sfida che l’agenzia pone vedrà chi si rivelerà in grado di chiudere più contratti premiato con una Cadillac e il licenziamento di chi risulterà ultimo nelle vendite. La sfida crea subito scompiglio tra i dipendenti, guidati dal giovane John Williamson (Spacey), non troppo stimato dai suoi sottoposti. Tra i venditori cui il messaggio era rivolto, risulta assente solo Ricky Roma (Pacino) impegnato a chiudere un contratto e considerato il venditore più bravo. Gli altri tre sono invece più in difficoltà di fronte alla sfida. Il più vecchio dei Shelley (Lemmon) tenta di convincere Williamson a passargli dei contratti più facili da chiudere, non ottenendo però nulla dal direttore. Gli altri due: Dave (Harris) e George (Arkin) discutono della possibilità di vendere i contratti dell’azienda a un’agenzia rivale.

Il mattino dopo i contratti effettivamente risultano spariti, ma nessuno ammette il furto. I dipendenti vengono convocati uno per volta nello studio di Williamson alla presenza degli agenti federali. Mentre Dave decide di andarsene, sostenendo l’infondatezza delle accuse, George sembra andare nel panico. Shelley, intanto, arriva in ufficio affermando di aver chiuso un contratto da oltre 80 mila dollari. La situazione di quel contratto, in realtà, si rivelerà diversa dalle aspettative dello stesso Shelley. Il colpevole si tradirà dopo che Williamson ha fatto saltare un contratto praticamente chiuso a Roma. Americani nel 1992 è stato selezionato tra i migliori dieci film del 1992 dal National Board of Review Award.

Americani – la recensione

Sebbene il titolo in italiano, Americani, sembrerebbe avere poco a che fare con la trama, risulta adeguato rispetto allo svolgimento del film. Il film contiene in sé molti di quelli elementi che caratterizzano questo genere di lavori quando arriva dagli Stati Uniti. È anche l’unica spiegazione per un titolo, appunto, che nulla ha a che fare con il resto. Quando gli è stato proposto di girare questo rimaneggiamento di un’opera teatrale, Foley si era mostrato scettico. Il regista temeva che il testo non si prestasse a una versione cinematografica e solo il lavoro di Mamet gli ha fatto cambiare idea. In realtà, Foley ci aveva forse visto lungo. La regia è abbastanza statica, non riesce a sfuggire all’effetto del “teatro filmato”. Sebbene la sceneggiatura risulti pregevole, non basta a giustificare alcune scelte che sembrano appartenere proprio alla dimensione del teatro.

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Ciò accade quando vediamo un personaggio, Dave, fare appunto un’uscita teatrale ma abbastanza monca e non tornare più in scena. Le interpretazioni sono il punto di forza di Americani. Lemmon e Al Pacino nella seconda parte del film emergono in tutta la loro bravura. Ma anche il resto del cast riesce a ritagliarsi, in ruoli più o meno rilevanti, una forza interpretativa che giustifica comunque il buon successo a posteriori del film. I cambiamenti fatti da Mamet rispetto all’opera teatrale si sono confermati così buoni da indurlo a cambiare il testo teatrale stesso. Questo è però forse sintomatico di quanto sostenuto prima. Non sempre ciò che funziona a teatro è destinato a funzionare al cinema, e viceversa. Anche il finale sarebbe perfetto per una standing ovation, ma sempre a teatro.

Al Pacino – l’anno d’oro 1992

La carriera di Al Pacino non necessita di grandi commenti. La sua solo filmografia è sufficiente a spiegare tutto. In un tempo di termini di grandezza utilizzati con poca attenzione, Pacino è uno dei pochi che può davvero essere considerato un monumento del cinema. Il Padrino, Serpico, Dick Tracy, Profumo di donna, quattro titoli che non sono neanche una parte quantitativamente rilevante della sua carriera, che da soli però basterebbero. Per tacere di tutti gli altri, forse per non fare torto a nessuno, andrebbero citati tutti, o non citati. Certo, anche la carriera di un interprete come lui ha conosciuto momenti di difficoltà. Film andati male, problemi personali, perché la vita esiste e procede anche fuori dal set. Forse gli anni ’80, dopo Scarface, sono stati gli anni più duri, almeno dal punta di vista professionale.

Tuttavia, negli anni ’90 Pacino torna sulla breccia e dopo Dick Tracy nel 1991 arrivano due film che ne consacrano definitivamente la rivincita. Perché nel 1992 l’attore prende parte a due progetti: uno è proprio Americani e l’altro è Profumo di Donna. Col primo viene candidato all’oscar come miglior attore non protagonista, col secondo vince come protagonista. Un film difficile, che proviene dalla grande tradizione cinematografica italiana e interpretato da una leggenda globalmente riconosciuta come Vittorio Gassman. Pacino negli anni non ha mai rinunciato al teatro e al suo grande amore per Shakespeare. In un certo senso, è diventato il più shakespeariano tra gli hollywoodiani.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Americani è tratto da un'opera teatrale e non riesce pienamente a smarcarsi da questa dimensione. Grandi interpretazioni a servizio di una regia statica che non valorizza a pieno la storia.
Stefano Minisgallo
Stefano Minisgallo
Si vive solo due volte come in 007. Si fanno i 400 colpi come Truffaut, Fino all’ultimo respiro come Godard. Il cinema va preso sul serio, ma non troppo. Ci sono troppi film da vedere e poco tempo, allora guardiamo quelli belli. Il cinema è una bella spiaggia, come nei film di Agnes Varda.

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