Aguirre, furore di Dio è un film del 1972, scritto e diretto dal regista tedesco Werner Herzog, disponibile ora sulla piattaforma Amazon Prime video.
Realizzato dieci anni dopo la firma del Manifesto di Oberhausen, che sancì di fatto la nascita del Nuovo cinema tedesco, Aguirre, furore di Dio è considerato una delle opere più significative di questo movimento, nonché uno dei capolavori della storia del cinema.
Herzog, con questo film, realizza una delle opere più rappresentative del suo cinema, esplorando temi come il conflitto tra l’uomo e la natura, l’ossessione dell’uomo per il potere e la perdita della ragione. Il tutto in un’atmosfera onirica e ipnotica.
Il film segna inoltre l’inizio della celebre collaborazione tra il regista tedesco e l’attore Klaus Kinski, interprete di alcuni personaggi emblematici della filmografia herzoghiana, come Nosferatu e Fritzcarraldo.

Aguirre, furore di Dio – Trama
25 dicembre 1560. Dopo aver conquistato e saccheggiato il Regno degli Inca, un gruppo di conquistadores spagnoli discende le alture peruviane di Machu Picchu per addentrarsi nella Foresta Amazzonica e raggiungere la mitica città di El Dorado, meta leggendaria, ricca di oro e pietre preziose.
La spedizione, però, si rivela più difficile del previsto. Gli spagnoli, guidati da Gonzalo Pizarro prima e da Don Pedro de Ursua (Ruy Guerra) e dal suo vice Lope de Aguirre (Kinski) poi, devono far fronte a numerosi pericoli rappresentati dalla natura selvaggia e dall’ostilità delle popolazioni indigene.

Aguirre, furore di Dio – Recensione
Un campo lunghissimo sulle Ande peruviane avvolte nella nebbia. Poi, un movimento di macchina mette in campo delle piccole figure umane mentre calano dalle pendici di Machu Picchu, sovrastati dalla natura. La scena è accompagnata da una musica sacrale extradiegetica capace di trasformare lo scenario in un luogo fuori dal tempo.
Le figure umane sono indios e soldati spagnoli guidati da Gonzalo Pizarro, fratello del famigerato conquistadores Francisco. Il loro obiettivo è quello di marciare nel cuore della Foresta Amazzonica fino a raggiungere El Dorado, un luogo colmo di oro e saperi ancestrali.
Nel cinema di Herzog la natura non è mai un semplice sfondo. È una presenza maestosa, amorale, capace di opprimere la figura umana, rappresentando metaforicamente il caos interiore dei protagonisti. La sfida nei confronti di questa forza primordiale è centrale in Aguirre come lo sarà, dieci anni dopo, in Fritcarraldo, in cui un uomo è ossessionato dall’obiettivo di trasportare una nave sopra una montagna per portarla dall’altra parte del fiume.
I conquistadores spagnoli, inviati in nome di Dio per soggiogare e dominare la terra, rimangono impantanati nel fango – con tanto di lettiga e cannoni – alle porte della foresta. È in questo momento che Pizarro – ripreso da Herzog in una coltre di fumo come a sottolineare l’inutilità dell’impresa – annuncia che la spedizione continuerà via fiume, affidando il comando a Don Pedro de Ursùa e al suo vice Lope de Aguirre.

Il viaggio come discesa nel buio dell’animo umano
“Risalire quel fiume era come viaggiare indietro nel tempo sino ai più lontani albori del mondo, quando la vegetazione cresceva sfrenata sulla terra e i grandi alberi erano re. Un corso d’acqua deserto, un grande silenzio e una foresta impenetrabile. L’aria era calda, densa, opprimente, stagnante. Non c’era gioia nello splendore del sole.”
In questo modo, nel 1899, lo scrittore Joseph Conrad nella sua opera Cuore di Tenebra descriveva il viaggio lungo il fiume Congo del protagonista Marlow, per spingersi nella selvaggia Africa subsahariana. Il viaggio, dunque, non solo come percorso fisico, ma soprattutto esistenziale, interiore, verso il lato più profondo e oscuro dello spirito umano, in cui la natura incontrollata e primordiale non fa altro che aumentare questo senso di alienazione.
Così Aguirre, come il generale Kurtz di Apocalipse Now (adattamento di Cuore di tenebra), rappresenta il distacco dalla civiltà: la sua ricerca smisurata del potere lo condurrà alla follia, ad estraniarsi fino a costruirsi un proprio mondo, destinato a soccombere nel buio del proprio animo.
La Guerra del Vietnam per Coppola e il colonialismo per Herzog diventano il mezzo per scavare in uno dei lati più adombri dell’esistenza umana, ma anche il pretesto per smascherare le contraddizioni che li caratterizzano.

La decadenza morale del colonialismo
Il colonialismo, con la sua illusione di poter conquistare e dominare la natura e gli altri popoli – rappresentata allegoricamente dal mito di El Dorado –, affonda le sue radici in un’idea originaria che risale fino alla Genesi. Potere e religione, due forze che spesso hanno camminato fianco a fianco nel corso della storia, sostenendosi e giustificandosi a vicenda, perdono gradualmente la loro credibilità durante il viaggio di Aguirre.
Tutto ciò è rappresentato da due personaggi emblematici e contraddittori: Frate Gaspar de Carvajal e Fernando de Guzman. Il primo è incaricato di evangelizzare gli indios, ma arriverà, in maniera incoerente rispetto ai principi professati, a ordinare l’uccisione di due di loro e a cadere nel desiderio materialista di una croce d’oro, in sostituzione di quella vecchia d’argento. Il secondo personaggio è incaricato di governare le terre promesse di El Dorado, viene ripreso da Herzog nell’atto di banchettare ingordamente davanti agli sguardi impotenti dei sudditi affamati e costretti a dividersi le poche razioni concesse loro. Entrambi rappresentano un potere svuotato da ogni giustificazione etica e spirituale.

Aguirre, furore di Dio – Il naufragio dell’illusione
La follia di Aguirre, che dopo la morte di Fernando de Guzman si autoproclama “furore di Dio”, lo porterà a rinnegare gli stessi obiettivi originari della missione: la conquista dell’oro e la conversione degli indigeni.
A poco a poco “scompaiono” i personaggi più ragionevoli della spedizione. Don Pedro de Ursua, l’unico deciso a tornare indietro da Pizarro, viene giustiziato senza pietà. La moglie Inez, consapevole del fallimento della spedizione, si inoltra da sola nella foresta, accettando con dignità la fine. Il resto dell’equipaggio viene annientato dalle frecce degli indios, che rimangono in disparte, lontani dall’occhio della macchina di Herzog.
Aguirre resta da solo sulla zattera, che ben presto viene invasa dalle scimmie. È come se la natura si fosse ripresa i propri spazi, lasciando il protagonista in balia del suo stesso delirio.
La macchina da presa avvolge come una spirale la zattera, aumentando il senso di solitudine e intrappolamento di Aguirre. La musica sacrale, che aveva accompagnato all’inizio la discesa verso l’illusione di El Dorado, ritorna ora come a suggellare il definitivo fallimento dell’impresa.
In conclusione
“Aguirre, furore di Dio”, terzo lungometraggio di Herzog, rappresenta appieno lo stile singolare e irripetibile del regista, a metà tra documentario e finzione. Il film spazia tra temi universali, come le insensate ambizioni umane, il potere e la religione, ponendo l’uomo, inerme, di fronte a una natura primordiale e indifferente, che amplifica la solitudine e la follia dei protagonisti.
Nel 2005, Aguirre, furore di Dio è stato inserito al quarto posto nella lista dei migliori film di sempre dalla rivista Time, un riconoscimento importante che celebra il film come una delle opere più influenti della storia del cinema.
