Abbandonando il Paradiso ci pone una riflessione drammatica e quantomai attuale: cosa succede quando la paura del “fuori” diventa lo strumento principale con cui un’autorità controlla il “dentro”?
Diretto da Genc Permeti e presentato nella sezione Frontiere del BIF&ST, prima di approdare nelle sale, si inserisce con forza nel filone di fantascienza dispotica. Si tratta di una co-produzione che vede coinvolti Albania, Italia, Polonia e Kosovo.
La pellicola sceglie una via squisitamente metaforica, scarnificando il genere per concentrarsi su una narrazione intima ma universale. Il regista stesso descrive il film come una metafora del rischio che corrono le società quando governanti potenti utilizzano la minaccia di nemici esterni come pretesto per assoggettare un popolo, spesso eletto con riluttanza o accettato per pura disperazione.

Abbandonando il Paradiso: Trama e cast
La storia si svolge in un microcosmo post-apocalittico cupo e opprimente: una zona industriale devastata e apparentemente isolata dal resto del mondo. In questo scenario spettrale vive il piccolo Niko, un bambino di dieci anni, insieme a suo nonno Leksi. I due cercano di sopravvivere in una quotidianità scandita da regole rigide, privazioni e da una costante retorica della minaccia esterna. Tuttavia, l’equilibrio precario si incrina quando Niko inizia a percepire le crepe del sistema. Per il bambino si apre così un percorso doloroso e affascinante di consapevolezza e ricerca di sé. Il desiderio di fuga e la curiosità verso l’ignoto si scontrano inevitabilmente con la dura realtà di un regime che punisce il dissenso. La scelta di abbandonare quell’illusorio “Eden” diventa l’unica via per rivendicare l’umanità, pur sapendo che ogni passo verso la libertà comporta conseguenze fatali, soprattutto per i soggetti più fragili della comunità.
Il cast comprende Nikoll Prendi, Kristaq Pilo, Sirea Bombaj, Agata Buzek, Elizabeth Duda, Gerti Ferra, Ina Majko, Daniel Olbrychski e Ksawery Szlenkier.

Una metafora politica ed esistenziale
Il vero punto di forza di Abbandonando il Paradiso è la sua stratificazione concettuale. Non siamo di fronte a una semplice avventura di sopravvivenza, ma a una parabola politica di sconcertante urgenza.
Il film analizza i meccanismi psicologici della sottomissione volontaria: la propaganda, la creazione di un nemico invisibile ma onnipresente e la manipolazione dei bisogni primari.
La “zona protetta” in cui vivono i protagonisti non è un rifugio, ma un panottico. Il titolo stesso racchiude il paradosso centrale dell’opera: per salvarsi e ritrovare la propria dignità, l’essere umano deve avere il coraggio di abbandonare il comfort e la sicurezza controllata, accettando il rischio e l’incertezza del deserto della libertà. È un invito universale a non cedere al ricatto della paura.
Lo spazio diventa claustrofobico per rappresentare visivamente il ricatto a cui sono sottoposte le società moderne: il baratto della libertà individuale in cambio di una parvenza di sicurezza. L’autorità invisibile alimenta costantemente il terrore di un “nemico esterno” per legittimare la privazione dei diritti e il rigido isolamento del popolo.
In questo contesto, il titolo stesso si fa paradosso. L’Eden da abbandonare non è un luogo di delizie, bensì la gabbia dorata del comfort della rassegnazione. Il cammino del piccolo Niko verso il “fuori” diventa così l’archetipo della nascita della coscienza critica: una parabola universale che dimostra come la vera salvezza dell’essere umano non risieda nella sopravvivenza biologica sotto un regime oppressivo, ma nel coraggio di affrontare l’ignoto e il deserto dell’incertezza pur di rivendicare la propria dignità e autodeterminazione.

Una regia che lavora sulla sottrazione
Genc Permeti opta per una regia rigorosa, che evita le facili derive spettacolari del cinema hollywoodiano per concentrarsi sulla claustrofobia degli spazi e sul peso dei silenzi. La fotografia di Tomasz Wierzbicki gioca un ruolo fondamentale: i toni desaturati, i grigi industriali e le luci taglienti restituiscono l’immagine di un mondo svuotato di speranza, dove persino i legami affettivi sembrano appesantiti dal cemento circostante.
L’interazione tra il vecchio Leksi e il piccolo Niko rappresenta il cuore emotivo della pellicola. Se il nonno incarna la rassegnazione di chi ha barattato la libertà per una parvenza di sicurezza, Niko è il motore del cambiamento, l’innocenza che rifiuta di piegarsi alla logica del terrore.
Il cast internazionale offre prove attoriali di ottimo livello. Accanto alla freschezza del giovane protagonista, le interpretazioni di attori esperti, come Agata Buzek, Daniel Olbrychski e Gerti Ferra, arricchiscono il film di sfumature, incarnando i diversi volti di una comunità sospesa tra la complicità, la paura e il latente desiderio di ribellione.
La colonna sonora d Andrea Guerra accompagna il percorso dei personaggi alternando sonorità industriali a momenti di inaspettata liricità, sottolineando il contrasto tra l’asprezza del contesto e la purezza della ricerca interiore di Niko.
Per concludere
Abbandonando il Paradiso è un film asciutto, denso e privo di fronzoli. La forza visiva e la coerenza tematica reggono l’impalcatura fino a un finale teso e di forte impatto emotivo.
Si tratta di un’opera coraggiosa che, partendo dalle macerie di un futuro immaginario, parla direttamente al nostro presente. Un lavoro che diventa specchio critico in cui riflettere le contraddizioni della società moderna.
