È in sala A cena col dittatore (2026), commedia satirica e nera diretta da Manuel Gomez Pereira, che a suon di teatralità e amplificato senso del ridicolo mette in luce la pagina dolorosa e faticosa del franchismo ispanico e dei suoi strascichi sulla popolazione civile.
Coproduzione franco-spagnola, presentata al Festival di San Sebastian, ispirata alla pièce teatrale La cena de los generales di Josè Luis Alonso de Santis, A cena col dittatore ha collezionato vari riconoscimenti tra cui il Premio Goya per la miglior sceneggiatura non originale, oltre ad un buon consenso di critica nazionale e internazionale e gli applausi della sala.
Non siamo del tutto convinti di questa conclamata generosità, proviamo a capire il perché.

A cena col dittatore – Trama
Nella Spagna che da poche settimane ha cessato la guerra civile, Franco decide di dare una cena celebrativa a Madrid, nell’Hotel Palace, sontuoso albergo, ormai dismesso, adibito durante i conflitti ad ospedale d’emergenza.
Parte la ricerca degli chef migliori che risultano essere repubblicani incarcerati prossimi all’esecuzione, dunque oppositori del Caudillo. Vengono temporaneamente liberati; a loro si affiancano camerieri devoti alla causa franchista e già i primi attriti ideologici nel team della cena iniziano naturalmente a venir fuori.
In sala ad allietare la serata ci saranno le infermiere riconvertite alla loro originaria mansione di musiciste e cantanti. A gestire il tutto l’efficientissimo ex maitre dell’hotel Genaro Palazon (Alberto San Juan) e il giovane tenente Santiago Medina (Mario Casas), fedele alla causa ma anche stanco della guerra.

Veloci scorrono le ore verso la cena, veloce si prepara un piano per permettere agli oppositori politici, momentaneamente in libertà per questa strana occasione, di fuggire da una Spagna che li vuole uccidere e che non riconoscono più.
A cena col dittatore – Recensione
Ritmo indiavolato, schegge di battute e tanta caricatura per questa creatura ridanciana, che prende in giro il militarismo oltranzista, fanatico e fascista del tempo, come un morbo, una tassa da pagare, che contamina, volenti o nolenti, tutti gli esseri umani, con e senza divisa.
Ne viene fuori un quadro di collettività maschile e femminile che si arrabbatta per sopravvivere, in modo o troppo poco brillante o ingenuamente altruista, in una versione però eccessivamente sopra le righe, poco credibile, che di organico ha quasi nulla. Nulla nei tempi di elaborazione dei passaggi di trama, nulla nelle reazioni ai cambiamenti di situazione o agli adattamenti delle stesse, nulla nel background che ciascuno dovrebbe portare dietro.

Non c’è spessore, non ci si è proprio pensato, non c’è pensiero critico, tutto è detto, fatto, mai attraversato e quando arrivano le parole sagge di Palazon a ricordare che in Spagna non c’è più posto per persone come lui, che abbiano anime e tendenze come le sue, ci appare il lampo di una verità amara, cogente, ma totalmente fuor d’acqua.
Eccessiva teatralità nella struttura e nel tono registico ed interpretativo
Manca respiro in una sceneggiatura troppo teatralmente meccanica, e poco filmica, che vive di scatti endogeni ed insegue la risata, il parossismo a volte, appiattendo sullo schermo tutti i personaggi a funzioni di qualcosa, senza vera identità, quasi senza pensiero proprio, fuor di slogan, nonostante la loro missione.

La regia non ricalibra la pagina drammaturgica su quella della sceneggiatura, quindi alla lunga, il fermento, i passaggi nervosi, i cambi di schieramento delle persone, i rivolgimenti delle circostanze, non essendo elaborati, si affastellano in elenco di gag, più o meno risucite: potrebbero essere uno, cinque, dieci anche cento, lo spettatore è comunque sbalestrato, sa che assiste ad una commedia ma essa risulta un eccessivo enumerazione di montagne russe. E troppi sbalzi equivalgono a nessuno sbalzo: l’attenzione intellettiva si perde, quella emotiva non scende proprio in campo.
Fotografia posticcia negli esterni, prevedibile negli interni
A far da spalla a queste impressioni una fotografia che prevede esterni cartonati, che sanno proprio di rappresentazione da Cinecittà, in cui il posticcio si assapora fortemente, ed interni, un po’ più coerenti, specie nella seconda parte in cui si accendono lampade ambrate per creare la giusta atmosfera in favore del godimento dei generali.

A cena col dittatore – Cast
Non è qui in discussione la bravura degli attori: ottime le facce e i tempi di tutti i primari, tra cui la dolcezza e la premura di San Juan, e la fragilità spaventata da se stessa di Casas. Nota a parte ma non di merito per un doppiaggio italiano ed una traduzione dei dialoghi che crediamo abbia aumentato questa sensazione ferraginosa di macchietta estesa un po’ a tutto lo spettacolo filmico.
Facciamo eccezione per il Cudillo doppiato da Fabio Celenza che probabilmente è la sola risata originale che ci siamo concessi.

Nel complesso quindi A cena col dittatore, pur con le migliori e più intelligenti intenzioni affatica per la sua eccessivamente voluta scarsa profondità, ed eccessivamente voluto espressionismo. E’ un prodotto che troppo insegue la commedia e lascia poco di sé alla memoria. Ci ha ricordato in alcuni punti, rocamboleschi snodi e poco sottili furberie di certi cinepanettoni nostrani, neanche troppo d’antán.
