Ancora un’estate – Trama
Avvocatessa rigorosa ed attenta, Anne (Lea Drucker) vive in una splendida villa con giardino assieme al marito, facoltoso imprenditore, e a due figlie adottive piccole. Il lavoro di Anne è monitorare, prestare assistenza e salvare, almeno giuridicamente, i minori da situazioni critiche ed abusanti, in cui spesso è la violenza fisica e sessuale a non essere raccontata, ma a costituire il nucleo del disagio. Ogni cosa resta sotto controllo ed ordinata fin quando Theo (Samuel Kircher) diciassettenne figlio di primo letto del marito non si trasferisce dal collegio a casa del padre.
Anne, complice le molteplici assenze del marito sempre in viaggio di lavoro, si ritrova a condividere con il problematico ragazzo ribelle, una quotidianità ambigua, e sempre più fisica, al punto che tra i due, dopo una iniziale diffidenza, scoppia una relazione appassionata.

“Non può essere bene e non ne può venir bene” insegna il poeta: quando il marito viene incidentalmente a saperlo, Anne nega fortemente l’accaduto, ribaltando la colpa sul ragazzo e dando vita ad una china di verità negate e dolorose che la condurranno lontano dal suo equilibrio iniziale, tra non detti che pesano, bisogni traditi e silenzi che hanno già compreso l’inevitabile.
Ancora un’estate – Recensione
In concorso per la palma d’oro al Festival di Cannes 2023 e a molti premi Cesar dello stesso anno, uscito nelle sale italiane a marzo del 2024, Un’altra estate, rifacimento del danese Queens of hearts (2019), segna il ritorno di Catherine Breillat dietro la macchina da presa dopo dieci anni.
Torna quindi l’occhio di una cineasta cresciuta con grandi maestri e con un immaginario dedicato al racconto dei sensi femminile, alla narrazione di corpi che prendono i propri spazi e le proprie intime libertà, indagano piaceri omessi dalla middle-class, ipocritamente soprasseduti da una borghesia addormentata sul proprio bòn tòn.

Torna con calibro la Breillat delle fantasie fisiche, del desiderio taciuto, problematico, scandaloso
Sensibile e curiosa la Breillat, da sempre alleata raccontatrice di fantasie fisiche, sessualmente cariche, che disturbano, spiazzano, colpiscono l’immaginario di chi guarda, torna sotto i riflettori con un lavoro calibrato, pensato per suggerire un disturbo, una verità non strillata, una ricerca di appagamento che non è sempre solo perturbazione, non è perversione, non è nemmeno reato anche se è scritto sia così.
Al centro sempre corpi femminili, liberi splendenti, cromaticamente inseriti in ambienti di loro agio, che però raccontano da qualche parte un’insofferenza a quelle forme, a quegli spazi, a quei colori, una voglia di evasione, una ferita non rimarginata, una fiducia tradita, una felicità da altri disattesa, rovinata.

Theo è la nemesi di Anne: ciò che non ha avuto o che ha avuto male
Non basta un’impeccabile carriera schierata dalla parte dei più deboli per togliere quel gusto mancato e mancante che Anne non sa reprimere; non serve avere accanto un uomo rassicurante, dedito e fedele, per addormentare i propri sensi scomposti e vivi; non ci si può raccontare l’ordine adulto quando il disordine adolescenziale ancora batte forti colpi nelle viscere.
Ecco perché Theo è la nemesi di Anne e della sua vita; di un’adolescenza segreta e probabilmente crudele che l’ha segnata, di un lavoro che è conseguenza diretta di quell’impotenza provata da adolescente, di un sentimento materno impacchettato nel migliore dei modi che però rischia di slittare in opera di bene sostitutiva di un affetto mai avuto, piuttosto che essere unicamente abbraccio materno.

Il timore di perdere quanto faticosamente accumulato
E poi c’è il timore principe di Anne, rivelato in un’intervista-gioco registrata, non poi tanto per caso, che Theo le fa, in cui tra silenzi e puntini di sospensione, la donna esprime la sua più grande paura ossia perdere tutto, tutto ciò che ha faticosamente costruito, tutto ciò che per lei non era affatto scontato possedere, tutto ciò che in un altro momento della sua vita lei sicuramente non possedeva.
Di qui un panico sorvegliato di non avere più quanto, adesso, con una fiducia costruita davanti agli occhi di tutti, ha: questo panico contenuto con maestria slittante, rischia di incenerire il suo mondo dalle fondamenta. Ma non si piange tanto quanto si piange all’inferno; ed Anne si è guadagnata il suo posto sugli allori, conosce la legge, sa come intepretarla, come abusarla, come manipolarla, e può permettersi di contrattaccare.

Critica all’ipocrisia delle apparenza borghese
In particolare il suo status la protegge, essendo inserita in un contesto sociale che le permetterà di dimenticare, di far dimenticare, di proseguire assieme al marito, magari con la morte nel cuore, ma uniti assieme, in nome di quella fede d’oro che attraverso il buio dell’abbraccio finale, risplende fino ad essere promessa ingombrante, quasi ricatto, forse catena del rimorso.
Il film è ricco di rimandi al potere attrattivo dei corpi: dal quadro di donna nuda in camera da letto, alle inquadrature di figura femminile di spalle chinata in abiti estivi fiorati, da sagome longilinee di giovani in tripudio di ormoni che si gettano in acqua o bevono una birra da un boccale o semplicemente si appoggiano ad una porta.

Una combo di cicatrici emotive che esplodono ed implodono
C’è un’energia ipodermica che rimanda all’attrazione, alla libertà dei corpi, mentre un’estate rivelatrice con i suoi colori e luci dirompenti domina i paesaggi e slaccia le inibizioni. Accanto ad Anne c’è una sorella meno abbottonata, con il suo salone di bellezze e le confessioni sui suoi fallimenti amorosi, c’è un indugio sugli amplessi e conseguenze degli amplessi a sottolineare una sensazione di godimento nuova tanto per lui, alle prime armi, quanto per lei, sposa di un uomo anziano.
C’è una cicatrice emotiva sul tempo che passa, che porta con sé le carni cattive, ma anche il buono della carne, quella passione che nessuno sembra ascoltare più, ma che in Anne non pare mai essere stata onorata. Ci sono corpi di donne giovani e meno giovani, fortemente attrattivi, fidanzate ventenni vestite come cubiste, donne cinquantenni in tailleur di un’eleganza sopraffina e dettagli sempre curati, persino le due figliolette adottive si vestono per il loro compleanno come fossero grandi, con tanto di disturbante rossetto rosso a dipingere le giovani labbra.

Sdoganamento di amore senza età, o riflessione critica su una mancata libertà morale, sociale e personale con cui ci si priva di determinate, pur forti, emozioni?
Ancora un’estate – Cast
Mentre si resta a pensare, accendiamo luce sulla protagonista, Lea Drucker, già viste in lavori significativi come Synonymes (2019) o Close (2022), elegante e sagace, determinata ed enigmatica, presenza luminosa e magnetica fin dalla sua prima apparizione. Samuel Kircher, prova ad esercitare con zelo il mix di attrattiva e genuinità dell’età e del ruolo che gli appartiene: nel complesso non ci conquista del tutto, ma si apprezza il tentativo.

Ancora un’estate è un dramma familiare, sentimentale, sociale, con punte di erotismo soffuso, che riflette sull’ammissibilità di leggi e confini del desiderio, specie femminile, sul pregiudizio del tempo che sembra mettere veti alle passioni e sull’aspetto complesso della sensualità femminile, che bisogna di attenzione quando sembra per editto non doverne più ricevere.
A chiudere il giro di uno piccolo grande scandalo come questo, il mood borghese con cui si affronta ogni dramma, questo compreso, voltando la faccia alla verità, pensando a salvare il salvabile, con una stasi studiata ed accorta che mantenga le apparenze incrollabili.
