Corre l’anno 2003 quando la regista neozelandese Jane Campion si avvicenda con il suo sesto lungometraggio, destinato a prendere il titolo di In the cut. Dopo il successo di Lezioni di piano, la parentesi legata al dramma in costume e l’eccentrico esperimento costituito da Holy smoke, la regista si tuffa nell’ambito del thriller. Nel farlo, privilegia la via del giallo di matrice erotica ma affidandolo, ineditamente, alla prospettiva di una protagonista femminile. Se per la regia lavora in autonomia, in sede di sceneggiatura si avvale del contributo di Susanna Moore, autrice del romanzo da cui il film trae ispirazione. Il risultato è un film di 120 minuti, intrigante, deliberatamente sporco, ai limiti del morboso. Insieme originale e coesa rispetto alla restante filmografia della regista, la pellicola è attualmente disponibile per gli abbonati Prime Video.

In the cut – La trama
Frannie (Meg Ryan) è una giovane insegnante di lettere che vive e lavora in un sobborgo newyorchese. Le sue giornate altalenano tra le genuine lezioni a schiere di alunni svogliati, gli affettuosi incontri con la sorellastra Pauline (Jennifer Jason Leigh) e le sue ricerche per una ricerca relativa allo slang, in collaborazione con il suo allievo Cornelius (Sharrieff Pugh). Punteggia di tanto in tanto la sua quotidianità anche la presenza saltuaria del suo inquietante ex John (Kevin Bacon), che trascorre le ore a seguirla e di tanto in tanto si palesa a lei per un confronto. Un giorno, recandosi casualmente nello scantinato di un locale in cui sta incontrando il suo studente, Frannie assiste ad una scena intima. Delle due persone coinvolte mette a fuoco alcuni rapidi particolari: lo smalto di una donna, il tatuaggio di un uomo.
Stranita, torna alla sua quotidianità. Ma il flusso delle sue giornate, lungi dal riprendere il suo corso, viene nuovamente interrotto dall’affacciarsi nella sua vita di un detective, Malloy (Mark Ruffalo). Lui le richiede un colloquio dopo che alcune parti del corpo di un cadavere, l’ennesima vittima del killer di zona, sono state ritrovate nel di lei giardino. In un primo momento Frannie diffida dell’uomo, riscontrando in lui alcuni dettagli che la portano a pensare che possa essere egli stesso l’assassino. Ma il sospetto cede presto il posto al flirt, e ignorando il proprio istinto la donna inizia a trascorrere le notti con il detective. Mentre prende a sospettare del suo ex, l’omicidio brutale di altre donne rimette la protagonista sull’attenti. Quando la scia di sangue arriva a toccarla da vicino Frannie lascia da parte passione e sentimenti, disposta a tutto pur di far luce sull’identità del killer.

In the cut – La recensione
Apparentemente distante dal tono filmografico impostato con i suoi precedenti lavori, In the cut si colloca invece in modo perfettamente coerente rispetto allo stile autoriale di Jane Campion. La scrittura a quattro mani con Susanna Moore le permette, pur mantenendosi fedele agli intenti della forma letteraria, di fare proprio il materiale finale. Il testo si impregna così delle caratteristiche peculiarità riconducibili alla penna della regista. In parallelo, opera su un piano di esplorazione e sovvertimento di un genere cinematografico ben preciso, quello del thriller a stampo erotico. Fra le maglie di un poliziesco lineare ma ben orchestrato, la scrittura imposta una riflessione di genere sofisticata, gioca con le parti e con i punti di vista dei personaggi, alternando cliché a elementi di rottura.
Non è un segreto agli occhi del pubblico che il genere thriller negli anni si sia tinto in più di qualche occasione di sfumature misogine. Dal noir al giallo, questo tipo di scrittura tende alla centralità dei personaggi maschili. Essi, seguendo parabole attive, si circondano spesso di personaggi femminili di sfondo, passivi, esistenti in funzione della loro estetica, vulnerabilità o carica erotica. Con In the cut l’autrice rivolge questo standard del genere a suo favore, rendendolo un nodo di trama imprescindibile. Mentre si affaccia al thriller con originalità, lascia che da questo spunto emergano plurime implicazioni di significato. Dal voyeurismo spettatoriale alla riappropriazione dell’Eroina, passando per le derive sociali, il testo si espande fino ad esondare dai suoi stessi confini.

In the cut: giocare con i generi
Nel veicolare la tensione in un uso studiato di regia e una tecnica accurata di montaggio, Campion mette in atto una costruzione controintuitiva rispetto al genere che affronta. Nel suo film, sceglie di evitare una messa in mostra plateale della violenza e della brutalità del serial killer. Scansando questa vena morbosa, permette che questa lasci il posto ad una modalità ben più ricca di suspense. Quel che la macchina da presa mostra è infatti la conseguenza più sussurrata, più temibile, quella che permette all’immaginazione del pubblico di impostare congetture rimanendo sempre sull’attenti. Quando la stessa Frannie viene attaccata, ad esempio, dell’aggressione (ripresa in una penombra avvolgente) ci viene mostrato poco o nulla. Per contro, la regia indugia abbondantemente su graffi e segni che le occupano il volto in conseguenza all’episodio, tracce durature di una parentesi enigmatica.
In un clima di costante stato d’allerta, l’attenzione del film è tutta rivolta alla sua protagonista. La prospettiva femminile mette in atto una provocazione rispetto al genere stesso, che accoglie in sé una centralità maschile. Per contro, gli uomini che emergono nel film si rivelano tutti personaggi sostanzialmente negativi. Percorrendo le vie più svariate, tutti minano all’affermazione dell’identità di Frannie e finiscono col costituire per lei una minaccia. A fare da contraltare alle loro brutture sta un’ambientazione, quella dei sobborghi newyorchesi, a sua volta sporca e perturbante. Nonostante si collochi in un ambito sino ad allora inesplorato da Campion, proprio lo scarto nella rappresentazione dei personaggi maschili e femminili permette a In the cut di posizionarsi in modo pienamente coerente rispetto ai restanti film della regista, che nel corso di più di trent’anni ha impostato in questo senso una riflessione profonda, sfaccettata e consapevole.

