RaiplayIl segno del comando, una pietra miliare della fiction

Il segno del comando, una pietra miliare della fiction

Quando si parla di fiction, specialmente negli ultimi anni, si pensa subito a prodotti come Mina Settembre, Il Paradiso delle signore o L’amica geniale. Ci si collega, quindi, ad un certo tipo di immaginario, con riferimenti ai dolci piaceri e ai faticosi affanni della vita quotidiana.

- Pubblicità -

In Italia stanno inoltre spopolando anche le serie Tv turche, ormai amatissime, come ad esempio Love is in the Air. Questi programmi regalano indubbiamente attimi di godibile intrattenimento, fatti di passioni travolgenti e schermaglie amorose.

Eppure, nella storia delle serie TV, si annovera una fiction che si può definire “unica” nel suo genere, che ha saputo tenere gli spettatori incollati allo schermo come poche altre: Il segno del comando.

Il segno del comando

Il segno del comando – Trama

Nato dal genio dello scrittore Giuseppe D’Agata e approdato nel 1971 sulla scena televisiva grazie al talento del cineasta Daniele D’Anza, Il segno del comando narra, in appena cinque puntate, le vicende dell’affascinante Lancelot Edward Forster (Ugo Pagliai).

- Pubblicità -

Docente all’Università di Cambridge, il professore è stato protagonista di una felice coincidenza in quanto è entrato in possesso, durante le sue ricerche, del diario inedito del poeta maledetto Lord Byron. A seguito della cruciale scoperta, si reca nella Città eterna per tenere un’importante conferenza proprio sul misterioso (quanto criptico) documento.

L’opera, infatti, è oggetto di ragguardevole curiosità da parte di studiosi e profani, interessati all’esperienza che ha dato origine allo scritto: la permanenza di Byron a Roma, nel lontano 1817. Ad invitarlo è George Powell (Massimo Girotti), addetto culturale dell’ambasciata inglese.

Forster riceve anche un altro invito, precisamente una lettera il cui mittente sembra essere un certo pittore di nome Tagliaferri. Quest’ultimo allega alla missiva anche la foto della piazza descritta da Byron nel suo diario.

- Pubblicità -
Il segno del comando

Sussurri dal passato

Recatosi a Via Margutta 33, però, l’uomo non si trova di fronte l’artista, bensì una figura ben più complessa e seducente, dall’aspetto decisamente fuggevole ed etereo: Lucia (Carla Gravina). L’ineffabile creatura, modella di Tagliaferri, rassicura il professore dicendogli che si sarebbero incontrati quella stessa sera alla Taverna dell’Angelo a Trastevere, dove Edward avrebbe finalmente incontrato Tagliaferri.

Da questo evento apparentemente innocuo, si origineranno una serie di vicissitudini tutt’altro che comprensibili, che traghetteranno il confuso e sprovveduto docente in una spirale inarrestabile di intrighi, misteri ed eventi apparentemente inspiegabili.

In questo turbinio al limite del sovrannaturale, verranno coinvolti anche un losco figuro detto “Il barone rosso”, di nome Lester Sullivan (Carlo Hintermann) e la sua fragile compagna Olivia (Rossella Falk), storica amica di Edward. Tra tutte le scoperte, una in particolare sembra però turbare particolarmente il professore.

Dopo il fugace incontro con la musa del pittore, Edward si reca all’Hotel Galba su consiglio di Lucia. Lì conosce la proprietaria, la signora Giannelli (Silvia Monelli), una donna dall’aspetto enigmatico, che asserisce di non conoscere né il pittore né la sua pupilla, a dispetto di quanto raccontato da quest’ultima.

Lucia, angelo della notte romana

Il docente, sempre più disorientato, telefona a Tagliaferri per ricevere delle delucidazioni sul perché non si sia presentato all’appuntamento. Purtroppo, con suo grande sgomento, la risposta che riceve dall’altro capo del telefono lo sconvolge: Tagliaferri risulta essere morto più di un secolo prima.

Assieme alla bella e sagace segretaria di Powell, Barbara (Paola Tedesco), Edward inizia a fare ricerche su questa fantomatica piazza citata da Byron.

Questa, tuttavia, non appare nota a nessun fine conoscitore di Roma. Da quel momento, specialmente dopo l’avventura sovrannaturale vissuta assieme alla sfuggente Lucia nei vicoli di Trastevere, leggende e antichi segreti si susseguiranno gradualmente uno dopo l’altro come tessere di un domino mortale.

Fino al loro completo disvelamento, il tutto sembrerà preda di forze imperscrutabili. A quel punto la mente del professore inglese, sino a quel momento profilatasi come una prigione di logica, sarà scossa da un sisma fatto di rivelazioni occulte.

Il segno del comando – Recensione

Il segno del comando, incorniciata dalla struggente e romantica sigla “Cento campane” di Lando Fiorini, è una fiction originale, insolita per il gusto e le abitudini dell’Italia degli anni ’70. Adattato stilisticamente dalla stesura di Diego Fabbri e Lucio Mandarà, lo sceneggiato si impernia sapientemente su una matrice esoterica, dal sapore alchemico.

Sprigiona, sin dai primi frames, una notevole potenza narrativa delle immagini che, alternandosi con sapienza, avvincono gradualmente lo spettatore. Fa da sfondo alle avventure del protagonista e dei suoi gregari una Roma insolita, magica, piena di angoli nascosti.

In questo abisso di ibrida bellezza e fulgido terrore, in cui il sacro e il profano sembrano fondersi come in una sibillina melodia, solo alcuni sprazzi di luce conferiscono un po’ di pace nel tumultuoso avvicendarsi degli eventi.

Il segno del comando, magistralmente diretto da D’Anza, rappresenta una novità, un’interessante interferenza nei soliti palinsesti medio borghesi della televisione dell’epoca.

il segno del comando

Al suo raffinato bianco e nero si accompagnano atmosfere fatte di fantasmi silenziosi, ignare vittime e freddi carnefici, che dirigono questa macabra orchestra confondendo, spesso e volentieri, le parti in gioco.

I dialoghi studiatissimi (nulla è lasciato al caso), oltretutto, rendono la fiction firmata Rai un sorprendente sodalizio di suspence, grazia scenica e brivido, riscontrabile già dalla prima puntata. Il ritmo è incalzante e risulta scandito dalla fusione delle tradizionali dinamiche investigative del giallo made in Italy, con elementi gotici propri del ciclo bretone-esoterico.

Le interpretazioni degli attori, perfettamente calati nei propri ruoli e con un evidente feeling sul set, rendono il prodotto godibile e spingono anche lo spettatore più distratto a voler carpire i loro segreti.

Dopo oltre cinquant’anni Il segno del comando impera ancora nell’immaginario collettivo di molti italiani, affascinando anche le nuove generazioni e imponendo, appena possibile, un godurioso rewatching (disponibile su RaiPlay).

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Il segno del comando, cult della fiction italiana, resta anche dopo cinquant'anni un prodotto impeccabile e dal fascino assolutamente intatto.

CONDIVIDI POST:

IN TENDENZA ORA

RACCOMANDATI

Il segno del comando, cult della fiction italiana, resta anche dopo cinquant'anni un prodotto impeccabile e dal fascino assolutamente intatto. Il segno del comando, una pietra miliare della fiction