Recensioni Film40 secondi: l'opera cruda e toccante di Vincenzo Alfieri

40 secondi: l’opera cruda e toccante di Vincenzo Alfieri

40 secondi (2025) è un film di Vincenzo Alfieri (Gli uomini d’oro) con il quale il regista torna ancora una volta al genere thriller. Questa volta confrontandosi con un fatto di cronaca realmente accaduto in Italia nel 2020. Presentato in anteprima alla ventesima edizione della Festa del Cinema di Roma e ora disponibile su Netflix, Alfieri affronta alcuni nodi ancora presenti nel nostro immaginario collettivo e troppo spesso sottovalutati.

Sullo schermo prendono forma, senza particolari filtri, violenza, razzismo, traumi generazionali e un’idea distorta dell’amore che si confonde con il possesso. Il tutto attraverso una narrazione frammentata che restituisce il senso di oppressione, disorientamento e inadeguatezza che attraversa i personaggi coinvolti in questa vicenda tragica.

40 secondi

40 secondi – Trama

La vicenda si svolge a Colleferro e ruota attorno a un gruppo di giovani le cui vite si intrecciano nel corso di una sola giornata. Da una parte ci sono Willy Monteiro Duarte (Justin De Vivo) e i suoi amici, ragazzi che trascorrono la serata tra locali e incontri casuali; dall’altra altri gruppi di coetanei coinvolti in dinamiche di strada fatte di rivalità, provocazioni e ricerca di conferme all’interno del proprio gruppo.

Nel corso delle ore, queste traiettorie parallele si avvicinano sempre di più, fino a sfiorarsi e incrociarsi in più momenti senza che i personaggi abbiano piena consapevolezza delle conseguenze che certi gesti possono generare. Willy, in particolare, si trova nel momento in cui una lite tra conoscenti degenera: il suo intervento per aiutare un amico lo porta al centro di un’escalation di violenza che coinvolge più persone, tra cui l’agente in borghese Ludovico (Francesco Di Leva), e che si conclude tragicamente nella notte tra il 5 e il 6 settembre 2020.

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40 secondi – Recensione

Il titolo potrebbe significare qualsiasi cosa e suggerire qualunque genere allo spettatore, ma la vicenda a cui si riferisce è ben nota e ne chiarisce immediatamente il senso. 40 secondi, infatti, rimanda alla durata esatta in cui Willy è stato brutalmente aggredito fino alla sua ingiusta morte. Il titolo, quindi, risulta evocativo e sintetizza con efficacia il cuore del racconto. Da questo punto parte il film, che riprende una storia già affrontata anche nell’omonimo libro della giornalista Federica Angeli, ma la dilata attraverso più punti di vista. Questa scelta permette di avvicinarsi ai personaggi e mostrare come, a volte, tutto dipenda dal trovarsi nel posto giusto al momento sbagliato.

La scelta registica del formato più stretto contribuisce a restituire un forte senso di oppressione, percepibile sia dallo spettatore, sia dai personaggi stessi, che si muovono in un ambiente provinciale soffocante, in cui le possibilità sembrano ridotte al minimo. Questo effetto è accentuato dai numerosi primi piani, che isolano i volti e le emozioni, trasformando spesso la scena in un vero e proprio tête-à-tête diretto con lo spettatore.

La frammentazione dei punti di vista non serve soltanto a ricostruire gli eventi, ma anche a trasmettere il disorientamento che attraversa i personaggi. Tra questi emerge la figura di Michelle (Beatrice Puccilli), che per gran parte del film appare estraniata e desiderosa di lasciare Colleferro per costruirsi un futuro diverso. Il focus, infatti, non mira a mostrare esclusivamente la vita di Willy, ma anche quella di tutti gli altri personaggi coinvolti nella sua morte. E lo fa attraverso un ritmo frenetico e multiprospettico, così da mostrare come e perché quelle persone si siano trovate lì in quel preciso e tragico momento.

40 secondi

Il peso dei traumi e l‘influenza del contesto

Pur non giustificando in alcun modo le azioni dei fratelli (interpretati da Luca Petrini e Giordano Giansanti), il film suggerisce come traumi passati, in particolare familiari e infantili, possano influire profondamente sull’età adulta, portando i due – nel caso dei fratelli – a diventare come il loro stesso padre, uomo altrettanto violento.

Un ulteriore tema centrale è quello dell’ossessione scambiata per amore, evidente nella relazione tra Michelle e Cristian (Daniele Cartocci), una coppia in cui non vi è realmente amore reciproco, ma solo il desiderio, da parte di Cristian, di possedere la sua partner; una donna che non è più soggetto attivo, ma oggetto da custodire e manipolare a proprio piacimento. La scena della pizza o quella fuori dalla discoteca sono l’esempio più evidente di questa dinamica. Lei vorrebbe essere libera di poter fare ciò che vuole della sua vita, rivendicando la propria indipendenza. Lui, d’altro canto, rappresenta una forma di mascolinità tossica e, quindi, la necessità ancora fin troppo radicata nella nostra società di poter decidere del corpo e della vita di una donna.

In questo contesto si inserisce anche il tema della provincia, intesa non solo come luogo fisico ma come condizione mentale, in cui ciò che si assimila diventa spesso l’unico orizzonte possibile. È proprio dentro questo scenario che Willy si trova a vivere e, tragicamente, a perdere la vita, in seguito a una violenza ingiustificabile e sproporzionata. Il film affronta anche, seppur in modo non esplicito, il tema del razzismo, che emerge come possibile componente del contesto in cui maturano gli eventi, considerando i precedenti penali dei fratelli Bianchi.

Il cast e l’atmosfera

Uno dei punti di forza di 40 secondi è indubbiamente la recitazione e l’atmosfera che Alfieri riesce a costruire nel corso dell’opera. Gli attori meritano di essere riconosciuti per interpretazioni così crude e realistiche da risultare spesso vicine al reale. Oltre ai sopracitati, vanno menzionate anche le performance di Enrico Borello (La città proibita) e Francesco Gheghi (Fuori, Familia).

I dialoghi possono apparire a tratti ridondanti, ma nella loro complessità restituiscono una porzione di realtà che esiste davvero proprio al di fuori dello schermo. Alfieri dirige i personaggi con naturalezza e, in alcuni momenti, dà quasi l’impressione che non stiano recitando affatto. Li immerge in un contesto dominato da violenza e caos, alternandolo però a frammenti di leggerezza e quotidianità giovanile che rendono ancora più forte il contrasto emotivo del racconto. Tra questi, l’uscita di Willy con i suoi amici al food truck o quello, particolarmente emozionante, in cui il ragazzo riesce finalmente a farsi valere ottenendo la nomina a sous chef.

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40 secondi

Conclusioni

Il film funziona e Alfieri riesce a riportare sullo schermo uno dei casi di cronaca più duri degli ultimi anni senza mai cadere nella spettacolarizzazione della vicenda, mantenendo sempre al centro il rispetto per Willy e per la sua famiglia. Più che soffermarsi esclusivamente sull’evento in sé, il regista sceglie di raccontarne il contesto umano, sociale ed emotivo, cercando di restituire complessità ai personaggi e alle dinamiche che conducono alla tragedia.

40 secondi non cerca di alleggerire il peso della storia che racconta, né di trovare una morale definitiva. Lascia invece addosso un senso di disagio che continua anche dopo la visione e che, proprio per questo, riesce a rendere il film efficace nel suo intento.

Trailer

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

40 secondi è un'opera che, con estrema semplicità, porta sullo schermo una tragica vicenda in maniera rispettosa e autentica. Senza spettacolarizzare la storia, Vincenzo Alfieri riesce nel suo intento, realizzando un film meritevole di atttenzione.
Gabriele Stefani
Gabriele Stefani
Tutto è iniziato nel 2015 con il noir degli anni '40. Poi è arrivata la Laurea in DAMS, il thriller e la consapevolezza che il cinema non fosse soltanto qualcosa da guardare, ma una parte di me. Credo che un film non finisca con i titoli di coda e che la scrittura sia il modo migliore per continuare il dialogo con ciò che si è visto, dare forma alle emozioni e scoprire significati che altrimenti rischierebbero di rimanere nascosti. Proprio per questo amo scriverne.

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