Uno dei titoli che hanno riscontrato più successo tra pubblico e critica nel concorso per il Leone d’oro alla 83. Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia è Wild Horse Nine. Ultimo lavoro dell’irlandese Martin McDonagh, autore e regista apprezzato per i già molto amati In Bruges (2008) e Gli spiriti dell’isola (2022), il film mescola spy-story e dramma esistenziale, legandoli con la verve della satira politica e un colorito umorismo personale: il risultato è un oggetto prezioso, ed irriverente, a suo modo suggestivo, spassoso e malinconico al contempo.
Gioca con la storia e le sue paranoie, con il senso della fine e il valore dell’amicizia, espiando parossisticamente in una commedia drammatica i sensi di colpa della più grande esportatrice di democrazia che il mondo conosca, l’America.

Wild Horse Nine – Trama
A pochi mesi dal colpo di Stato che in Cile ribalterà il presidente Allende, facendo sprofondare il paese in una delle dittature più tragiche della storia contemporanea (non casuale il fatto che in concorso ci sia un altro film sull’argomento, l’italiano Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis), due agenti della CIA fanno un viaggio sull’ enigmatica ed affascinante isola di Pasqua.
Chris (John Malkovich) il più anziano, è un malato terminale, ha problemi di memoria, dipendenza da morfina, detta propri ricordi personali ad un registratore nei momenti in cui è solo e spesso snocciola a perfetti sconosciuti ingombranti e spinose verità sul futuro politico dei paesi di mezzo mondo, specie sull’ America Latina, creando non poco scompiglio attorno. In particolare un paio di studentesse cilene vengono impressionate dai racconti apocalittici dell’anziano, dai suoi motti scorretti e dal suo modo di fare bislacco, spigoloso, che sembra non temere niente e nessuno.

Lee (Sam Rockwell) è il suo compagno di lavoro della vita: lo segue in questo suo ultimo viaggio, assecondandone gli ultimi umori ballerini, mettendo ordine nel caos che il collega sembra deliberatamente lasciarsi dietro, salvo poi dimenticarsi di averlo fatto, eppure, in realtà, lui ha una missione.
Il capo dell’intelligence MJ (Steve Buscemi) vuole del materiale preciso che Chris custodisce gelosamente: nastri audio su una sua probabile partecipazione all’assassinio del presidente Kennedy ed un fucile leggendario con cui forse sparò in quell’occasione. E per averli MJ è disposto a tutto: anche a prendere un aereo, arrivare sull’isola di Pasqua e concludere in prima persona nel più sbrigativo dei modi il lavoro.

Wilde Horse Nine – Recensione
L’isola di Pasqua è un luogo del sacro: le sue meraviglie monumentali sono stele funebri, che cercano la verità nel cielo, o ce la nascondono. Oppure sono un mix di giganti e nani pelati che prendono il sole senza cappello. Dipende da che occhi guardano queste meraviglie, se indigeni e rispettosi per definizione, o yankee, ignoranti e colonizzatori.
Chris conosce i primi, fa parte dei secondi, ma può permettersi di stare nel mezzo ed oltre: sgretola linguaggio e formalità, fa rumore senza scomporsi, è scomodo come scomodo si sente chi sempre lo è stato ed ora non ha più nulla da perdere; o quasi. Lee lo contiene, preserva le apparenze, continua a stare nel gioco e a giocare, pur comprendendo che il finale si avvicina, e dovrà farne parte, che lo voglia o no.
Una coppia che riflette le dinamiche di quei rapporti di forza tramite cui le potenze mondiali dialogavano durante la guerra fredda. Parliamo di servizi segreti, linguaggi in codice, il fidarsi di nessuno giocando a fidarsi di tutti, tra misteri da portare nella tomba, casi caldi, vecchi ingranaggi e voglia di mandare all’aria tutto il sistema e scappare a Venezia, bella, snob, esotica, decadente, imperturbabile.

La dimensione delle spie tra santino da cartolina e zimbello vulnerabile
La dimensione delle spie, una solida routine esasperata allora, svuotata oggi, con il fianco scoperto a qualunque critica, divenuta un po’ santino da collezione, un po’ zimbello di se stessa, tanto vale farci una parodia coheniana su. E Wild Horse Nine questo fa. Dipinge un’ America stanca e malata terminale, che cerca di pulirsi la coscienza “in zona cesarini”, attraverso due suoi stereotipi d’arrembaggio, che ne hanno combinate e ne combineranno di tutti i colori, precisi e maldestri, generosi e sanguinari, scontrosi ma dal cuore d’oro, una coppia possibile ed impossibile che decide alla fine di non anteporre altro alla propria amicizia, di non tradirsi come hanno fatto per mestiere con tutti gli altri, di chiudere la partita seguendo i propri ordini. Roger.
McDonagh confeziona perfettamente una storia di redenzione, espiazione, Cassandre e fine vita, quasi volesse dare, sempre col suo ghigno parossistico, a tratti surreale, un nuovo corso agli eventi della storia, fermarla, mettere in allerta le generazioni prossime che la abiteranno, chiedere loro non tanto di invertire la rotta, che nel caso di Chris e Lee non è più possibile fare, ma di lottare per sopravvivere a quella stessa rotta. E questo fornisce la dimensione tragica della vicenda.
L’inversione della storia come possibilità di espiazione e salvezza
‘Non salire mai su una macchina’ dirá Chris ad una delle studentesse sudamericane, incontrate e distrattamente traumatizzate con i suoi modi e i suoi racconti futuri: fight for your life! Così una prossima vittima del regime paramilitare cileno forse avrà modo di salvarsi. Forse, ovviamente. Crediamolo, crediamoci. È tutto ciò che possiamo lasciare.

Lo stesso Chris lotta per la propria vita, lui che ha giocato così a lungo con quella degli altri, ora organizza per se stesso uno scacco matto come si deve, chiedendo aiuto al suo partner in crime: anche questo è un modo per resistere all’inevitabile. Wilde horse nine è un redde rationem ineluttabile, ironico, a tratti disperato e spirituale, come McDonagh ci ha abituato nei suoi lavori.
L’isola ricorrente, il rapporto uomo-natura, il cavallo spirito guida
Ancora una volta siamo su un isola (come già negli Spiriti dell’isola), luogo appartato dal mondo, luogo di osservazione ed ascolto privilegiato, spazio che amplifica la comprensione e la rende più specifica e profonda. Un habitat esistenzialista per eccellenza, per altro abitato da cavalli selvaggi che galoppano liberi sulle sue strade: domarli non è possibile, al massimo puoi interrogarli in silenzio, perché loro, come molto di questo panorama, sembrano conoscere il futuro, i mali delle persone che incontrano, leggerne il cuore, oltre le paure ed i tentennamenti di chi questo cuore lo detiene. Sono degli spiriti guida, simbolo di lungimiranza e libertà, di quel rapporto uomo-natura a cui il regista non rinuncia mai.

Wilde horse nine è una storia elettrica e bucolica insieme, che vanta una fotografia iper cromatica, di cui ricordiamo il verde acceso dei prati, l’azzurro cieco dei cieli, il giallo polvere delle strade, colori accecanti per un quadro luminoso che fibrilla al mattino e prosegue a passo lento la sera. Dialoghi esemplari, apprezzati da tutti, battute in punta di fioretto da drammaturgo navigato, contribuiscono a non fare calare mai la tensione in questo strano film di commiato, satira e denuncia, in cui i cattivi diventano buoni ed i buoni imparano a dover essere cattivi. Questione di sopravvivenza e di capire il giro della vita.
Wild Horse Nine – Cast
John Malkovich premiato a Venezia con la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile, grato per questo suo primo (incredibile) riconoscimento artistico, impone il suo calibro ad un personaggio-sfinge che distilla la propria verve e la propria sofferenza con eleganza, puntiglio e un interdetto silenzioso con cui colmare ogni lago del cuore.
Rockwell è una spalla solida, una complanare altissima che passa dall’ordinario allo straordinario con toccante organicità ed un’energia scenica sempre invidiabile. Sempre a fuoco Buscemi, perfettamente a suo agio nel ruolo del boss malvagio, una cartolina di quegli inferni, plastica, smaccata e luciferina.
Applauditissimo e molto ammirato Wilde Horse nine è un altro gioiellino che va ad iscriversi nel patrimonio particolare ed evocativo di McDonagh, uno che se scrive, non lo fa a caso, se sguaina il coltello, come insegna Mamet, presto o tardi, imprevedibilmente ed inevitabilmente, lo affonderà. Passo e chiudo.
