Ci sono tantissimi film che hanno raccontato la guerra, e tanti di questi hanno raccontato la guerra del Vietnam. Full metal jacket, Platoon, Apocalypse Now, tutti film fondamentali ci hanno messo di fronte agli orrori della guerra sul campo. Così come film come Rambo e Taxi Driver ci hanno raccontato il difficile ritorno a casa dei veterani che devono imparare a convivere con quello che hanno vissuto e rimparare a vivere in una società cambiata che li ripudia. Addirittura nel 1978 è uscito Il cacciatore, capolavoro di Michael Cimino, che mette insieme entrambi gli elementi rivelandoci che la guerra è un’epopea che purtroppo non finisce mai, neanche dopo la morte. Nello stesso anno però Hal Ashby ha raccontato l’altro lato della medaglia con Tornando a casa (1978).

Tornando a casa – Trama
Sally Hyde (Jane Fonda) è la moglie di Bob Hyde (Bruce Dern), un capitano dei marines. Un giorno Bob viene chiamato in Vietnam, e parte molto orgogliosamente per combattere per il suo paese. Sally, rimasta sola per la prima volta in vita sua, va a vivere fuori dal presidio militare. Volenterosa di aiutare decide di andare a fare volontariato in un ospedale per reduci. Qui incontra Luke (Jon Voight), un vecchio compagno dei tempi della scuola, che è rimasto paralizzato proprio in Vietnam. Il rapporto tra i due, all’inizio difficile, diventa ben presto una profonda amicizia per poi trasformarsi in interesse amoroso.

Tornando a casa – Recensione
Sono solo due le inquadrature in cui vengono esplosi colpi di arma da fuoco in Tornando a casa. Avviene in una delle scene di apertura del film, in cui il capitano Bob Hyde si esercita insieme ai suoi compagni a sparare a delle sagome di carta. Una sequenza dall’atmosfera spensierata, Bob corre in giro per la base militare, spara alle sagome, chiacchera e beve al bar con i suoi amici. Tutto sulle note di Out of time dei Rolling Stones; e ci sembra davvero di essere fuori dal tempo. Gli anni ’60 sono colorati, divertiti e la guerra sembra lontana, sembra una semplice esercitazione.
Ma questo clima si contrappone in modo profondo alla situazione che troviamo dentro all’ospedale dei reduci. Ce lo presenta Luke, reduce paralizzato, arrabbiato con il mondo. L’ospedale ha quasi l’aspetto di una scuola con dei compagni che passano noiosamente le giornate in attesa di uscire, ma l’orrore della guerra aleggia sempre nei loro pensieri. Ogni mutilazione, ogni disabilità, ogni disturbo è lì a ricordargli quello che hanno vissuto. La cosa peggiore però è l’incomprensione.

L’amore come rifugio e anestesia
Luke è un incompreso, odia quello che gli è successo, odia che la gente provi pena per lui, odia essere diverso, essere cambiato. L’incontro con Sally lo risveglia. Lei lo ricorda per quello che era, per il ragazzo che conosceva ai tempi della scuola, per il capitano della squadra di baseball. E lui non vede in Sally la moglie del capitano Hyde, ma vede la giovane Sally “saliscendi”. Sono due anime sole, che si vogliono scoprire, che vogliono rivivere delle emozioni ormai dimenticate.
Si frequentano, si piacciono, si innamorano e vivono il loro amore come una cotta adolescenziale. Ma è qualcosa di fittizio, un anestetico per nascondere la solitudine, il dolore, il passato, la paura. Luke è seduto su una sedia a rotelle, Sally riceve lettere da Bob, tutto è lì per ricordargli che il Vietnam è reale, sta succedendo. Però non solo nel sud est asiatico. Vediamo i reduci vivere come dei reietti negli ospedali, qualcuno tanto impazzito da suicidarsi. Ma con loro soffrono anche parenti e amici, vittime indirette di una guerra che porta strascichi incurabili, orrori indicibili e dubbi insanabili.

Una guerra che non finisce mai
Questo diventerà chiaro quando Bob torna in patria. Partito con grandi propositi di diventare un eroe di guerra, torna con una ferita procuratosi per sbaglio e con gli occhi pieni di morte. Nulla è stato come promesso. È tornato dall’inferno per ritrovare un posto che non gli appartiene più. Ha una casa diversa, un’auto nuova e sua moglie un nuovo amante. Ha combattuto per il suo paese e l’unica ricompensa è una medaglia non meritata e una sindrome da stress post traumatico. Sarà lo stesso Luke a fargli aprire gli occhi, “il nemico è questa guerra maledetta, non ammazzare nessuno qui” gli dice. È fondamentale non dimenticare la guerra, è necessario prenderne atto ed elaborarla per non portarla a chi ha avuto il privilegio di non viverla.

Memoria, ingenuità e fragilità di un film necessario
Tornando a casa è un vecchio film con delle ingenuità, come i servizi segreti che seguono Sally, che servono a far progredire la trama, ma che tiene vivo qualcosa che ormai sembra essere stato dimenticato. Il ritorno dei veterani e l’impatto sulle famiglie è stato una piaga che ha tormentato gli Stati Uniti per anni; un qualcosa che inizialmente fu sottovalutato e che poi divenne un importante problema sociale grazie alle testimonianze dei reduci. Un film come questo ha il grande pregio di tenerne viva la memoria, soprattutto dalla parte dei famigliari. La debolezza di Tornando a casa è il suo diventare a tratti melenso nella storia d’amore tra Sally e Luke, perdendo di vista il punto. Nello stesso anno uscì il Cacciatore, forse più incisivo, ma questo potrebbe essere il suo rovescio della medaglia.
Voglio chiudere questa recensione come l’ho iniziata, con Out of time:
But you can’t come back and be the first in line
You′re obsolete, my baby
My poor unfaithful baby
I said, baby, baby, baby, you’re out of time
Non si può tornare indietro ed essere in prima lina, siamo fuori tempo, ma non dovremmo esserlo…non possiamo esserlo.

