La tragedia greca 2.0 che l’Occidente ha imparato ad annusare da Lanthimos in poi, trova in Babi Makridis un buon seguace da tenere sotto controllo: testimone della nouvelle vague ellenica, figlia a sua volta di un paese culla della storia della civiltà moderna ma anche fucina di una disastrosa crisi economica ancora fumante, Makridis è un superstite artistico che ingloba il disagio e lo straniamento della sua generazione e li lascia deflagrare con scelte implosive ed intelligenti capaci di capovolgere prospettive e di disturbare le previsioni.
Così nasce Pity, suo secondo lungometraggio, diretto da lui e scritto da quel Efthymis Filippou, sceneggiatore e braccio destro di Lanthimos prima della sue esperienze extra-Egeo, che lascia di stucco ed inquieta, sviluppandosi in modo apparentemente elementare, in realtà fortemente simbolico e ad alto tasso di crudeltà.

Pity

Presentato al Sundance Film Festival del 2018 e al Torino Film Festival dello stesso anno, in Italia esce con il titolo Miserere, ovvero, “abbi pietà di me” e sulla pietà inscena la sua tesi. Il personaggio principale è un uomo, non ha un nome, non viene mai chiamato né si presenta, quasi fosse un’ombra, lo specchio rovesciato dei nostri bisogni che non necessita di identità concreta; sappiamo solo che è un avvocato: ha una solida carriera, un figlio quasi adolescente che ama suonare il piano, uno splendido appartamento vista mare, buoni amici. Sua moglie però, per un incidente di cui poco capiamo, è in coma e questo comprensibilmente lo angoscia.

Per sua fortuna chiunque lo circondi si premura di sollevarlo dal dolore dedicandogli attenzioni particolari: la vicina ogni mattina gli prepara una torta, la lavanderia gli concede sconti sui capi, la segretaria gli regala abbracci periodici, suo padre non smette di preoccuparsi per lui e gli amici gli sono vicino riempiendolo di attenzioni.

L’uomo si abitua a vivere in questa bambagia affettiva al punto che nel momento in cui la moglie inaspettatamente si risveglia e la normale quotidianità torna con la sua metodica consistenza e la sua ‘giusta distanza’, egli non è più in grado di sopportarla.

Anzi: cerca di uscirne in ogni modo, mettendo in atto azioni di sabotaggio via via sempre più gravi e cruente per riconquistare quello stato di prostrazione psicofisica che condiziona emotivamente chi gli è accanto causando compassione negli altri e pianto liberatorio nell’interessato.

Pity

Sembra di assistere ad una parabola distorta, ma in realtà alla base dell’opera c’è un’intuizione feroce e metaforica: l’incapacità di provare pietà per chicchessia è ormai quasi un dato di fatto nei nostri tempi, la volontà qui è raccontare un’improponibile e grottesca via di fuga da questa deprimente condanna, che non consoli, ma provochi e lasci sbigottiti, razionalmente certi di non arrivare mai ai livelli raggiunti dal protagonista, ma visceralmente non così convinti.

Passano troppe guerre, troppi morti, troppe ingiustizie, troppi entusiasmi, troppe sollecitazioni, troppo di tutto per suscitare ancora qualcosa in qualcuno; è una pretesa ardua farlo, così come averne consapevolezza. Incoscienti del nostro non sentire ci aggiriamo per la società vedendo senza osservare, udendo senza ascoltare, mangiando senza gustare, toccando senza fare esperienza, accoppiandoci senza amare , sostanzialmente viviamo senza vivere. Zombie dimentichi dell’anima, schiavi dell’apparenza, di ciò che gratifica, del giudizio di altre persone, altri stati, altri tempi, rincorriamo ciò che dicono sia il meglio per noi senza avere misura reale di noi stessi.

Pity

Così il protagonista è incapace di piangere, fin dal primo fotogramma, ha smesso di provare emozioni, le succhia dal mondo come una pianta fa con le radici nel terreno e di ciò si ciba: esiste solo se sta male, come se la sua vita dipendesse dal mantenere viva una condizione di masochismo senza la quale agli occhi della comunità perderebbe importanza.

La strategia del dolore, la tv del dolore, la cultura del dolore; il dolore merita, il dolore nobilita, il dolore è un business, paga socialmente, teatralmente, umanamente, religiosamente. Crea corti circuiti in cui tutti appaiono migliori, noi per primi e dà dipendenza.

Pity

La compassione è una moda e al contempo è criticata, la invochiamo molto, la pratichiamo poco, la biasimiamo come reazione da non suscitare, la ricacciamo via da comportamenti, scritti, pensieri, simbolo per antonomasia di fragilità, la adoperiamo quel poco sindacale che basta, poi ci si ferma; se si andasse oltre, cosa accadrebbe, quale dinamiche si fermerebbero, quali si metterebbero in moto, quale eversione insostenibile del comune quotidiano prenderebbe piede se tutti “si piangessero addosso” o “piangessero addosso ad altri”.

Si legge ad inizio film che l’espressione assunta dalle persone quando provano pietà è difficile da replicare se si chiede loro di farlo; piangere, non è semplice, ribadisce il protagonista mentre rievoca un film che lo ha profondamente commosso, ad esempio le lacrime di un attore non hanno quasi senso, perché sappiamo che non sono vere, sono lì per una scena, raccontano un dolore, ma non lo sono; per questo quelle reali sono così preziose, posseggono l’autenticità del male, senza filtro.

Pity

La pietà individuale è bestia rara, dunque pericolosa, mentre gli antichi insegnavano che la compassione, il sentire insieme è atto di civiltà e condivisione, che tiene uniti socialmente, dunque anche politicamente; nella piazza degli affari ossia il teatro delle tragedie greche, era catartica, permetteva a paure, sensi di colpa, istinti negativi di fluire via, evolveva l’uomo in un essere migliore e più equilibrato. Oggi questo non sembra più possibile.

Cosa c’è di più tragico del ricercare la disgrazia per produrre pietà così da sentirsi ancora razza umana? Pity contiene tutto questo, un’ora e mezza di film congegnato in due tempi tragici, il primo in pieno fluire di compatimenti, il secondo in catastrofico, innaturale risveglio degli stessi.

Pity

Il tutto intervallato da funeste intercapedini, simili a cori greci, in cui con cupi arpeggi di Beethoven o sulle note della Lacrimosa mozartiana, compaiono scritti su sfondo nero titoli di sezione di storia, o intendimenti e stati d’animo più o meno deliranti del protagonista.

Il tutto architettato secondo un’estetica ossessiva, una fotografia abbacinante, priva di contrasti, che insiste su una pulizia ed un’asetticità degli ambienti, delle posizioni, della presenza scenica degli attori curate al millimetro, quasi fossero maschere di se stessi, neo-avatar, cavie da laboratorio immerse in un bianco abbagliante, che riflette se stesso e non dà spessore.

Pity

Pavimenti lucidi sia in ospedale che in casa, pareti pulitissime, mare da cartolina, cielo indefinito come un fondale scenico, tutto troppo perfetto per essere vero, in armonia con lo sforzo surreale del protagonista di bucare l’apatia che lo soffoca, che ci soffoca.

Volutamente costruito come una tesi, con passaggi non prevedibili eppure fin troppo evidenziati, come tappe di un incubo progressivo, di un umorismo non collocabile, ma incalzante e dissacratorio verso il dramma classico e le comuni regole narrative, Pity non è un film per tutti, non è facile e può non suscitare entusiasmi, ma sicuramente sa quello che fa e parte da premesse ben lontane dalla noia, che rivendicano attenzione ed originalità.

Pity

Teatrale, spigoloso e coscientemente maldestro, come Yannis Drakopoulos, suo perfetto protagonista, Pity inverte il vettore della tragedia tradizionale portandoci alla ricerca dell’infelicità, nella mente di un uomo solo ed isolato come può esserlo un paese in crisi, incapace di sentire la vicinanza, l’appartenenza e la condivisione, privo di contatto, in astinenza da tenerezza di cui ricerca tragicamente una nuova dose. Riscoprirsi umani è una via senza ritorno: di tenerezza si muore.

Voto Autore: 3.5 out of 5 stars