Historias lamentables, tradotto in Pessime storie, letteralmente storie tristi, spiacevoli e deplorabili, è il titolo dell’ultima fatica cinematografica di Javier Fesser, datata 2020, pluricandidata ai Premi Goya 2021, recuperabile su Prime Video, opera che fa sfoggio della disinvoltura del cinema di genere spagnolo confermandone la spigliatezza e la convinzione, qui dispiegate in una durata probabilmente troppo generosa.
Film a struttura episodica, Pessime storie, è un’antologia satirica di parabole esponenzialmente sfortunate, coniugate con sarcasmo radicale e compiaciuto, teso ad irridere in uno specchio deformante il carattere meschino, egoista ed arrogante della società.

Per farlo Fesser dapprima declina singolarmente quattro racconti differenti di goffa infelicità e maldestra disgrazia, poi li intreccia sul finale con un happy-end spiazzante, a volte forzato, che si impone come una capriola a metà tra umorismo nero e favola allucinata.
Pessime storie – Trama
Un figlio non grande quanto il padre ma erede del suo impero, gli fa un regalo non riuscitissimo la serata di gala del suo pensionamento; un uomo ossessionato dal fotografare ogni mattina l’alba sulla spiaggia di fronte al suo condominio balneare non riesce mai a raggiungere la prediletta postazione perché travolto da individui e mezzi di trasporto in tutt’altri viaggi affaccendati; una donna piena di debiti si approfitta di un giovane giardiniere nero spillandogli tempo e denaro finchè una svolta inaspettata cambia la vita del disperato duo; un uomo al collasso finanziario, con la galera dietro l’angolo, si affida ad una società esperta nell’inventare ogni tipo di scusa per trarre i propri clienti fuori dai guai.

Pessime storie – Recensione
Un insieme di situazioni che dal quotidiano debordano nel rocambolesco, creano un boquet di storie paradossali dalle caratterizzazioni estreme e disegnano un’umanità-fumetto infelice e meschina, che annega nel suo stesso tanfo, una giungla di disadattati ed emarginati, disperatamente buffi, incapaci di stare al passo con gli altri simili virtuosi, rispetto ai quali vivono alcuni visibili metri fuori dal recinto del civile, tranquillo, compromesso.

Così il figlio impacciato che cerca di far colpo sul padre, ma davanti a tutti si prende del buono a nulla rappresenta una generazione che non riuscirà mai a scalare quella di chi l’ha preceduto e spesso schiacciato, salvo poi comprarne il beneplacito con un giocattolo amarcord.
Oppure l’uomo della spiaggia, furiosamente pignolo, si rivela un ex-ragazzino bullizzato e solo con i suoi ricordi, le sue manie, non meno meschino di chi fa il potente con i deboli, in balia di schemi mentali e della rude generosità che il caso fortunato può concedere anche ad un tipo come lui, una volta trascinato al di fuori del proprio tracciato.

Oppure ancora, una donna con l’acqua alla gola, tradita dagli uomini di tutta una vita a partire dal padre, a sua volta traditrice e boicottatrice dell’ultima persona che, benchè costretta, sembra aiutarla veramente, pur non avendo praticamente nessun mezzo a disposizione, anzi, essendo lui stesso in una situazione di bisogno, è un’anima del sottobosco feroce in cui latitano gli ultimi, tra cui ci si sbrana forte, ma dove la solidarietà arriva comunque prima che altrove.
E da ultimo un uomo che ha sbagliato tutto, ingannando il suo stesso scomodo sangue per arricchirsi, che finisce truffato dalla stessa truffa di cui voleva servirsi per evitare di scontare i propri peccati, poiché chi di frode ferisce, di frode perisce.

Dunque una comunità piccola e scorretta, cattiva e spregevole, che non merita perdono, ma trova una via di fuga verso altra soddisfazione accontentandosi di un’ immeritato e godibilissimo secondo premio. L’universo non giudica, o forse si. Fatto sta che nel bene e nel male le situazioni tendono a riequilibrarsi, in modo men che verosimile.
Pessime storie rimanda ad altro film, dalla stessa indole, ma più estremo, dal titolo Storie Pazzesche, prodotto da Pedro Almodovar, dove si inanellano incredibili racconti brevi di persone sfortunatissime e cattive, mosse da istinti vendicativi, rabbiosi e codardi, capaci di trasformare in valanghe esistenziali banalità quotidiane, lutti di una vita, ingiustizie con nome e cognome, senza che nessuno possa mai dirsi nè redento nè al sicuro.
Qui manca un respiro più ampio ed una temperatura critica veramente preoccupante: si resta a lambire il divertimento statico della spiccata “macchiettizzazione”, l’assurdità costruita a tavolino, il rovesciamento costante di buoni e cattivi: il gioco è scoperto, la gittata troppo poco lunga, nonostante l’intento leggibile di disegnare un’altalena di società marcescente, che non vede la deriva di se stessa, se non in modo parossistico e ironicamente schierato.

Forte la componente teatrale, altissimo il carico grottesco, per un effetto straniante, che denuncia, giocando, il cinismo collettivo, l’indifferenza programmata, la voglia di riscatto compensata dal colpo di coda in positivo di una malasorte ad orologeria.
Pessime storie ha dalla sua un ritmo indiavolato (il dialogo de “il compleanno di Abjul” è una raffica verbale, colpo dietro colpo, senza respiro, tra sarcasmo e cattiveria), tocchi di giocoleria nelle riprese che talvolta vorticano attorno ai personaggi, li schiacciano, li soffocano, li deformano, chiudendoli nelle rispettive bolle di mondo sordo ed insoddisfatto, colori accesi appena possono, che virano al contrasto come ogni apologo sopra le righe che si rispetti.

Pessime storie – Cast
Il cast è un ingranaggio di volti, tempi ed accenti molto ben congegnati ed altrettanto ben direzionati: gli interpreti si destreggiano ad arte tra macchiette strette e parecchio pilotate, in un luna – park di errori benedetti in cui non ci sono santi ma solo diavoli più o meno scoperti ed ogni elemento è esacerbato, dall’iniziativa alla reazione, dalla parola al gesto, dall’ammiccamento alla crisi.
In particolare Laura Gomez-Lacueva e Matias Janick ben esprimono nella loro relazione scenica, la rabbia e l’impotenza per le situazioni che li accompagnano, un più cento meno cento con cui dare risalto alle proprie qualità interpretative, esercitate alla massima potenza.

Non si sconta l’abbondante durata rispetto alla seguibilità delle storie, quanto piuttosto rispetto alla domanda di cose questo materiale porti oltre sé: la gittata non ammortizza lo sforzo, e forse questi nostri tempi hanno ben compreso che non basta irridere per scuotere, ci vuole altro: d’altronde se di rivoluzione c’è bisogno, il cinismo non ne ha mai fatta una.
