giovedì, 6 Maggio, 2021
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Pasolini di Abel Ferrara

Il progetto che Abel Ferrara ha portato a Venezia nel 2014 ha fatto sobbalzare, all’annuncio, tutti i fan del sempre scandaloso regista del Bronx. Un racconto quasi saggistico sull’ultimo giorno di vita di Pier Paolo Pasolini, considerato dallo stesso Ferrara uno dei più importanti intellettuali del secolo scorso. Pasolini, però, non è semplicemente la cronaca di una morte annunciata, che lo spettatore già sa che dovrà vedere sullo schermo all’inizio del film (non è mai stato presentato come un biopic), ma è un’opera più complessa, decisamente più onirica ed intellettuale. All’inizio del film vediamo l’autore di Ragazzi di vita a Stoccolma, per presentare il suo film Salò o le 120 giornate di Sodoma. Rientra a Roma la sera tardi e al mattino viene svegliato dalla madre Susanna, da lui a più riprese definita l’unico vero amore della sua vita. La giornata di Pasolini trascorre come tutte le altre, tra pranzi in famiglia (con la madre, i due cugini Graziella e Domenico e l’amica di sempre Laura Betti), interviste (Ferrara ci fa vedere l’ultima in assoluto, quella di Furio Colombo per La Stampa, intitolata Siamo tutti in pericolo) e incontri di lavoro (va a cena con Ninetto Davoli per parlargli del suo nuovo progetto cinematografico). Di ritorno, fa salire sulla sua Alfa Romeo il giovane Pino Pelosi, “ragazzo di vita” con cui aveva già avuto rapporti, che di lì a poco, sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia, insieme ad altri balordi, lo ammazzerà brutalmente. L’oggettività dei fatti si mescola con le visioni oniriche e mentali del protagonista, che rendono la pellicola di Ferrara un film estremo e metafisico, di gran lunga l’opera più intellettuale della sua carriera.

Pasolini

La trama, come già accennato, si srotola attraverso due registri. Da un lato c’è il realismo quasi giornalistico delle ultime ore di Pasolini che scorrono inesorabili, rappresentandoci lo scrittore (“così c’è scritto sul suo passaporto”) come una vittima in viaggio verso una fine imminente, ignorata quanto inevitabile. Dall’altro ci sono le visioni, i pensieri, le creazioni mentali dell’intellettuale, mai davvero distinte dal resto del film, in un’assenza di equilibrio quasi felliniana. Se però le pellicole del regista di Rimini dovevano spesso a questo onirismo e a questa tendenza a confondere lo spettatore il loro massimo fascino, in Pasolini di Ferrara questa scelta finisce soltanto per produrre confusione. Di fatto si capisce che quegli excursus sono chiari riferimenti a Petrolio, il romanzo autobiografico che Pasolini stava scrivendo all’epoca, quello che sarebbe dovuto diventare il suo romanzo definitivo,o all’opera cinematografica mai realizzata, solo se si conoscono in qualche modo quelle opere. Esse sono le scene più estreme del film, per contenuti e forme, e questo è l’unico aspetto che contribuisce a distinguerle dal percorso narrativo principale. La gestione della pellicola, insomma, non è delle migliori. Non è infatti diversa dallo stile abituale di Ferrara, ma, cambiando radicalmente l’opera a cui tale stile si rivolge, finisce per stonare e non rendere giustizia ad uno dei fatti più terribili e al tempo stesso spiccatamente “cinematografici” del secondo dopoguerra italiano.

Pasolini

Una confusione accresciuta anche dalla discontinuità temporale che intercorre tra realtà e sogno. Se nel vedere Pasolini vagare per la città eterna l’ambientazione è chiaramente (e ci mancherebbe altro) quella della Roma del 1975, nelle sue proiezioni mentali il tempo si sposta vertiginosamente in avanti, fino ai giorni nostri (lo si percepisce dai treni pieni di graffiti e in generale dalle caratteristiche delle comparse). L’impressione è che si tratti ovviamente di una scelta di tipo metaforico: è come se Ferrara volesse far capire quanto l’arte di Pasolini, quella dei romanzi e quella dei film almeno, travalicasse i confini spazio-temporali della sua epoca, per adattarsi più al futuro che al presente del suo paese. Che Pasolini sia stato un autore in anticipo sui suoi tempi non ce lo fa scoprire certamente Abel Ferrara, e questo espediente sa molto di forzatura retorica per esprimere platealmente un concetto già palese di suo. Anche da questo punto di vista, dunque Pasolini finisce per diventare un’opera troppo didascalica.

Pasolini

Nel corso degli ultimi venticinque anni sono stati realizzati ben quattro film sulla vita e sulla morte di Pasolini. Comune a tutti è sempre stata la difficoltà a trovare un interprete adatto nel recitare la parte di un’icona come il regista di Ucellacci uccellini. Se Marco Tullio Giordana, nel film del 1995 Pasolini, un delitto italiano, ha risolto il problema rendendo protagonista la figura di Pino Pelosi, Aurelio Grimaldi, nel suo biopic Un mondo d’amore, ha affidato la parte al non conosciutissimo Arturo Paglia. In ultimo, due anni dopo Ferrara, David Grieco, ex assistente dello stesso Pasolini, ne La macchinazione ha selezionato l’istrionico Massimo Ranieri soprattutto per la somiglianza tra i due, notata anche ai tempi dallo stesso Pier Paolo. Abel Ferrara, per un ruolo così delicato e complesso ha preferito andare sul sicuro, scegliendo uno dei suoi collaboratori abituali, Willem Defoe. L’attore del Wisconsin, come suo solito, si è calato anima e corpo nella parte, cercando di vivere il più possibile alla maniera dello stesso Pasolini, regalando una prova d’attore precisa fino alla maniacalità. Tuttavia non è del tutto giudicabile nel ruolo, dato che, quantomeno nella versione originale, girata in italiano, gran parte del fascino della sua prova è dovuto all’ottimo doppiaggio di Fabrizio Gifuni (Il Capitale umano), in tutto simile alla voce del grande intellettuale. Apprezzabile, comunque, è stato certamente lo sforzo di Defoe, che in molte parti del film si vede chiaramente pronunciare le battute in italiano, cosa non scontata per i divi americani che si ritrovano a recitare in produzioni nostrane. Il resto del cast si limita a funzionare senza brillare, ma del resto la star indiscussa è solo ed esclusivamente la figura di Pasolini. Valerio Mastandrea interpreta il cugino, un’ottima Adriana Asti presta il volto al cuore morale della pellicola, la madre Susanna, Maria De Medeiros è Laura Betti e Riccardo Scamarcio il giovane Ninetto Davoli. Incomprensibile, se non da un punto di vista romantico, la scelta di affidare a Ninetto Davoli (quello vero) il ruolo che avrebbe dovuto essere, nell’idea di Pasolini, di Eduardo De Filippo.

Pasolini

E poi c’è la scena clou di Pasolini, quella che gli spettatori aspettavano dall’inizio del film: la scena della morte del poeta all’Idroscalo di Ostia. Ferrara, di fronte a quello che è uno dei casi più spinosi della giurisprudenza italiana del secondo Novecento, sembra avere le idee molto chiare. In barba a qualsiasi cautela, dà una propria interpretazione sull’omicidio di Pasolini, senza preoccuparsi troppo del fatto che essa combaci con le varie (innumerevoli) versioni dei fatti che, nel corso dei decenni, le varie personalità coinvolte, hanno dato della vicenda. Per il regista, Pasolini, dopo aver portato a mangiare Pelosi (un piatto di spaghetti aglio e olio e un petto di pollo, come fin da subito confermato nei fascicoli sul delitto), decide di andare con lui al mare. Lì, mentre tenta di avere un rapporto con il giovane, arrivando quasi a fargli violenza, sopraggiunge una banda di balordi, che, prevalentemente per ragioni omofobe, aggredisce Pasolini. Ad essi si aggiunge anche lo stesso Pelosi che, con una randellata stende il protagonista. La banda sale poi sull’Alfa Romeo e passa con le ruote sopra il busto dell’intellettuale ormai quasi esanime a terra. Nelle carte giudiziarie sulla vicenda, almeno in quelle più famose, Pelosi ha sempre dichiarato di aver agito da solo nell’uccisione di Pasolini, anche se questa tesi non ha mai retto del tutto. Sono in molti a pensare che ad ammazzare Pier Paolo sia stato un branco di vandali. Ancora più misteriose sono le cause di tale omicidio, secondo alcuni opera della malavita romana, più che di semplici trogloditi omofobi. Ferrara, nel film si prende una grossa responsabilità raccontando, come sempre senza filtri, quello che dal suo punto di vista è accaduto in quella notte maledetta. Un’operazione del genere è certamente lodevole per originalità e coraggio, ma forse anche un po’ troppo pretenziosa. Non arriva mai a stonare con il resto del film, ma ci va molto vicino, perché finisce quasi per contaminare con un’interpretazione soggettiva, l’oggettività saggistica che fino ad allora ha accompagnato Pasolini.

Il film di Ferrara è la visione che uno straniero ha di una “storia un po’ complicata, una storia sbagliata”, per dirla con De André. Se si interpreta Pasolini come un film biografico allora esso non funziona affatto. Bisogna considerarlo come un omaggio di un autore dissacrante, a quella che forse è stata la personalità più dissacrante del secolo scorso, quantomeno in Italia. Solo così l’operazione di Ferrara può avere un capo e una coda.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SINOSSI

Il racconto dell'ultimo giorno di vita del più grande intellettuale italiano del Novecento, firmato da uno dei registi più spregiudicati in circolazione. Un film onirico e confusionario che non rende del tutto giustizia ad una "Storia sbagliata" come quella del Caso Pasolini.
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