Mine Vaganti, il dramma familiare di Ferzan Özpetek

Mine Vaganti è un film di Ferzan Özpetek che, uscito ben 12 anni fa ormai, risuona di una profondità attualità e sensibilità sia per i temi trattati sia per il modus attuato nel narrarli. Al centro di tutto c’è una famiglia salentina, e la location del film ne costituisce sicuramente uno dei maggiori pregi. Colpisce molto anche la colonna sonora, funzionale alle scene e la scelta di un cast corale ben amalgamato e in sintonia.

Mine Vaganti è un gioiello spesso sottovalutato, con interpreti come altri Riccardo Scamarcio, Lunetta Savino, Elena Sofia Ricci, Ilaria Occhini, Nicole Grimaudo, Alessandro Preziosi, Ennio Fantastichini e Daniele Pecci. A volte verso i film italiani contemporanei c’è un forte pregiudizio, mai come in questo caso ingiustificato.

Mine Vaganti: il tema del coming out

In prima battuta, allo spettatore salta all’occhio il tema del coming out. Il protagonista Tommaso, interpretato da Riccardo Scamarcio, è tornato a casa in Salento dopo aver vissuto sostanzialmente a Roma, dove ha potuto vivere tranquillamente la propria omosessualità insieme con il compagno Marco. La sua idea è chiara: tornato a casa, vuole finalmente dichiararsi alla famiglia. Per primo lo dice al fratello Antonio (Alessandro Preziosi), che lo comprende e non manifesta alcun disappunto.

Ma lo coglie alla sprovvista il coming out dello stesso Antonio, che a cena con la famiglia decide di rivelare di essere anche lui gay, senza proferire parola riguardo all’omosessualità del fratello minore. Tommaso è spiazzato, ovviamente il suo piano non va in porto, e soprattutto il papà ha un infarto in seguito alla notizia e caccia di casa Antonio, sentendosi anche umiliato agli occhi del paese. Il figlio più grande si era sempre nascosto in quanto primo genito, in una famiglia allargata che ha sempre posto tutta la fiducia in lui per la gestione del pastificio che porta il loro nome.

Da quel momento il film si muove con un ritmo molto incalzante, tra scene comiche e scene più introspettive, dove si mostra tra le altre cose il grande bigottismo della famiglia e dell’ambiente chiuso del Salento. Tra le scene più eclatanti, il fatto che il padre, Vincenzo Cantone (il compianto Ennio Fantastichini) non riesca ad accettare di non avere nipoti, di avere un figlio gay, ecc. e si confidi a riguardo mentre sta al letto con l’amante.

Umorismo e tecniche narrative

Per tutta la vicenda, la narrazione segue apparentemente un percorso lineare, in cui le storie dei personaggi si tracciano in maniera coerente con un cast corale come detto assai equilibrato e affiatato. Lentamente, poi, si ricollegano dei flashback di una sposa bellissima alla figura della nonna, che sembra quasi sempre esclusa dalle vicende familiari.

Una fortemente espressiva Ilaria Occhini tinge la tela di un personaggio che sta quasi sempre dietro le quinte, come una sorta di outsider che però definisce meglio la storia, e forse comprende anche più degli altri. Il gioco di flashback-presente è naturalmente usatissimo nel cinema, ma Ferzan Özpetek riesce, con poco, a costruire un ambiente onirico e verosimile allo stesso tempo. Ciò mira a scandagliare idiosincrasie e punti di forza dei personaggi che racconta.

Tommaso è un protagonista un po’ anonimo, dai sogni banali come banali sono spesso le cose che dice, ma il mondo che lo circonda non è banale. Non esiste la banalità del bigottismo, della calunnia, e dell’ambiente chiuso e opprimente. Con ciò non bisogna assolutamente pensare che Ferzan Özpetek in Mine Vaganti volesse denunciare un ambiente inteso come zona geografica: non è il Salento il problema, ma l’animo delle persone, che qui si vuole analizzare.

L’ironia tagliente è la prima arma per approdare a tale scopo, con gag sempre eleganti e mai scontate, perfino quando ci sono personaggi omosessuali dove la gag tipica è sempre purtroppo un rischio. All’umorismo in tal senso si contrappone poi anche una scena romantica tra Tommaso e il suo compagno.

Il malinconico e onirico finale di Mine Vaganti

Dopo aver riso profondamente e anche riflettuto sugli scopi che si possono e debbano avere nella vita, lo spettatore si ritrova di fronte ad un dramma familiare che sta tra il reale e l’assurdo. La nonna commette suicidio lasciando il pastificio ad Antonio, cosa che obbliga ovviamente Vincenzo a riaccogliere il figlio in famiglia, e già morta appare, come fosse un sogno, a Tommaso.

La famiglia di riunisce al funerale tra le lacrime per la morte di quella che ha sempre definito una “mina vagante” e si sente narrata da una voce fuori campo la lettera di addio della nonna. Questa conclusione, decisamente inaspettata, pone lo spettatore di fronte a sensazioni contrastanti. Da un lato la mancanza di una vera soluzione, poiché quello che ci aspetta da una storia così narrata è un conflitto finale, uno scontro. Invece, in Mine Vaganti si disarma con profonda maestria qualsiasi certezza, quando il confronto finale è caratterizzato dalla calma totale.

Alla fine si uniscono passato e presente: vediamo la nonna da giovane che ritrova il suo vero amore, il fratello del marito, quello che avrebbe dovuto davvero sposare. Nella contrapposizione tra ciò che vorremmo fare davvero e ciò che spesso la trappola della famiglia di pirandelliana memoria ci costringe invece a sacrificare.

“Chi lo sa se questi luoghi avranno memoria di me. Se le statue, le facciate delle chiese, si ricorderanno il mio nome. Voglio camminare un’ultima volta per queste strade che mi hanno accolto tanti anni fa quando tutti mi chiamavano “la toscana”. Voglio vedere le pietre gialle, tutta quella luce che ti toglie il respiro. Se le strade conserveranno il rumore dei miei passi. La mia città, la città di Lecce, la devo salutare prima di partire”.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni
Silvia Argento
Silvia Argento
Laureata triennale in Lettere Moderne e due magistrali in Filologia Moderna e Editoria e scrittura cum laude. È docente di letteratura italiana e latina, scrittrice e redattrice, autrice di un saggio su Oscar Wilde e della raccolta di racconti «Dipinti, brevi storie di fragilità».

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