Mi chiamo Francesco Totti

Se fare un film non è un’impresa semplice di per sé, diventa quasi impossibile realizzare un documentario su un’icona, che riesca a parlare a tutti, fan e detrattori, con la stessa efficacia. Ci è riuscito Alex Infascelli, regista prevalentemente di videoclip musicali e documentari (in entrambi i campi tra i migliori esponenti della cinematografia nostrana), con il suo nuovo lavoro, il film evento, nelle sale solo per tre giorni, Mi chiamo Francesco Totti. E c’è riuscito, per giunta, portando sullo schermo uno dei campioni più esclusivi di uno sport già di per sé troppo spesso denigrato: lo storico capitano della Roma, Francesco Totti. Il “Pupone” presentato nel film del cineasta romano, però, è per larghi tratti una figura inedita, lontana anni luce dall’immagine che tutti, chi più chi meno, abbiamo imparato a conoscere del calciatore, molto noto anche al di fuori del rettangolo verde.

Mi chiamo Francesco Totti

Il film si configura come la narrazione in prima persona (Totti è di fatto l’unica voce non di repertorio che si sente nei 100 minuti di film) della carriera del numero 10. Il titolo, in questo senso, è già molto indicativo, è costituisce il punto di partenza del racconto del protagonista all’interno del film. Una narrazione che, anche per adeguarsi al suo genere, risulta piuttosto standard. Si parte con il Totti bambino, pupillo di una famiglia affettuosa e unita, che matura sempre più una passione e un talento indiscusso per il calcio. Lo vediamo dare i primi calci nella Lodigiani (“la seconda squadra di Roma per i romanisti”) e poi nelle giovanili della Roma. Lo vediamo esordire, a neanche diciassette anni, in Serie A con la prima squadra, a Brescia, nel 1994. Lo seguiamo mentre, passo dopo passo, si ritaglia un ruolo di primo piano nella squadra, ottenendo la stima infinita di uno dei suoi “padri” come il presidente Sensi. Diventa capitano e numero 10, Dio della Città Eterna. Segna goal a raffica, gioca in modo spettacolare. Vince il terzo scudetto della sua squadra nel 2001, diciott’anni dopo l’ultimo.  Rifiuta la corte unica del Real Madrid. A pochi mesi dai Mondiali del 2006 si rompe entrambi i legamenti della caviglia sinistra, ma riesce a recuperare e a unirsi alla squadra di Lippi per la cavalcata trionfale in Germania. Continua la sua ascesa, vince due Coppe Italia e una Supercoppa, ottiene, secondo italiano in assoluto, la Scarpa d’oro. Invecchia inesorabilmente, fino al triste e sciagurato epilogo con Spalletti, non degno di un campione del genere e non solo per colpa dell’allenatore. Se questa non è un’epopea cinematografica, niente lo è.

MILAN, ITALY – DECEMBER 06: AS Roma former player Francesco Totti looks on prior to the Serie A match between FC Internazionale and AS Roma at Stadio Giuseppe Meazza on December 6, 2019 in Milan, Italy. (Photo by Emilio Andreoli/Getty Images)

Il primo aspetto che colpisce di Mi chiamo Francesco Totti è il forte senso di nostalgia che la pellicola porta inesorabilmente con sé, e che la rende differente (e più apprezzabile anche da parte del pubblico non competente) rispetto a tutti gli altri documentari su calciatori che si sono potuti vedere negli ultimi anni (soprattutto su Netflix). L’intero film prende le mosse dalla notte prima dell’ultima partita ufficiale del campione. Vediamo Totti in un Stadio Olimpico deserto, un’immagine che fino a pochi mesi fa sarebbe risultata fantasiosa, ma che oggi è tristemente attuale. Lo vediamo scosso e spaesato, pur essendo a casa sua. Ha capito che qualcosa sta per finire e allora si rifugia nei ricordi, nella malinconia, come fanno i nonni con i nipotini. Una storia già grande diventa epopea se la si racconta bene, e Totti, in questo film su di lui, fa proprio questo. Mette in bella copia i suoi ricordi, le sue riflessioni, la sua storia, cercando di non omettere nulla e di dire qualcosa in più sul già noto (almeno per gli appassionati di calcio). Una nostalgia personale, che si trasforma, senza forse volerlo più di tanto, in una nostalgia generale nei confronti di uno sport che non c’è più. Un calcio che era prima di tutto un formidabile strumento sociale, che divertiva e rendeva protagonisti i suoi seguaci, molto lontano (e molto meglio) dal calcio esclusivamente finalizzato al capitalismo di oggi.

Ecco che allora subentra il secondo aspetto che balza agli occhi più di ogni altro. L’umiltà e la genuinità di Francesco Totti. Aggiungendo sempre un tocco personale alle immagini che scorrono sullo schermo, emergono inevitabilmente queste qualità, non scontate in quel mondo e praticamente inesistenti nel calcio di oggi. Oltretutto Totti risulta genuino e umile anche quando vorrebbe sembrare arrogante e vanitoso. Più volte, nel corso di Mi chiamo Francesco Totti, chiede al regista di tornare indietro col nastro, per ammirare di nuovo una propria giocata o un proprio goal. Nel commentare l’azione, dice delle frasi potenzialmente arroganti (“Un altro avrebbe calciato il pallone in curva, io l’ho messo nel sette”; “Da bambino mentre giocavo, guardavo i compagni e il campo attorno. Nessun altro lo faceva!”), ma che non risultano mai come tali, perché, semplicemente (ma fino a un certo punto se si parla di calciatori), non hanno la pretesa di esserlo. A Totti non è mai interessato che si parlasse di lui come del migliore di tutti, anche se, per almeno un lustro, di fatto lo è stato. Lui ha sempre giocato perché era nato per farlo, non per guadagnare o essere osannato. Se il protagonista fosse stato un Ibrahimovic o un Cristiano Ronaldo, avrebbe detto le stesse cose ma non l’avrebbe fatto con la sua semplicità, che lo rende un fratello maggiore più che un asso dello sport irraggiungibile.

Mi chiamo Francesco Totti

Oltre al Totti che si conosce, quello che si vede, oltre che in tutte le occasioni legate al calcio, anche nelle ospitate televisive e nelle pubblicità, emerge anche un nuovo Totti dal film di Infascelli. Un uomo maturo e intelligente in un modo tutto suo. Il messaggio che il capitano esprime più volte nel corso del film è che “il destino esiste, e ha un ruolo fondamentale nelle vite di tutti. È già tutto scritto!”. Un’idea del genere può sembrare un cliché, ma non lo è se la si rapporta, ancora una volta, a chi la sostiene. Chiunque nei panni di Totti direbbe di essersi conquistato tutto da solo, di aver fatto enormi sacrifici e sudato sette camicie per arrivare sul tetto del mondo, di dover dire grazie solo a sé stesso. Chiunque, appunto, ma non Francesco Totti. Il protagonista del film carica tutta la sua carriera di una dimensione fatale, come a dire che lui è solo una persona più fortunata di tante altre, a cui il Destino (nel film non parla mai di Dio) ha donato un talento spropositato. Non c’è nessun merito esclusivo nella gloria che ha ricevuto durante la sua carriera, ma solo un grandioso affinamento di una qualità intrinseca. In qualche modo è come se dicesse a sé stesso di essere stato bravo a valorizzare un talento di quel livello, ma che comunque, i complimenti vanno fatti al Destino, non a lui. Mi chiamo Francesco Totti, in questo senso, è più di un semplice documentario. È un film sulla vita di tutti, sulla capacità di dare valore ai talenti che ognuno di noi possiede senza sostituirsi ad essi, diventando presuntuosi. Da questo punto di vista è inevitabile il paragone con un altro docu-film su uno sportivo top come l’osannatissimo The Last Dance, sull’ultima stagione agonistica di Michael Jordan. Il più grande cestista di tutti i tempi sembra asserire continuamente di essersi donato il talento da solo, non parla mai con  vera umiltà, o quando lo fa, tradisce la classica falsa modestia del primo della classe che sa di essere il migliore. Lo stesso atteggiamento che si vede in qualsiasi intervista a Maradona, Cristiano Ronaldo, Ibrahimovic & Co. Anche in questo senso Francesco Totti (un po’ come sono stati, almeno fino a quando hanno giocato, Del Piero e Baggio) rappresenta una nota lieta in un mondo cacofonico.

Mi chiamo Francesco Totti

La parte di Mi chiamo Francesco Totti più suggestiva e commovente è indubbiamente il finale. Il film di Infascelli sembra funzionare come un cortometraggio: tutto è finalizzato al finale, non ci sono fronzoli che fanno perdere di mira l’obbiettivo. Oppure, per dirla in altre parole, più che il romanzo di una carriera, Mi chiamo Francesco Totti sembra un perfetto racconto. In quest’ultima parte, tra l’altro, si assiste a tutta la bravura del regista, che rinuncia ai cliché a cui ogni spettatore si aspettava di andare incontro, per rendere il finale degno del mai banale campione raccontato nel film. A partire dalla colonna sonora: al posto della telefonatissima Grazie Roma o di Roma Roma Roma di Venditti, il regista per la parte più commovente del film, quella dell’ultima partita, sceglie una perla nascosta di un altro cantautore romano come Solo di Claudio Baglioni. Parole e musica si adattano perfettamente allo strano sconforto provato dal numero 10 e dai suoi tifosi in quel maledetto giorno, facendo venire i brividi anche agli spettatori che (come chi scrive) non sono romanisti. Perché il talento è degli appassionati, non solo dei sostenitori. Perché la bellezza non può essere prigioniera delle bandiere e dei colori. Perché il genio è sempre al di sopra del tifo. L’ultima frase del film è il perfetto testamento spirituale del campione raccontato: “Questo tempo è passato. Pure pe’ voi però”. In questa sentenza c’è tutto Francesco Totti. Un campione che non si è mai, forse, sentito tale, che non ha mai perso la propria umanità. E che, ciò nonostante, ha fatto a tutti noi rimpiangere che quel tempo fosse passato “anche per noi”.

Voto Autore: [usr 3,5]

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Giacomo Giraudo
Studente DAMS a Torino, aspirante giornalista/critico cinematografico, cinefilo incallito. Sono un adepto del precetto di Almodovar secondo cui il cinema è un’educazione alternativa ma non meno efficace della scuola! Drogato di Chaplin, Tarantino e Allen, stregato da Keira Knightley, Natalie Portman e Julianne Moore, posso dirmi tutto sommato onnivoro in fatto di gusti cinematografici.

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