Mediterranea: recensione del film di Jonas Carpignano

Mediterranea (2015) è il primo lungometraggio di Jonas Carpignano, primo capitolo della trilogia calabrese proseguita poi con A Ciambra (2017) e A Chiara (2021). Così come i due film successivi, Mediterranea è stato presentato in anteprima a Cannes, per poi viaggiare attraverso altri prestigiosi festival internazionali. Di recente Mubi lo ha reso disponibile sul suo catalogo in Italia.

Mediterranea: trama

Il film si rifà alla storia vera di Koudous Seihou, che nel film interpreta se stesso con il nome di Ayiva. Egli fugge dal Burchina Faso insieme a suo fratello Abas (Alassane Sy) per raggiungere Rosarno, in Calabria. Qui i due cominceranno a lavorare nei campi di arance, ma ben presto le tensioni con la popolazione locali esploderanno.

Mediterranea

Mediterranea: recensione

Come Robert Flaherty con il suo Nanuk, Jonas Carpignano mette in scena una storia vera che vera al cento per cento non è. In questo film i confini tra realtà e finzione, ricostruzione e invenzione sono più sfumati di quanto potrebbe sembrare. Mediterranea racconta un tema centrale nel dibattito pubblico dell’Italia contemporanea e, data questa sua vocazione, decide di adottare un approccio fortemente documentarizzante, senza però respingere mai realmente derive di spettacolarizzazione (si vedano alcuni momenti della traversata del deserto o la devastazione verso il finale).

La macchina da presa accompagna il protagonista Ayiva, interpretato da Koudos Seihou, attore che si ritrova a dare vita ad una ricostruzione della storia da lui vissuta in prima persona. Durante tutta la durata della pellicola, la macchina a mano di Carpignano lo segue, è Ayiva con i suoi movimenti a guidare un obbiettivo subordinato al personaggio e in questo modo a dare forma alle inquadrature. Non è l’attore a farsi oggetto per la macchina da presa, ma il contrario.

Con questa vicinanza dello schermo con il protagonista si crea un forte legame empatico tra lui e gli spettatori, che esplode alla grande nei momenti più intimi. E non è scontato se pensiamo all’elemento documentaristico, molto forte in questo film. In realtà, quello di Carpignano è un cinema che vive di una matrice documentaria, attraversandola però con tutta una serie di strutture tipiche del cinema di finzione, non troppo diversamente da altri autori del cinema nostrano. Se ciò appare più evidente nel recente A Chiara, culmine di questa prima fase della carriera del regista, lo si può notare anche in Mediterranea.

Ayiva e Abas si rivelano due personaggi molto diversi l’uno dall’altro. Uniti dalla comune volontà di trovare un posto nel nuovo mondo che raggiungono (l’Italia) le loro reazioni alle difficoltà che si trovano difronte saranno opposte. Rappresentano due diverse modalità di rapportarsi con il diverso. Ayiva riesce a trovare un proprio posto in quella terra straniera, lavora volentieri, lo vediamo addirittura mettersi a tavola insieme alle persone per cui lavora. Le sue azioni sono mosse dal bisogno di trovare un posto sicuro, dove dimenticare le difficoltà vissute precedentemente. Da questa volontà scaturiranno anche le decisioni che prenderà verso la fine, quando esiterà ad unirsi alle proteste dei compagni.

Mediterranea

Al contrario, Abas non riesce a entrare pacificamente in relazione con il nuovo contesto di vita. Sono due figure che vivono in maniera diversa il loro status di immigrati, così come fu per i due protagonisti di Ospiti di Matteo Garrone, immigrati albanesi che in maniera altrettanto opposta si adattavano al nuovo mondo.

È un conflitto drammatico che, se da un lato mette in crisi il rapporto tra i due protagonisti, dall’altra è il fuoco che anima il terzo atto, in cui il film si rifà agli scontri tra immigrati e popolazione locale avvenuti nel 2010 a Rosarno. La violenza, evocata da una scena notturna con una macchina nella prima parte del film, esplode in tutta la sua furia. Se la regia di Carpignano dà il meglio di sé nei momenti in cui fa del documentario la propria scrittura, mostra però i suoi limiti nelle scene più movimentate. Il montaggio camuffa i limiti di un budget contenuto grazie a numerosissime ellissi intrasequenziali, che consentono alla scena di assumere un senso pur senza dare risalto ad ogni dettaglio dell’azione. Il risultato, però, è una messa in scena eccessivamente confusa e poco coerente con il resto.

L’anima più documentaristica si fonde con la tendenza spettacolarizzante nella scena della devastazione, quando Carpignano racconta l’azione con un lungo ed eccezionale piano sequenza, degno dei migliori esempi del genere.

Il finale in cui si ha l’incontro virtuale con la giovane figlia riesce a evitare una blanda e smaccata commozione, mostrando il dolore di Ayiva attraverso i suoi gesti e i suoi sguardi, ancora una volta seguendo l’attore e le sue azioni, senza interventi filmici extradiegetici. E se forse questa frequente “neutralità” del mezzo poteva risultare controproducente in alcuni momenti – forse il legame tra i due protagonisti non è realmente sottolineato dal film – in questa scena raggiunge il suo apice espressivo, tanto da rappresentare il vero finale del film, il momento in cui Ayiva capisce che ormai la sua casa è l’Italia e l’Africa appartiene solo al suo passato.

PANORAMICA RECENSIONE

regia
soggetto e sceneggiatura
interpretazioni
emozioni

SOMMARIO

Il primo film di Jonas Carpignano racconta da vicino una storia d'immigrazione, rivelandosi un esordio dalla straordinaria espressività.
Lorenzo Sascor
Lorenzo Sascor
Laureato in DAMS, amante del cinema in ogni sua forma, dai classici hollywoodiani al neorealismo, dalla Nouvelle vague ai blockbuster contemporanei. In particolare, amo studiare i rapporti tra il cinema e i cambiamenti sociali e tra il cinema e i nuovi media.

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