Giorgetto e il Professore sono due anziani trasteverini annoiati dall’esistenza e con i conti sempre sballati. Il primo è un trafficone da sempre pigro e pronto ad ogni mezzo (lecito o meno) per racimolare qualche guadagno. Il secondo è un ex professore di latino e greco, che ha formato centinaia e centinaia di giovani  e che vuole pensare di aver lasciato un segno indelebile dentro di loro. Tra un prosecco al bar e qualche fugace tentativo di conquista, più immaginato che tentato davvero, i due trascorrono la loro monotona esistenza tra la noia e un’insoddisfazione di fondo, soprattutto dal punto di vista finanziario. La pensione, mai adeguata ai loro bisogni, è la loro unica, vera ossessione. Così un giorno, quasi per un improvviso moto di orgoglio, i due decidono di prendere in mano quello che resta della loro vita e andare lontano, all’estero, per poter quantomeno vivere dignitosamente e non soltanto campare come in Italia. A loro si aggiunge anche Attilio, un uomo in età da pensione ma che non può percepirla, che sbarca il lunario restaurando mobili antichi, e che, avendo girato tutto il mondo con la sua motocicletta, sa come aiutarli. O almeno così sembra all’inizio. I tre anziani si organizzano per rifarsi una vita e, dopo aver consultato un economista esperto di pensioni e tassazione all’estero, optano per le Azzorre portoghesi. La voglia di rilancio, però, per tutti e tre va di pari passo con i dubbi e i ripensamenti.

Lontano Lontano

È questa la sinossi di Lontano Lontano, quarto film di Gianni Di Gregorio, uscito direttamente sulla piattaforma Rai Play per via della chiusura dei cinema a causa del virus. Il regista, che è anche sceneggiatore e interprete del film, ribadisce ancora una volta quella poetica che, a partire dal suo esordio dietro la macchina da presa nel 2008 con Pranzo di ferragosto, ha caratterizzato i suoi film, facendolo diventare un caso più unico che raro nel panorama cinematografico nostrano. Mai la voce di un settantenne si era fatta sentire e apprezzare così efficacemente al cinema. Le sue pellicole hanno sempre, come base di partenza, la quotidianità del quartiere romano di Trastevere. La sua lente d’ingrandimento si sofferma sempre sulle vicende minime e apparentemente poco interessanti del classico pensionato trasteverino, che passa le sue giornate a leggere giornali e sorseggiare vino (rigorosamente bianco) al bar più vicino, che diventa il migliore e più attendibile osservatorio dell’umanità possibile. Questa fame di realtà, questa minuziosità verso i fatti minimi ma autentici e ricchi di vita, questa idea di trasportare la quotidianità nel mondo dello spettacolo, sembrano quasi volgere lo sguardo indietro nel tempo, alla stagione artisticamente più importante del cinema italiano, ovvero il Neorealismo. “Bisogna cogliere la vita sul fatto” diceva Cesare Zavattini, e Di Gregorio sembra aver fatto tesoro di questo insegnamento, facendolo ritornare d’attualità in un periodo dove il cinema italiano ha davvero bisogno di nuove prospettive su cui basarsi.

Lontano Lontano

I tre protagonisti del film non hanno nulla di eccezionale, anzi. Sono tre persone comuni, di quelle che si possono incontrare nelle strade di Roma come di ogni città, ogni giorno. Il difficile è proprio questo: sapere osservare anche e soprattutto la quotidianità per trarne ispirazione e ricavarne film intelligenti come Lontano Lontano. A contribuire egregiamente al risultato finale del film ci pensano sicuramente le ottime interpretazioni degli attori. Di Gregorio presta il volto al Professore, e lo carica della sua solita vena malinconica e poetica. Il suo sguardo perennemente lucido e disincantato, la sua passione per i discorsi antichi (finisce sempre per infarcire le sue frasi di citazioni latine), il suo tenero e imbarazzato modo di vivere, fanno immediatamente capire allo spettatore che dietro all’apparenza c’è molto di più. Giorgetto invece è interpretato da Giorgio Colangeli, attore romano che più romano non si può, che rende credibilissimo il proprio personaggio senza nemmeno doversi sforzare più di tanto. È un guascone, giocatore d’azzardo sempre sommerso dai debiti e con poco contante e perennemente deriso e visto come un ingenuo da tutto il quartiere (grande onta per uno che “non è mai uscito da Porta Settimina”). Il film però verrà ricordato soprattutto per essere l’ultima interpretazione cinematografica di un grandissimo attore, scomparso troppo in fretta, come Ennio Fantastichini, che dà il volto ad Attilio, il più carismatico della banda. A parte l’interpretazione in sé, come sempre ammirevole, colpisce soprattutto l’anima che l’attore ha saputo dare al proprio personaggio. Dei tre moschettieri protagonisti di Lontano Lontano, Attilio è senza dubbio quello che funziona di più, e infatti diventa leader non solo dei due compari, ma anche dell’intero film, costituendo il vero, efficacissimo, cuore morale dell’intera pellicola. Con il senno di poi, fa male guardare quest’interpretazione, perché ci si rende inevitabilmente conto di quanto il cinema italiano abbia perso con la morte di un attore straordinario come Fantastichini.

Lontano Lontano

Sullo sfondo, ma nemmeno poi così tanto, altre questioni impellenti per i personaggi o per la società odierna. C’è il difficile rapporto con i propri affetti, l’insofferenza verso la maleducazione dilagante e un atteggiamento di rammarico verso i trattamenti che devono subire, giocoforza, gli immigrati per poter sostentare, nemmeno vivere. Ma tutte queste tematiche vengono solo sfiorate con grazia dal regista. È come se Di Gregorio si frenasse nella creazione delle sue storie, come se volesse approfondire una miriade di sottotrame ma alla fine, sempre in un’ottica di tipo “neorealista”, decidesse di porre la sua attenzione solo su pochi fatti, ma esplicitati fino all’osso nel corso del film. Gli interessa raccontare poche cose ma al massimo delle proprie potenzialità anziché tante in maniera approssimativa, un errore purtroppo comune nella commedia italiana di oggi.

Lontano Lontano

Occorre poi ancora spendere qualche parola sul modo in cui il regista ha scritto i tre protagonisti di Lontano Lontano. Giorgetto, Attilio e il Professore sono personaggi certamente comici, nel senso che strappano più di una volta una risata agli spettatori. Ma riescono anche perfettamente nel difficile impegno di far pensare chi li osserva. L’immedesimazione è inevitabile e massima, perché tali personaggi sono autentici, profumano di cose già viste e vissute da chiunque. Innanzitutto sono soli. Aspetto caratterizzante del film è la totale assenza di figure femminili rilevanti. L’unica donna che ha una certa importanza nell’economia del film è Fiorella, la figlia di Attilio interpretata da Daphne Scoccia, che ha un rapporto di freddo affetto verso il padre, sempre assente durante la sua infanzia. Questa particolarità non è da leggersi come misogina o antifemminista, ma come un ulteriore tentativo da parte del regista di non mettere troppa carne al fuoco, di tenere alta l’attenzione dello spettatore solo su questi tre protagonisti, già abbastanza interessanti e ricchi di suggestioni da soli. Non solo non vediamo mogli, ex mogli, madri o sorelle, ma non sentiamo nemmeno un riferimento ad esse. I tre pensionati sembrano non possedere una vita precedente, sembrano nati in questa situazione di noia e profonda insoddisfazione. Inoltre, i tre non sembrano davvero ambire al cambiamento e alla partenza verso le Azzorre. Semplicemente adorano l’idea di poter ancora scrivere delle pagine importanti nelle loro esistenze, e quando sembrano sicuri di sé e senza alcun dubbio a riguardo, lo sono solo di facciata, per non sfigurare di fronte agli altri compagni. Non si ha nemmeno per un attimo la sensazione che i tre se ne andranno davvero lontano lontano, ma ci si diverte comunque nel pensare che possano farlo.

Lontano Lontano è un film che gioca sul concetto di potenzialità. Illude e disillude continuamente lo spettatore, che pensa di vedere raccontata sullo schermo un certo tipo di storia, ma che in fondo sa che essa non potrà mai davvero verificarsi, perché conosce i personaggi. La donna che il Professore contempla e insegue per gran parte del film (Galatea Ranzi) senza mai osare rivolgerle la parola se non alla fine, è la perfetta immagine personificata di questa straordinaria capacita di Di Gregorio di raccontare le potenzialità dell’uomo unendole, come spesso fa la vita, ai dubbi e alle perplessità che finiscono nel bloccarne l’azione. Ottima la sceneggiatura, magnifiche le interpretazioni, abbastanza suggestive le musiche e non male nemmeno la regia. Speriamo di non dover aspettare ancora altri sei anni per vedere il nuovo film del più poetico “vecchietto” del cinema italiano.

Voto Autore: 3.5 out of 5 stars

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