Un angelo può essere tante cose. Un placido ed efficiente custode della pace. Un eroe. Un agitatore scrupoloso, che per generare quiete deve prima produrre caos. Potrebbe essere un marito, un padre, un amico. Qualcuno di cui fidarsi, fino alla morte. Qualcuno che, inevitabilmente, prima o poi ti mentirà.

Già, un angelo può essere tante cose. Eppure, anche se sembra incredibile, tempo fa ne esisteva uno che è stato tutte queste cose messe assieme. Il suo nome è Ashraf Marwan, eroe nazionale sia in Egitto, che in Israele. Due paesi che fino al 1973 erano in guerra, e che oggi, almeno tra di loro, non lo sono più.

In un’aula universitaria di Londra, nel 1970, siedono molti studenti. Alcuni sono brillanti, altri meno. Tra di essi, però, ce n’è uno che con tutti gli altri c’entra poco. È il nostro Ashraf, genero del presidente egiziano Nasser. Il rapporto tra i due non è per nulla cordiale. Ashraf è sveglio ed ha il cervello di un visionario. Nasser, invece, è un uomo in declino, stroncato dalla sconfitta subita nella Guerra dei Sei Giorni, ossessionato da logiche politiche grette come la sua mente.

Il conflitto tra i due, però, non durerà a lungo. Quando il presidente viene ucciso da un infarto, il suo successore, Anwar al-Sadat, intuisce subito le potenzialità di Marwan, e decide di strapparlo al suo grigio destino da funzionario statale per trasformarlo in un diplomatico di punta.

Da qui, Ashraf comincerà a tessere una tela che, partendo dal Cairo, congiungerà i destini dell’Egitto, di Israele, e persino della Libia. L’intera vicenda poggerà il proprio peso su di una esile base, tenuta assieme dai segreti e dalla fiducia. Marwan entrerà in contatto col Mossad e con l’instabile e pericoloso dittatore Gheddafi. Il tutto, cercando di tenere unita a sé la sua bellissima famiglia.

L’obiettivo è quello di ridare all’Egitto i territori persi durante la Guerra dei Sei Giorni ma, soprattutto, evitare un conflitto sanguinoso che oltre a mietere vittime, non produrrebbe alcuna pace. Per perseguirlo, servirà un acuto gioco diplomatico, notizie vere e, soprattutto, notizie false. Un doppiogioco estremamente rischioso, ma essenziale, il cui risultato cambierà per sempre la storia del Medioriente.

L’Angelo è una pellicola estremamente onesta. La sua atmosfera, simile per certi versi a quella di Operation Finale, rimanda ad un’epoca ormai persa per sempre. Un cocktail fatto di toni grigi, assenza di scene pompose e dialoghi intelligenti. La narrazione, nonostante la sua spaventosa complessità, appare semplicissima, quasi immediata.

Ogni cosa è stata resa al meglio, dai rapporti di forza tra le fazioni, al clima rovente e soffocante che precede il conflitto. L’opera, nei suoi quasi 120 minuti, riesce a trasmettere l’impressione di uno stallo pendente e mortale. Di un qualcosa che sta per succedere, ma che nessuno vorrebbe vedere davvero. Nonostante ciò, la pellicola scorre, come un fiume, pronto a sbattere contro la Storia.

La Guerra, fatta di sospiri, notizie alla radio, ed immagini grigie che spuntano dai televisori, sarà come una nuvola densa pronta ad esplodere. La sentiremo sempre, ovunque, in ogni frase, o sguardo. E questa sensazione ci legherà ad Ashraf fino a farci sentire parte di lui. Sarà una simbiosi perfetta, il cui merito principale non può non andare al protagonista Marwan Kenzari, titolare di una performance davvero eccellente.

Ottimo lavoro anche quello dei comprimari, uniti assieme in un mosaico fatto di credibilità, emozioni ed immedesimazione, condito da una veridicità storica accuratissima, e quantomai rara per questo tipo di produzioni. La Guerra del Kippur, uno dei capitoli più complessi del ‘900, non è mai stata così accessibile.

Come tutti gli esponenti di questo complicato genere spionistico, anche l’Angelo soffre a causa di alcuni difetti atavici, come quello del ritmo. Il prezzo per una narrazione così ragionata ed accurata è un incedere della storia che in alcuni punti potrebbe stancare. L’opera, conscia di questo, ospita al suo interno una serie di piccoli flashback. Elementi che riescono a dare un po’ di varietà, ma che non bastano a scongiurare il pericolo noia.

Bisognerà dunque rifugiarsi nell’atmosfera, nella spola costante tra Londra e il Cairo, e nella rappresentazione perfetta del periodo storico. Automobili, lampade, orologi, vestiti e musiche. Ogni cosa andrà al suo posto, come se cinquant’anni non fossero mai passati.

L’Angelo è un esperimento riuscito. Il tentativo lucido e ragionato di mettere in scena una storia che fino ad ora avevamo visto soltanto sui manuali universitari. La scelta di rendere ogni aspetto senza filtri, supportata da una sceneggiatura eccellente in grado di districare le spesse fila della vicenda, si è rivelata del tutto vincente. L’ennesima pennellata che cala dritta sul quadro della Storia, ormai sempre più centrale nelle produzioni cinematografiche. Una pennellata fedele, corposa e piacevole.

Dopotutto, l’avevamo premesso cominciando questa chiacchierata. Un angelo può essere tante cose.
Anche un ottimo film.

Voto Autore: 3.5 out of 5 stars

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