La Notte del Giudizio per sempre – Survival Horror, John Carpenter e Donald Trump

The Purge – Home Invasione e denuncia sociale

La notte del giudizio per sempre
La notte del giudizio (2013) – Thriller home invasion e horror sulla maschera

Nel 2013 Michael Bay si unisce alla Universal Pictures e al sempre più noto produttore americano di cinema horror, Jason Blum che con la sua Blumhouse Productions è appena agli esordi e il suo obiettivo è quello di lavorare sul genere estendendolo a campi narrativi sempre differenti e spostandosi sempre più agilmente tra il mezzo cinematografico e quello televisivo.

Il frutto di questa collaborazione è The Purge (La notte del giudizio), thriller a tinte horror scritto e diretto da James DeMonaco.

Un film che riflette sulla politica delle armi negli Stati Uniti, ma anche sui concetti di proprietà privata, discriminazione razziale, disparità tra classi e molto altro.

DeMonaco realizza un survival thriller confinato ad uno spazio ristretto, ossia l’abitazione di una facoltosa famiglia borghese all’interno di un quartiere apparentemente tranquillo e molto distante dalla vena reazionaria che sembra invece muovere la popolazione di altre aree.

Un film che sembra somigliare a tanti altri, con una famiglia americana molto classica che si ritrova costretta a difendersi dalla violenza di potenziali aggressori o assassini che per qualche ragione sono pronti a tutto pur di entrare nell’abitazione.

Una famiglia in pericolo. Ethan Hawke e la costruzione di un padre in conflitto con sé stesso e poi con la paura dell’intruso

Ciò che imprime però un’impronta davvero interessante e originale (seppur citazionista) è il suo sottotesto politico – e sociale – che più di ogni altro elemento scatena e produce ogni sviluppo narrativo.

Infatti quello che differenzia The Purge dal resto dei thriller è la sua traccia distopica calata nella contemporaneità, o meglio in futuro molto vicino che somiglia spaventosamente al nostro presente.

Una notte stabilita dai padri fondatori (dunque dall’establishment) in cui tutto è concesso, qualsiasi genere di reato, qualsiasi genere di violenza. Tutto pur di raggiungere due obiettivi: placare l’odio sociale diminuendo il tasso di criminalità e permettendo uno sfogo liberatorio e sfrenato; produrre una selezione “naturale” che sostanzialmente risponda a “Il più debole soccombe dinanzi al più forte” legata chiaramente al dibattito (decisamente attuale) sul sovrappopolamento globale.

The Purge si concentra su di un nucleo familiare che non è affatto casuale, poiché il capofamiglia, James, interpretato da un ottimo Ethan Hawke è proprio colui che per lavoro produce e installa i sistemi di sicurezza e protezione per le abitazioni rispetto alla tanto annunciata e temuta Notte del giudizio.

La notte del giudizio per sempre
Ordine familiare e caos sociale. La violenza è vicina

Un film di dimensioni modeste che raggiunge un consenso decisamente sorprendente da parte della critica americana (e non) e che cerca di approcciarsi alla materia sfruttando i canoni dell’home invasion più classico e del survival thriller alla Panic Room di David Fincher o The Strangers di Bryan Bertino accennando all’horror di tanto in tanto pur di appartenere (almeno sulla carta) anche a quel genere di cui Jason Blum comincia a farsi portavoce e restauratore.

L’operazione riesce e The Purge forte di un concept movie originale anche se esplicitamente Carpenteriano diventa saga cinematografica e in seguito serie televisiva sempre sotto il controllo delle due figure principali: James DeMonaco e Jason Blum.

Dal thriller all’action

Violenza urbana, caos sociale e l’importanza dell’unione. La notte del giudizio: Anarchia

L’anno successivo viene infatti distribuito nelle sale Anarchia-La notte del giudizio che si propone come sequel diretto pur riprendendo dal film precedente la sola tematica della notte in cui tutto è concesso.

Non ci sono più le ambientazioni circoscritte e claustrofobiche di The Purge, poichè prendono il loro posto quelle urbane più classiche che divengono citazioniste rispetto all’autore che più di ogni altro questa saga intende richiamare ossia il John Carpenter di 1997: Fuga da New York, Fuga da Los Angeles e per certi versi anche Distretto 13 – Le brigate della morte.

Il protagonista di Anarchia è una sorta di vendicatore solitario estremamente dolente che non ha più nulla da perdere (se non la sua stessa vita) e che si fa strada guidando nella fatidica notte tra violenze e agguati che lo trovano sempre pronto a combattere in nome di una violenza che gli appartiene da sempre, anche e soprattutto al di là della concessione dei padri fondatori.

Il suo nome è Leo Barnes ed è interpretato da un massiccio Frank Grillo che prende le redini del franchise nel momento in cui tutto cambia, a partire dal genere di collocazione e riferimento.

La notte del giudizio per sempre
Leo Barnes (Frank Grillo). Il vendicatore solitario che guida nella notte

The Purge saga infatti, a partire da questo film abbandona (seppur non interamente) il thriller psicologico – pur sempre a tinte horror – a favore di una scelta probabilmente più convenzionale che permette senza dubbio a Blum/DeMonaco e Bay di raggiungere una fetta di pubblico decisamente più consistente, quella dell’action.

Se il secondo capitolo funziona rispetto al passaggio del testimone, poiché DeMonaco ancora si concentra sul singolo e il suo peregrinaggio nel regno – temporaneo – della morte citando Carpenter ma anche il Miller del fortunato franchise Mad Max, molto o quasi si perde invece nel corso del terzo capitolo, Election Year.

Politica e action fracassone

La paura è altrove. Satira politica e action fracassone

Il terzo film del franchise The Purge viene distribuito nelle sale a distanza di due anni dal precedente.

È cambiato tutto, ma non il suo protagonista interpretato ancora una volta dal massiccio (e poco altro) Frank Grillo, nei panni non più di un solitario in cammino tra morte e distruzione, bensì in quelli di un risolutore/guardia del corpo a servizio del governo americano che molto cinema recente – in nome del tanto celebrato patriottismo americano – ha saputo sviscerare a partire da titoli quali Attacco al potere – Olympus Has Fallen e Sotto assedio – White House Down.

Con Election Year ha luogo la trasformazione più evidente e per certi versi sorprendente di questo nuovo franchise targato Jason Blum/James DeMonaco, ossia quello da un modello (o idea) di cinema ad un altro, dalla serie A del primo film, alla serie B del terzo.

Questa volta gli intrecci narrativi si fanno inutilmente più complessi muovendosi tra scenari politici molto poco plausibili e attentati violenti all’interno delle differenti sedi in cui di fatto risiede il potere degli Stati Uniti d’America.

La notte del giudizio per sempre
James DeMonaco e la trilogia The Purge. La potenza semiologica e metaforica della maschera in chiave horror

Si presenta dunque agli occhi dello spettatore una contrapposizione tutto sommato sciocca ma pur sempre divertente tra una volontà di denuncia sociale e politica operata da DeMonaco ai danni della realtà non cinematografica, ma contemporanea e una messa in scena dell’azione curata il minimo indispensabile, dunque più fracassona e sregolata.

Il terzo capitolo tuttavia sembra intenzionato a concludere un’ideale trilogia originale ponendo fine alla Notte del giudizio che ha scatenato gli eventi fin qui raccontati.

Jason Blum e James DeMonaco però non si fermano, anche perché fermarsi equivarrebbe all’arrestare una macchina produttiva che non ha mai smesso di attirare pubblico in sala e aumentare le vendite home video dei differenti capitoli.

Due anni più tardi viene distribuito nelle sale un quarto capitolo: La prima notte del giudizio.

Spin-off e Serie Tv – Serializzazione di un concept movie

The Purge serie – Locandina ufficiale

È interessante come La prima notte del giudizio, quarto ideale capitolo di un franchise conclusosi con una trilogia molto rigida riesca a inserirsi all’interno di un dibattito che è già di serializzazione.

Il film si accompagna infatti al rilascio della prima stagione di The Purge, esclusiva Amazon prodotta con la Blumhouse Productions della trilogia originale e legata in toto all’idea e soggetto di James DeMonaco.

La prima notte del giudizio ricopre sostanzialmente il ruolo di film traino, ossia quello spin-off che ha il compito di ampliare e approfondire ulteriormente le tematiche e gli argomenti già proposti da un materiale o prodotto precedente.

La notte del giudizio per sempre
La maschera muta e diviene altro. The Purge e la parata dei cosplayer sanguinosi e violenti

Quasi sempre lo spin-off rischia di restare nell’ombra, qualche volta poiché nettamente inferiore rispetto al film originale, altre invece perché assolutamente slegato e perciò poco interessante per i fan e più invece per gli spettatori normalmente definiti come “medi” che frequentano la sala e si godono la visione pur non appartenendo alla conoscenza profonda di una saga cinematografica.

Il quarto capitolo tra i molti aspetti vede il passaggio di testimone in regia, James DeMonaco resta in sceneggiatura cedendo la regia del film a Gerard McMurray, un nome perlopiù legato alla serialità e alla direzione di special televisivi.

Lo spin-off seppur calato in una interessante dimensione urbana in via di distruzione interessata ancora una volta alle tematiche razziali (torna infatti il discorso sui ghetti e la popolazione nera) e poi alla messa in scena di un’azione caotica e poco curata, non va a segno fallendo nei suoi intenti.

La serializzazione cinematografica di The Purge sembra subire qui una sorprendente (anche se da una fetta di pubblico e critica decisamente attesa e sperata) battuta d’arresto che trova la sua risposta immediata nella proposta seriale (anche se in formato televisivo) di Amazon, The Purge continua a vivere.

La serie Amazon ottiene consensi medi permettendo la produzione di due stagioni che molto poco hanno a che fare con l’idea originaria del franchise apparendo invece decisamente più legate alla chiave di lettura e messa in scena del quarto capitolo, La prima notte del giudizio.

THE PURGE — “The Urge to Purge” Episode 103 — Pictured: Purger — (Photo by: Patti Perret/USA Network)

Tanto action, poco horror e molta meno politica.

Un prodotto esplicitamente interessato al divertimento e all’adrenalina dell’azione sregolata ed eccessiva priva di quel sottotesto così cinico e inatteso del primo capitolo cinematografico, The Purge – La notte del giudizio.

La parola fine però non è ancora stata ufficializzata né dalla Universal, né dal trio dei primi capitoli Blum/DeMonaco/Bay.

Nel 2021, a distanza di tre anni dallo spin-off fiacco e annoiato di Gerard McMurray viene infatti distribuito nelle sale cinematografiche globali (dopo diversi slittamenti causa COVID-19) un quinto e interessante capitolo del franchise The Purge: La notte del giudizio per sempre.

È un ritorno alle origini? È un sequel della trilogia originale?

Molto è cambiato ma è una nuova partenza.

Everardo Gout racconta l’America dell’oggi, tra discriminazione razziale e barriere – Western, Survival Horror, John Carpenter e Donald Trump

La notte del giudizio per sempre
Western, Horror e Thriller Action si incontrano. Più scenari, più politica, più violenza

Così come è avvenuto nel 2018, James DeMonaco passa il testimone della regia a Everardo Gout restando però ancora una volta in sceneggiatura pur di garantire una linearità narrativa necessaria ai fini della riuscita di questo nuovo capitolo del franchise The Purge che si rivela sorprendentemente essere anche il migliore della saga, nonostante alcuni evidenti limiti di messa in scena e non solo.

Il suo titolo è: La notte del giudizio per sempre.

Trattandosi di un elemento di scrittura ciò che più sorprende del film è la sua chiarissima intenzione di non legarsi a quanto esplorato nei precedenti capitoli, o almeno, solo in parte facendo suo esclusivamente il finale del terzo capitolo per poi ripartire da capo e riscrivere le intenzioni cinematografiche e ideologiche di un franchise che sembrava aver già detto e mostrato tutto il necessario.

Gout e DeMonaco vanno dunque alla scoperta di nuove tracce tematiche, così come di intuizioni registiche e scenari d’ambientazione apparentemente distanti rispetto a ciò che lo spettatore già conosce del franchise distopico del trio Blum/DeMonaco/Bay e proprio per questa ragione di gran lunga interessanti.

Il popolo non ascolta e si ribella all’establishment. Il caos è ovunque ed è senza fine

Se il primo capitolo scritto e diretto da DeMonaco dimostrava interesse per il racconto – chiaramente metaforico e di fondo – dello scenario politico e sociale degli Stati Uniti d’America, un po’ rispetto alla tematica della discriminazione razziale e un po’ per la disparità tra classi – oltre ad una esplicita volontà di distruzione della famiglia borghese – questo nuovo film sembra volersi spingere decisamente oltre restando in bilico su di una linea estremamente fragile che vede ad un’estremità la satira e dall’altra il thriller action dall’importante sottotesto drammatico.

È immediatamente chiaro fin dai primi minuti quanto questo film goda di un respiro molto più ampio dei suoi precedenti, basti pensare alle ambientazioni claustrofobiche del primo e del terzo, piuttosto che dello scenario urbano cupo del secondo e del quarto. Scenario cupo a tal punto da far apparire l’area geografia – e narrativa – circoscritta e relegata ancora una volta a pochissimi spazi e non a intere città.

Questa volta invece ci troviamo in Texas, tra lande desolate, moderni ranch controllati da generazioni e generazioni di cowboy, quartieri periferici popolati da differenti etnie – perlopiù da messicani – e zone di confine, tra cui quella dell’ormai celebre muro che divide il Messico dagli Stati Uniti.

La notte del giudizio per sempre
Ranch, generazioni di Cowboy e discriminazione razziale. Conflitti etnici filtrati dalla macchina narrativa The Purge

Il tema della discriminazione razziale torna più forte che mai all’interno del franchise a partire dall’interessante discorso che DeMonaco compie rispetto alla gerarchia familiare interna a questi modernissimi ranch dei primi minuti del film e subito dopo alla distanza di pensiero tra la generazione del passato (Will Patton) e quella del presente (Josh Lucas).

Il conflitto drammatico trova spazio già prima dell’espediente della fatidica notte in cui il conflitto esplode toccando tutto e tutti e questo si rivela essere un elemento centrale, tanto che permette allo script (e dunque al film) di evolvere in una lunga serie di sviluppi e intrecci umani che non possono non ricordare – anche allo spettatore meno esperto – tanto il cinema di Paul Haggis, quanto quello di Clint Eastwood.

Oltre all’ambientazione estremamente estesa e quasi sempre illuminata – perciò ancor più letale – è un’altra la grande novità dalla quale il franchise The Purge spera di poter ripartire: è vero, i padri fondatori hanno ripreso il potere, il suprematismo bianco è più forte che mai e il presidente in carica sembra non voler arrestare quest’incredibile ondata d’odio, al contrario, sembra volerla assecondare. Questa volta però il potere non lo detiene più l’establishment, ma il popolo.

Ecco spiegato il titolo del film: La notte del giudizio per sempre

Il nucleo di resistenza al popolo eccitato e violento è nato – La grande novità del nuovo capitolo

I potenti stabiliscono una sola notte di sfogo e violenza per poi tornare all’ordine, il popolo ne rifiuta qualsiasi limite di durata stabilendo il “per sempre”.

DeMonaco e Gout mettono in scena in maniera fin troppo esplicita una cinica derisione ed estremizzazione della politica Trump che trova il suo apice in un finale paradossale e di grande divertimento girato e strutturato come fosse il western più classico e che ancora una volta resta in bilico tra dramma e parodia trovando il giusto compromesso.

Molti sono i punti di forza di questo ultimo capitolo del franchise The Purge, così come molte sono le novità (a partire dalla formazione di una banda di simil vendicatori), cioè che invece continua a ripresentarsi è l’approccio per certi versi fiacco e convenzionale di James DeMonaco alla sceneggiatura che ha contraddistinto gli ultimi due capitoli.

Un approccio giustificato certamente dai discreti risultati al botteghino e dalla richiesta dei fan – e del pubblico in generale – sempre più in aumento, ma chiaramente deludente per gli spettatori in cerca di qualcosa di più.

La notte del giudizio per sempre
Josh Lucas, Ana de la Reguera eTenoch Huerta in una scena del film “La notte del giudizio per sempre.” Stalli alla messicana, scontri fuoco e inseguimenti si spostano nel deserto, tra confini invisibili e muri purtroppo già ben visibili

La violenza è maggiore, così come il divertimento.

Il cinismo che si muove prima sotterraneamente e poi sempre più in primo piano è interessante, poiché il film sceglie intelligentemente di spingere il più possibile sul tema principale “discriminazione/suprematismo bianco” trovando una chiave di lettura differente ma non ancora realmente centrata e coraggiosa come dovrebbe – e potrebbe – essere.

Un franchise potenzialmente senza fine ha raggiunto il suo quinto film.

Nella notte del giudizio per sempre, John Carpenter e Donald Trump si scontrano tra le lande desolate dei magnifici scenari texani western alla John Wayne, popolati da rudi cowboy razzisti che potrebbero facilmente appartenere al cinema di Clint Eastwood e orde di violenti uomini – quasi animali – che sembrano provenire dal fortunato franchise – anch’esso desertico e distopico/post apocalittico – Mad Max.

Interessante questo film di Everardo Gout. Probabilmente il miglior capitolo, ma c’è ancora molto lavoro da fare.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SINOSSI

La notte del giudizio per sempre di James De Monaco si smarca dai precedenti film del franchise nel farsi cinema politico sull'America dell'oggi tra citazioni cinematografiche del periodo Carpenter e del periodo Eastwood. Un film a cavallo tra generi che forte del suo concept movie può mutare continuamente, trovando sempre nuove derive e declinazioni narrative.

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