La donna fantasma, recensione del film di Robert Siodmak

La donna fantasma (1944) è un affascinante noir diretto da Robert Siodmak, regista che ha firmato alcune pellicole elettrizzanti come “La scala a chiocciola” (1945) e il cult movie “Lo specchio scuro” (1946) interpretato da Olivia de Havilland (l’indimenticabile Melania di “Via col Vento”). Siodmak ha diretto anche “I gangsters” (1946) dove troviamo un giovane Burt Lancaster.

La donna fantasma
La donna fantasma, 1944

La donna fantasma, un vistoso cappello e l’arte di Cornell Woolrich

Robert Siodmak, che s’ispirava alle atmosfere cupe del cinema tedesco, mescolò il gusto europeo con lo stile del cinema americano e ne scaturì un’impronta unica e potente.

Insomma: Siodmak sapeva come girare noir degni di questo nome.

Iniziò come regista teatrale, e di quel mondo conservò eleganza e metodo. Amava lavorare con gli attori (lanciò Burt Lancaster, Tony Curtis, e molti altri) e riusciva a farli recitare a meraviglia. Ne “La donna fantasma” le performance sono impeccabili (guardare per credere) eppure in locandina non figurano nomi leggendari (per intenderci: non c’è una Rita Hayworth né una Barbara Stanwyck).

“La donna fantasma” tiene incollati alla poltrona, fin dai primi istanti, con quell’apertura energica: una signora di spalle che indossa un vistoso cappello, un copricapo eccentrico, di scena, di quelli che si vedono sui palcoscenici luminosi di Broadway.

Di questa sofisticata lady, vestita in maniera inappuntabile, non sappiamo nulla. È triste, imbronciata. Seduta e pensosa al bancone di un bar; in quel di New York. Non ha granché voglia di parlare. Ci domandiamo: quale mistero avvolge la sua vita?

Donne vamp, inafferrabili. Graffianti. Sfuggenti. Donne che tramano. Donne passionali (pensiamo a “Gilda”). Sono loro le figure immancabili (veri punti fermi) degli splendidi noir (quelli in bianco e nero hanno spesso una fotografia esaltante) dell’età dell’oro. Donne che appaiono e si dileguano in una nuvola di fumo. Donne dipinte, ammirate; sognate.

Chi divora racconti a tinte fosche non resterà deluso da “La donna fantasma”. La prima sequenza, che si svolge in un tipico locale newyorkese, è una delizia per gli occhi. I dialoghi levigati. Lui, un trentenne ingegnere, entra in un bar per svagarsi un poco. È malinconico, nervoso. Scopriremo in seguito che ha bisticciato con la moglie.

Nel bar c’è una donna. È visibilmente scossa. Un tarlo la logora. Lui, che si chiama Scott Henderson (gli dà il volto Alan Curtis), grazie a un paio di frasi ben assestate riesce a portarla con sé a teatro. Lei si lascia convincere però mette in chiaro: non dirà né come si chiama né dove abita. Accetta l’invito giusto per non restare sola nel buio di una notte tetra.

Il cappello è un elemento chiave del film, sarà proprio il cappello a far saltare fuori la verità di un agghiacciante delitto. Sì, perché quando Henderson rincasa trova un gruppetto di detective nell’appartamento: la moglie è stata strangolata con una cravatta (la cravatta, altro topos del giallo; usata da Hitchcock in “Frenzy”).

Chi ha ucciso, dunque, Mrs. Henderson, il cui ritratto campeggia nella sala? Il ricordo, alla vista del quadro, non può non andare a un pilastro come “Vertigine” (1944) di Otto Preminger.

A finire dietro le sbarre sarà Scott Henderson, il marito della vittima, appunto. Perché sebbene abbia un alibi di ferro, non riesce a dimostrare che quella notte era in dolce compagnia. I testimoni (un tassista, un barista, un batterista, una cantante e ballerina) non confermano di averlo visto assieme alla dama col cappello.

Chi sbroglierà la matassa? Presto detto: la segretaria di Henderson, una certa Carol (impersonata da una splendida Ella Raines) che si metterà sulle tracce del vero colpevole. Carol, innamorata, e dal cuore gentile. Eppure temeraria all’occorrenza.

La sceneggiatura de “La donna fantasma” si basa sul romanzo omonimo di Cornell Woolrich, penna tenebrosa, (è Woolrich l’autore del testo da cui Alfred Hitchcock ha tratto “La finestra sul cortile”) che però firma con lo pseudonimo di William Irish.

Il film conserva la freschezza della letteratura noir americana, le battute sono rapide, asciutte, secche: uno stile essenziale che cattura l’attenzione.

La donna fantasma
La donna fantasma, 1944

La donna fantasma, perché vederlo, perché piace

Indimenticabile una sequenza coi fiocchi: una jam session in cantina. Il batterista (Elisha Cook Jr. celebre caratterista) suona fino allo sfinimento, picchia duro, le bacchette tra le dita, inarrestabile tiene il tempo, veloce più del vento, e intanto, fissa con l’acquolina in bocca la donzella che sogna di baciare e baciare. Ecco allora che la musica martellante diventa metafora dell’amplesso.

Da manuale anche il momento in cui Carol (la segreteria di Henderson) pedina un barista (Andrew Tombes, fantastico attore comico di vaudeville) per le vie di New York. L’inseguimento sfocia in un drammatico epilogo. Siodmak però non ci mostra nulla di cruento, la tragedia s’intuisce soltanto: dall’inquadratura di un cappello caduto a terra.

Recentemente ho letto uno dei romanzi più noti di Lorenzo Marone, “La tentazione di essere felici” (dal libro il lungometraggio di Gianni Amelio “La tenerezza”). Ebbene, nelle ultime pagine, il protagonista, un burbero vecchietto, elenca tutto ciò che lo rende felice e inizia ogni frase proprio con un “Mi piace”.

Così, anch’io ora, come lui, voglio dirvi cosa “mi piace” de “La donna fantasma”: mi piace la bravura di Franchot Tone, ottimo attore di teatro; qui gesticola in maniera superba: ruota le mani e un brivido corre lungo la schiena. Mi piacciono gli occhi di Ella Raines.

Mi piacciono le bretelle, gli investigatori mastodontici, i marcantoni golosi di gelato alla vaniglia (siparietti leggeri che stemperano la tensione). Mi piacciono le cravatte dal taglio tipico. Mi piace la sceneggiatura (malgrado alcuni critici non abbiano trovato verosimile la trama). Mi piace la musica jazz che rende tutto sofisticato (cosa sarebbe un noir senza il jazz?). Mi piace il modo irriverente in cui qualcuno mastica il chewing-gum in una scena clou.

Mi piace la sala ampia arredata con statue poderose e macabre. Mi piace l’armadio vuoto del camerino (il vuoto scatena fobie e in questo genere di film calza a pennello). Mi piace il ritratto che fa bella mostra di sé nell’appartamento di Henderson.

Io mi fermo qui. Dopo averlo visto, completate voi, la vostra lista personale di “mi piace”.

La donna fantasma, trailer

PANORAMICA RECENSIONE

regia
soggetto e sceneggiatura
interpretazioni
emozioni
Micol Graziano
Micol Graziano
Amo il cinema e i pop-corn.

ARTICOLI RELATIVI

ULTIMI ARTICOLI

La donna fantasma, recensione del film di Robert Siodmak La donna fantasma (1944) è un affascinante noir diretto da Robert Siodmak, regista che ha firmato alcune pellicole elettrizzanti come "La scala a chiocciola" (1945) e il cult movie "Lo specchio scuro" (1946) interpretato da Olivia de Havilland (l'indimenticabile Melania di "Via col Vento")....