lunedì, 20 Settembre, 2021

La belva

Mattero Rovere e la sua casa di produzione Groenlandia hanno un nome legato, ormai da più anni, a visioni ed esperimenti cinematografici proiettati, nel bene e nel male, sempre oltre il perimetro italiano: anche in questa occasione l’andamento non si smentisce e la Belva mira ad essere ambizioso tentativo di rifare l’America a casa nostra tramite un thriller iper-saturo di azione, distribuito da Netflix,affidato all’interpretazione del buon Fabrizio Gifuni. Il filone esplicitamente ricalcato è quello made in U.S.A. di Taken, capitanato dall’iconico Liam Neeson, di cui qui si ripercorrono indole ed orme.

Abbiamo Leonida Riva, (nomen omen), ex militare in congedo, addestrato a cavarsela nelle peggiori situazioni, capitano in diverse missioni speciali ad alto tasso di pericolosità in Iraq, Somalia, Ruanda e Bosnia: l’ultima di queste inizia male e finisce peggio, per cui l’uomo decide di lasciare il servizio. Torna a casa, ma non alla vita che aveva, e si allontana progressivamente dalla famiglia; è taciturno, scontroso, preda di incubi allucinatori, in piena sindrome post-traumatica da stress, un reduce di guerra a tutti gli effetti: vive isolato da moglie e figli, non segue la terapia di sedute collettive, preferisce gli psicofarmaci, che ne acuiscono molto la condotta asociale.

La belva

Quando, però, una banda di brutali malviventi rapisce Teresa, la più piccola di casa, con delle intenzioni drammaticamente inquietanti, la Belva di guerra, assopita e stordita dal dolore e dalle medicine, si risveglia, l’animale implacabile  e furioso torna in campo a ruggire e, con o senza l’aiuto della polizia, comandata dal commissario Antonio Simonetti (Lino Musella), inizierà la propria caccia per salvare la bambina e farsi giustizia da sè.

Gli elementi da blockbuster ci sono tutti: trama semplice e seguibile, preda inerme ed innocente con cui è spontaneo entrare in empatia, il mondo dei cattivi di un monocolore senza scrupoli, il braccio della legge in affanno sulla realtà pur se animato da buone intenzioni (tanto da credere che lo stesso Leonida visti i suoi modi selvaggi, potesse essere dietro al sequestro della piccola) ed un protagonista in pieno riscatto della propria esistenza, a partire dal punto morto in cui lo incontriamo. In particolare a Leonida, l’eroe dannato, spetta solo, per quanto ardua, la risalita, e lui, sofferente e rabbioso, risalirà, lo spettatore se lo aspetta e non verrà deluso, bisogna solo capire come si sviluppa il percorso.

E qui ci sono due aspetti: uno è tecnico, e riferibile ai duelli, gli scontri, gli agguati, una cascata di scene sincopate sfocianti in risse, sbocchi violenti, pugni a sorpresa, pallottole volanti e fiotti di sangue; qui si prende atto di uno sforzo concreto nella realizzazione pratica e nell’implementazione della stessa rispetto ai canoni cui siamo abituati. Le dinamiche di lotta sono superiori alla media, efficaci a livello basico, a dimostrazione che il rumore concepito e quello fatto si equivalgono con furba maestria. Di ciò si testimonia la cura ad hoc delle riprese, il montaggio singhiozzato ed effettato d’ordinanza, il lavoro degli stuntman, dei personal coach che addestrano al combattimento scenico tanto da realizzare un prodotto fin troppo confezionato ed indicizzato rispetto al blockbuster medio di riferimento.

La belva

Ma a fronte del comparto azione spettacolare molto attivo, quello che concerne la sceneggiatura sconta lo stesso mutismo del protagonista, implodendo passivamente, malcitando totem ispiratori del settore, impelagandosi in frasi sentite e risentite, che scimmiottano altre battute, scritte e dette meglio altrove. Questo si traduce in un’indefinitezza di fondo, una genericità sospesa che fa della storia un modello sbrigativo da manuale, non un prodotto autentico, e questo non giova nè al minimo di verosimiglianza richiesta per conquistare l’empatia del pubblico, nè alla seguibilità spicciola di certi passaggi, che si danno per digeribili ma risultano soluzioni modaiole e vaghe, tutte maniera senza contenuto, escamotage per agitare le acque spettacolarmente; può funzionare una volta, massimo due, dopodiché lo stratagemma annoia e compromette la piacevolezza dell’intrattenimento.

Non si sa in quale città ci troviamo, presumiamo Roma, di cui riconosciamo alcune location situate all’Eur, alcuni ampi spazi, palazzi vetrati e grattacieli dai tetti inclinati, altro non si sa; il movente è del tutto causale, non c’è collegamento tra Leonida, il suo passato di belva e le intenzioni dei rapitori, per cui, in finale, ci si vendica di uno sfortunato caso avverso non di un rapporto personale alterato; i precedenti legami familiari non sono chiari, né bastano a spiegarli i bocconi di dialoghi in cui si allude a dei problemi matrimoniali, a delle assenze paterne da cui il figlio maggiore Mattia (Emanuele Linfatti) trae disagio, mentre la piccola Teresa sembra bypassare con meno dolore. Gli stessi incubi ricorrenti che attentano alla lucidità del protagonista sono eccessivamente frequenti, prevedibili, stancanti e fanno rimpiangere la presenza di un momento unico dedicato allo scopo.

La belva

In questo stona anche una colonna sonora invasiva, bombardante, come nemmeno nei più pedissequi re-boot di genere, in cui si alternano spasmodicamente rumori attutiti e boati assordanti per amplificare l’emozione e riscaldare l’adrenalina dello spettatore: il risultato purtroppo è un disturbo dilagante che depotenzia la tensione fisico-emotiva accumulata e smarrita troppo spesso. La regia di Ludovico di Martino tenta, anche solo di vivificare una tipologia di incrollabile, tormentato protagonista dal tallone sentimentale, ma sgambetta troppo, si pavoneggia ed indulge seriosa, schematica e prevedibile, gioca troppo spesso con i ralenty, l’ortografia sonora, le sfocature, le vedute aeree a commento dell’azione, i clichè del genere: seppure volesse citare, rifare, ispirarsi ai b-movie, si prende troppo sul serio per riuscirci.

Attenzione particolare agli interpreti, quasi tutti pezzi da novanta, penalizzati da una scansione verbale deleteria e praticamente inesistente e da caratterizzazioni monolitiche già su carta, a stento bidimensionali. Di fatto, ci sono più luminosi attori teatrali in questa produzione che in un teatro vero e proprio; tra i molti ritroviamo Pennacchi e il suo accento riconoscibilissimo incappottato nei panni del cattivo senza coscienza che ama la musica classica, Musella con gli occhi di fuoco e il consueto aplomb nel suo commissario al doppio seguito dei sequestratori e della belva Leonida, la Piseddu fragile ed aggraziata, madre e moglie perfettamente contemporanea, e Gifuni, mattatore corporale ed emotivo, sotto enorme e visibile sforzo fisico, fin troppo organico per le coreografie richieste, con il carico reale che la sua condizione impone costantemente addosso, sprecato per il ruolo di inscalfibile spaccafacce. Può anche essere che un attore del suo livello si sia divertito ad uscire dalla propria acqua, ma in questo caso, non è così visibile tale stato d’animo.

La belva

Mordente la fotografia che predilige alcune simmetrie chiamate ed i notturni, umbratili e d’impatto, come fossero una bella patina sulla cartolina d’ordinanza, a firmare, però, un prodotto coraggioso, un commerciale ragionato, che naufraga nell’aspecifico: la belva svolge il compitino utilizzando tutto il dizionario a disposizione, ma pecca di genericità diffusa e della mancanza di una congrua identità personale.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SINOSSI

Un reduce di guerra, affetto da sindrome post traumatica da stress, abusatore di psicofarmaci, si getta alla furiosa ricerca della figlia sequestrata da pericolosi criminali. Thriller saturo d'azione, prodotto dalla Groenalndia di Matteo Rovere, che insegue il blockbuster, ma si perde in una grammatica di genere fine a se stessa, senza personalità e fastidiosamente vaga.
Pyndaro
Cosa so fare: osservare, immaginare, collegare, girare l’angolo  Cosa non so fare: smettere di scrivere  Cosa mangio: interpunzioni e tutta l’arte in genere  Cosa amo: i quadri che non cerchiano, e viceversa.  Cosa penso: il cinema gioca con le immagini; io con le parole. Dovevamo incontrarci prima o poi.

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