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Il ladro di orchidee

C’è uno sceneggiatore in crisi creativa, Charlie Kaufman, che deve scrivere un adattamento dal best seller Il ladro di orchidee, che parla essenzialmente di fiori. C’è suo fratello Donald, che si iscrive ad un seminario del guru della scrittura creativa americana Robert McKee, con l’ambizione di sfondare nella professione del gemello. C’è l’autrice del best seller, Susan Orlean, segretamente innamorata e amante di John Laroche, l’appassionato di fiori che lei ha raccontato inizialmente in un articolo per il New Yorker e poi nel suo successo letterario, in procinto di arrivare anche al cinema. Non sono gli ingredienti di una barzelletta, ma le premesse del film scritto da Charlie Kaufman e diretto da Spike Jonze nel 2002, dopo il clamoroso successo della pellicola Essere John Malkovich del 1999. In più, naturalmente, il geniale sceneggiatore aggiunge una serie di elementi che rendono Il ladro di orchidee un film zeppo di ironia e di sagacia, una pellicola formidabile, che ha rivoluzionato il modo di pensare le riflessioni metacinematografiche nella contemporaneità.

Il ladro di orchidee

Il personaggio di Charlie, alter ego dell’autore non solo per il nome, è di gran lunga la figura più disagiata dell’intero film. Non solo è poco ispirato, ma ha difficoltà enormi a rapportarsi con chiunque, specie con le donne, sia sul lavoro che nella vita privata. Ciò nonostante ha la fama di essere un ottimo professionista nel suo settore, e il progetto di cui si fa carico, un’opera tutt’altro che semplice, lo schiaccia di pressioni. In più, almeno per un po’ di tempo, suo fratello Donald, spiantato e molto ingenuo, va a vivere con lui, disturbandolo e non rendendosi nemmeno conto di essere una zavorra per Charlie. Forse per emularlo, decide di iscriversi ad un seminario di Robert McKee, poco conosciuto in Italia ma famosissimo in America per tenere dei corsi in cui si propone di insegnare a scrivere (per il cinema ma non solo) a chiunque, per la modica cifra di cinquecento dollari. Charlie sa perfettamente che quelle sono soltanto trappole per illudere la gente, ma non riesce a dissuadere il gemello dall’iscriversi. Così Donald non solo disturba Charlie con la sua presenza, ma anche con le continue richieste d’aiuto sul suo scritto, un thriller commerciale intitolato I Tre, apparentemente terribile, ma che diventa ben presto un film molto promettente. Di fronte a questo smacco, Charlie decide che è arrivato il momento di svoltare: va a New York per intervistare Susan Orlean alla ricerca del percorso giusto per concludere il suo lavoro. Per far fronte alla sua timidezza chiederà aiuto a Donald. I due scopriranno che dietro alla facciata da borghese della scrittrice si nasconde un intrigo perverso, fatto di sesso, droga e violenza.

Il ladro di orchidee

L’operazione architettata dal geniale Kaufman per Il ladro di orchidee è per molti aspetti simile ad altri capolavori del passato. Su tutti, è molto forte, quanto meno nella premessa, il legame con di Fellini. In un certo senso, la situazione in cui si trova coinvolto il protagonista all’inizio del film, è esattamente la medesima in cui versava il personaggio di Marcello Mastroianni nel capolavoro felliniano. Cambiano i ruoli (Guido Anselmi era un regista, Charlie Kaufman è uno sceneggiatore) ma non cambia la sostanza: sono due uomini in crisi, depressi, sull’orlo di una crisi di nervi, che devono per forza realizzare un’opera d’arte degna della loro pesante storia. Se il personaggio di Fellini vive questa situazione in modo tutto sommato positivo, con l’eleganza e lo charme che hanno sempre contraddistinto le interpretazioni di Mastroianni, quello di Kaufman è il ruolo perfetto per un attore spesso bistrattato come Nicolas Cage, perfettamente in parte nel ruolo dei gemelli protagonisti, anche grazie a molte scene che mettono in pratica l’ormai proverbiale modo di dire “Nicolas Cage loses his shit” cioè di follia pura. In più Il ladro di orchidee è la perfetta riscrittura nella contemporaneità, del topos, cinematografico e non solo, della mise en abyme, cioè dell’espediente narratologico che prevede la reduplicazione continua di una sequenza di eventi. Si può dire che la trama si confonde con la narrazione, che il film di Jonze non sia la messa in scena della sceneggiatura di Kaufman, ma quella della storia di tale sceneggiatura, con tanto di momenti di assoluto sconforto e di riscritture da parte dello stesso creatore. Un’operazione cervellotica, che prende spunto da personaggi realmente esistenti per realizzare un film totalmente incontrollabile e a tratti folle, ma estremamente affascinante.

Il ladro di orchidee

Ma l’aspetto che più di ogni altro ha fatto sì che Il ladro di orchidee colpisse pubblico e critica è certamente l’uso irrefrenabile dell’ironia da parte di Kaufman. Uno humour, il suo, in primis dettato dalla rappresentazione sullo schermo di personaggi di per sé reali, perché realmente esistenti, ma sviluppati in maniera tale da renderli grotteschi e improbabili. Il protagonista è a tutti gli effetti Charlie Kaufman, ma nella sua accezione più estrema, non visibile chiaramente nella realtà ma probabilmente vissuta intimamente dallo stesso sceneggiatore. In questo senso assume un senso compiuto anche la scissione/confusione del personaggio col suo gemello. Donald è tanto più sicuro di sé e realizzato, quanto più Charlie è in crisi ed amareggiato. Sono due facce della stessa medaglia, l’una inversamente proporzionale all’altra. Insomma, quanto di più vicino al Dottor Jekyll e Mr. Hyde sia stato portato sullo schermo nell’età contemporanea. Seguendo questa linea in modo coerente, Kaufman rende tutti i personaggi realmente esistenti rappresentati ne Il ladro di orchidee, le caricature di loro stessi. Così Susan Orlean (interpretata da una Meryl Streep candidata all’Oscar) non è più semplicemente una grande narratrice di storie, ma una donna insoddisfatta affascinata dalle passioni irrefrenabili degli altri (come quella per i fiori di Laroche, ruolo che ha dato un meritatissimo Oscar a Chris Cooper), e che per questo è pronta a tutto pur di vivere anche lei in questo modo. Il personaggio di Robert McKee, è quello su cui Kaufman ha dovuto lavorare di meno, essendo già di suo una figura piuttosto pittoresca. Il risultato è un uomo che si propone di razionalizzare il genio che spinge un artista (in questo caso uno scrittore) a realizzare la sua opera d’arte, attraverso regole inderogabili (secondo lui non c’è nulla di più odioso, in una sceneggiatura, delle voci fuori campo e dei finali con l’intervento di un deus ex machina). Ovviamente, Il ladro di orchidee vìola completamente le regole ferree di McKee nel suo sviluppo, ed è una delle migliori sceneggiature portate in sala negli ultimi trent’anni. Ad interpretarlo, contrariamente a quanto desideravano regista e sceneggiatore, non è stato l’autentico McKee, notoriamente poco autoironico, ma un ottimo Brian Cox.

Il ladro di orchidee

La forza del film di Spike Jonze targato 2002 sta in gran parte, com’è logico che sia, nella sua formidabile sceneggiatura, fatta di dialoghi sagaci e di una precisione ai limiti della maniacalità nel modo con cui costruisce le scene. Tuttavia menzione di merito va, oltre che al cast, anche al regista che gestisce un copione perfetto senza voler strafare rischiando di indebolirlo. Memorabili, soprattutto perché insospettabili in un film del genere sono le due scene di incidenti stradali, perfettamente rese sullo schermo.

Il ladro di orchidee è un film che, più che semplicemente, va meditato a lungo. Una pellicola che esprime appieno tutto il potenziale che il cinema di oggi, quando rinuncia al dannoso infantilismo tipico della settima arte odierna, può liberare, per la gioia di spettatori e critici competenti.

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Probabilmente la miglior sceneggiatura del miglior sceneggiatore del cinema contemporaneo. Un'odissea metacinematografica e autoreferenziale (o autocommiserativa?) di un genio del cinema moderno. In più una Meryl Streep in stato di grazia e il miglior Nicolas Cage che si ricordi.

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