lunedì, 19 Aprile, 2021
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Hungry Hearts

Hungry Hearts è uno di quei film in cui la regia è il film. L’angoscia, lo straniamento e il disturbante sono veicolati, prima che dalla storia, dal modo in cui la macchina da presa indugia sugli ambienti e, ancor di più, sui personaggi: deformandoli, mettendone in evidenza la magrezza, il grottesco. Il disagio che emerge da queste immagini è la prima cosa che coglie lo spettatore, ancora prima che possa rendersi conto di quanto sta accadendo davanti ai suoi occhi.

Hungry Hearts, diretto da Saverio Costanzo e uscito al cinema nel 2014, ha per protagonisti Alba Rohrwacher e Adam Driver e ambienta la sua narrazione a New York. La storia, tuttavia, potrebbe svolgersi in qualunque altra parte del mondo, perché quello che viene raccontato è qualcosa di universale. Questo film parla di maternità, di malattia, di ossessione, un’ossessione maniacale e pericolosa per la purezza assoluta. Tutti i rischi che questo disagio comporta finiscono per ricadere sull’individuo più fragile e indifeso tra quelli messi in campo. E così come gli attori si ritrovano imprigionati nelle inquadrature deformanti di Costanzo, così i personaggi del film si ritrovano imprigionati nel loro ambiente domestico, in cui ciò che è sempre stato familiare si trasforma in estraneo.

Hungry Hearts

È innegabile che un film come questo si poggi quasi interamente sulle interpretazioni dei due attori protagonisti, che già dalla primissima scena dimostrano il loro affiatamento e soprattutto la capacità di tenere in piedi la scena con una naturalezza e immedesimazione impressionante (non a caso parliamo di due attori già pienamente affermati), data anche la numerosa presenza di piani sequenza e long takes nel corso del film. Quello che più diverte lo spettatore è assistere al cambiamento di questi due personaggi, alla loro evoluzione, nel bene e nel male. Il rapporto tra di loro cambia, così come cambia il loro rapporto con l’esterno. Mina e Jud (questo il nome dei due protagonisti) affrontano un’evoluzione quasi opposta e i lacci che legano l’una all’altro finiscono per farsi sempre meno stretti, fino ad un finale, che, pur spiazzando, risulta coerente con quanto accaduto fino a quel momento.

Ma andando al di là del significato più evidente del film, Hungry Hearts parla di prigionia e dell’impossibilità di scappare. Tutti i personaggi vivono una condizione di prigionia, ognuno di loro è bloccato e impotente, così come è impotente lo spettatore, il quale vorrebbe poter agire difronte all’orrore che prende forma davanti ai suoi occhi. È la prigionia vissuta dai vari personaggi il motore del film, il punto zero a cui ognuno di loro deve reagire come può.

Hungry Hearts

Come il titolo vuole suggerire, al centro del film di Costanzo ci sono dei cuori affamati. Queste anime che affollano lo schermo sono affamate di tutto ciò che non possono avere, è una fame che si riflette sui loro corpi, sulle loro facce e sugli ambienti che abitano. È una fame di libertà, che per qualcuno si trasforma nella ricerca di una purezza, per qualcun altro nel tentativo disperato di proteggere quanto di più caro ha al mondo. Solo il finale ci porta a porre l’attenzione su quella che è la più profonda anima di questo film, personificata dalla figura archetipica attorno a cui ruota tutta la vicenda, proprio nel momento in cui quella che è la sua più profonda natura raggiunge le sue massime conseguenze.

Sotto questo aspetto il film assume la veste di una fiaba, quella nera e feroce tipica della tradizione popolare. In generale, sin dalla prima scena, l’intero film potrebbe essere interpretato sotto tale formula, già a partire dalla sintesi con cui la scrittura del film presenta i due personaggi principali e costruisce la loro storia, fino anche alla scelta di casting di Alba Rohrwacher, che per la sua recitazione e il suo modo di porsi sullo schermo sembra avvicinarsi più degli altri ad una figura fiabesca (tanto che Matteo Garrone, che più di ogni altro in Italia ha saputo lavorare sulla fiaba contemporanea, la scelse tra i comprimari de Il racconto dei racconti).

Hungry Hearts è quindi un film solo apparentemente semplice, il racconto di una storia che lo spettatore crede di possedere sin da subito, per poi scoprire che in realtà è molto di più. L’opera di Saverio Costanzo è un lavoro che nella sua complessità di significati racconta il tetro e il sinistro attraverso le immagini, lasciando in chi guarda una profonda angoscia che un finale ottimista come quello proposto può solo attenuare.

PANORAMICA RECENSIONE

regia
soggetto e sceneggiatura
interpretazioni
emozioni

SINOSSI

Hungry Hearts è un film inquietante, dove la prigione in cui sono rinchiusi i personaggi finisce per essere anche la prigione di chi guarda. Un'opera all'apparenza semplice, che racchiude però molti più significati di quanto un primo sguardo suggerirebbe.
Lorenzo Sascor
Studente di DAMS, amante del cinema in ogni sua forma, dai classici hollywoodiani al neorealismo, dalla Nouvelle vague ai blockbuster contemporanei. Oltre al cinema, amo da sempre leggere e scrivere, perché la vita senza arte è una vita a metà.

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