Gli orsi non esistono – Trama
Si ha paura degli orsi, quando invece Gli orsi non esistono. Una coppia di iraniani in Turchia, cerca documenti validi per varcare il confine: lei ci riesce, lui no e finge di affidarsi a dei contrabbandieri per ottenere lo scopo, mentre prova a far partire ugualmente lei. Ma lei scopre che gli sta mentendo e rinuncia ad andare.
In un villaggio rurale dell’Iran una coppia viene fotografata ma il lui non è l’uomo cui la ragazza è stata destinata fin dalla nascita secondo le antiche tradizioni locali e lo scatto incriminato portatore di scandalo compromette l’onore del futuro marito e della futura moglie, alterando la pace della collettività.

Dietro entrambe le storie c’è la stessa figura: il regista Jafar Panahi. Rintanato in una camera-grotta presa in affitto all’interno di una piccola comunità tra le alture del confine iraniano, il regista dirige da lontano la prima delle due storie, basata sulla vita reale della coppia di attori protagonisti, in cerca disperata di una chance altrove. Pochi chilometri lo distanziano dal set turco in cui si trova la troupe al completo, ma Jafar non varca il confine, nonostante le difficoltà nel seguire da remoto una storia schierata ed emotivamente calda, e la scarsa ricezione del computer.
Sempre Panahi è il fotografo autore dello scatto innocente divenuto improprio che getta in un panico crescente il paesino in cui ha cercato rifugio: la sua curiosità nel filmare, riprendere, immortalare la vita tipica, spontanea, tranquilla dell’entroterra della sua nazione, genera conflitto e contraddizione mettendo in luce le paure che covano dietro determinati comportamenti.

Gli orsi non esistono – Recensione
Ultimo film di Panahi, che unisce ancora metacinema e biografia, vita reale e finzione, calma e maremoto; Gli orsi non esistono descrive con cuore intelligente, drammatico ed ironico, un paese ancora fermo al palo della sua disgrazia, che costringe alla propria nociva immobilità tutti i cittadini, uno stato che schiaccia le libertà individuali, i diritti civili e la differenza di opinioni, riconducendo ogni cosa alla legge divina, alla fedeltà di bandiera, alla lealtà verso il sistema.
Limpido, relativamente simbolico ed intrecciato, costruito con pazienza ed ingegno, sul filo del rasoio per molteplici ragioni legate alla realizzazione pratica dello stesso, alla sua circuitazione, alla vita stessa del suo autore, Gli orsi non esistono vince il Premio speciale della giuria alla 79.Mostra del cinema di Venezia, ed è un colpo al cuore, un ossimoro artistico che chiede assunzione di responsabilità nazionale ed internazionale, specie se si riflette sulle recenti ribellioni contro gli arbitri della polizia morale e i soprusi sanguinari perpetrati nei confronti delle donne iraniane.

Le due vicende raccontate sono emblemi e testimonianze di quello che non va; sembrano agli antipodi della modernità una rispetto all’altra ed invece accadono a poca distanza, entrambe espressione di una mancanza di espressione, di una individualità monca, ristretta e mal condizionata, perché non si è liberi di costruirsi il futuro dove si vuole, nè di costruirselo con chi si vuole.
Panahi è in un villaggio sperduto che lo accoglie e lo chiama “caro signore” e lo riverisce, come star del cinema, mentre in realtà il suo cinema è imbavagliato, relegato laggiù perchè ben poco gradito se non vietato, impedito in quanto “nemico del regime e di Dio”, impossibilitato ad esistere al momento, in stato di arresto (Panahi è effettivamente in carcere, per la seconda volta nella sua carriera definibile, a ragione, militante) con una sentenza di sei anni da scontare, un cinema trafugato con mezzi e modi sotterranei e giunto fino al concorso lagunare, come anelito di lotta continua anche se in pesante ed incolpevole contumacia.

L’intellingenza didascalica
Panahi non smette di osservare, di registrare, di accogliere lo sgomento e la sorpresa del paese in cui è nato, delle vite che lo abitano, della quotidianità che gli sopravvive, come in Taxi Teheran (2015) ed in Tre volti (2018), continua ad utilizzare nel suo dialogo con l’esterno il mezzo cinematografico, la lente riprenditrice, che nelle sue mani si rivela strumento fallace, limitato, ultraveritiero, pomo della discordia, oggetto politico per antonomasia, in grado di accedere, leggere e far cadere in trappola il presente e tutte le sue ingiustizie.
Panahi usa le sue armi, e le usa bene, trasforma con eleganza ed intelligenza la didascalia in esempio, in paradosso ammonitore, dando vita ad un cinema che si ricorda per personalità e coraggio. Gli orsi non esistono non tradisce il repertorio anzi: diventa l’esegesi di un mestiere che da gioco onirico pare soccombere in contrasto con la crudeltà della vita, rivelando come la cortesia, da virtù di un popolo, diventi bigotta miopia, nevrosi ipnotica e collettiva.

Il regista è solo ad utilizzare il suo mezzo (l’immagine) per raccontare con vite altrui difficoltà che da banali diventano iperboli cruciali, dovute all’insoffribile paradosso di vivere in un luogo dove l’autonomia individuale è modificabile ad ogni piè sospinto, sotto l’onda enfatica del rigore religioso, mentre i connotati democratici si assottigliano fino all’incubo.
Un vaso di Pandora scoperchiato
Panahi non si tira indietro, non scappa nemmeno: prova a girare un film impossibile, che vorrebbe registrare il libero passo di una coppia di amanti, ma ne inquadra solo il fallimento e con esso una ferita di fiducia forse non rimarginabile tra i due cuori. Vorrebbe catturare la bellezza della sua terra nelle forme più arcaiche ed incontaminate, ma le usanze ostruttive di quattro contadini scoperchiano un vaso di Pandora da incubo che incatena e preconizza la sorte degli individui tutti, specie se femmine, obbligati, ma mai interpellati.

Ed è la fine tragica degli amanti o di un amore che sembrava profondissimo l’ultimo istante da archiviare di questa parabola civile e sociale: un presagio negativo sul futuro di uno stato che non sente ragioni, intossica, terrorizza e non cambia rotta, un monito ai limiti di un’arte che non smette di belligerare in zona scomoda, di farsi portavoce di argomenti controversi parlando dal fondo di quella stessa controversia da cui non accenna a smuoversi.
E da questo recinto ricattatorio e mortale, dove si ha paura delle ombre, e non di chi le proietta, Gli orsi non esistono continua a dettare la via: resistere, non demordere, stare, come sta Panahi sul finale dopo aver visto tutto e il contrario di tutto, in attesa, in respiro, in ascolto, di una impossibile direzione.

La bellezza naturale o quella a fatica conquistata, entrambe cadono, si inquinano, si imbarbariscono, per un obbligo inspiegabile, imperscrutabile a volte, illogico, liberticida, difficile da difendere in fondo anche per i vigilanti stessi di quell’obbligo, un peccato di tempo e verità che nuoce agli uomini come una piaga autoinflitta e sconsolante. Che ne sarà di un mondo che tollera, concede, esalta determinati comportamenti?
Gli orsi non esistono – Cast
Tra le nuvole sul futuro di questa terra, il regista, il suo sguardo, la calma con cui affronta e riceve le varie situazioni dalla più confortevole alla più drammatica, metafora comportamentale del ruolo stesso del direttore di un film, restano: lui non scappa, tituba, osserva la bellezza struggente di un territorio potenzialmente vergine ed incontaminato, che di notte si fa presepe, la durezza sconvolgente di una violenza che non possiede nulla di condivisibile.

Lui dialoga, confronta, condivide la propria ragionevolezza, e assiste al suo dis-perdersi, ad un mistificarsi delle belle intenzioni, che si rabbuiano e si raggelano, progressivamente, e lo fa con cuore saldo, vista lucida ed uno scoramento in crescendo che esige attenzione.
Come a dire: resto e non tanto (o non solo) che ne sarà di me. Resto e, soprattutto, cosa ne sarà di noi.
